Cerca e trova immobili
Il commento

La gestione economica della guerra negli USA

Donald Trump, in un’ennesima giravolta, ha annunciato lunedì all’alba, prima dell’apertura del mercato americano, l’avvio di negoziati con Teheran per concludere la guerra contro l’Iran
Alfonso Tuor
25.03.2026 06:00

Il pericolo di una caduta di Wall Street, di un forte aumento del costo del debito pubblico a causa del rialzo dei tassi di interesse, l’inerpicarsi dei prezzi di petrolio e gas e la sempre più forte opposizione delle monarchie del Golfo e di molti Paesi emergenti, già in crisi per l’impennata del costo del greggio, hanno spinto Donald Trump a fare un’ennesima giravolta e ad annunciare lunedì all’alba prima dell’apertura del mercato americano l’avvio di negoziati con Teheran per concludere la guerra contro l’Iran. Di sicuro queste trattative non finiranno con una vittoria statunitense, come ha già cercato di sostenere il presidente americano. Il motivo è semplice: l’obiettivo principale di questo conflitto era infatti un cambio di regime che non ci sarà e che non è già avvenuto, come invece ha sostenuto Donald Trump, grazie all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e di una cinquantina di dirigenti iraniani lo scorso 28 febbraio nel primo giorno dei bombardamenti su Teheran. Una tregua non cancellerà nemmeno le pesanti conseguenze sull’economia mondiale di queste settimane di conflitto. Basti pensare che nel Medio Oriente 43 pozzi petroliferi sono stati danneggiati (alcuni dei quali in modo grave) e che in Qatar gli impianti di estrazione e di liquefazione del maggiore produttore mondiale di gas potranno riprendere ad operare solo tra quattro/cinque anni.

Per questi motivi è probabile che il prezzo del greggio, che lunedì scorso è sceso attorno ai 100 dollari il barile, resterà attorno a questi livelli per un certo periodo. Altrettanto vale per il gas. Così come per i prezzi dei fertilizzanti e dell’elio (che viene usato nella produzione dei chips), di cui i Paesi del Golfo Persico sono grandi produttori. Bisogna ricordare ad esempio che i prezzi del greggio non si sono inerpicati ulteriormente nelle scorse settimane grazie ai maneggi finanziari del Tesoro americano che ha frenato l’ascesa della valutazione del petrolio (aumentando i margini sul petrolio oltre al rilascio delle riserve strategiche e alla sospensione delle sanzioni sull’export di greggio russo e iraniano) e ha spinto al ribasso quella dell’oro (riducendo i margini sull’oro). La prova del nove di queste operazioni di ingegneria finanziaria è che il prezzo di acquisto immediato di petrolio (lo spot price) era nettamente superiore a quello indicato dagli indici dei mercati. In questo modo si è cercato di calmare temporaneamente le valutazioni di cambi, azioni e obbligazioni. Ovviamente il dollaro si è rafforzato poiché come sempre si è comprata una maggiore quantità della valuta americana per acquistare un petrolio più caro. I rendimenti delle obbligazioni USA sono saliti, ma non tanto poiché il Tesoro ha riacquistato i titoli di Stato e la Federal Reserve ha annunciato un nuovo QE (ossia la stampa di nuova moneta) e il calo degli indici azionari è stato controllato. Ma ora che succederà, se le trattative porteranno ad una fine della guerra? Il prezzo del petrolio rimarrà a questi livelli e l’inflazione salirà temporaneamente, ma la crescita diminuirà e addirittura crollerà in alcuni Paesi emergenti, mentre il costo del denaro verrà tenuto a questi livelli. Si tratta di uno scenario negativo per le elezioni di midterm di novembre, che forse Trump sperava di cavalcare sull’onda di una vittoria contro l’Iran, e che ora sarà invece costretto ad affrontare appellandosi alle sue «verità alternative».

In questo articolo: