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Il commento

La guerra

Abbiamo dimenticato gli insegnamenti della polemologia che studia il fenomeno delle guerre non dal punto di vista delle strategie militari ma da quello del coinvolgimento della società civile
Tito Tettamanti
Tito Tettamanti
10.04.2026 06:00

Siamo al quinto anno da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, stando alle stime sono morti 500.000 russi e 200.000 ucraini, distrutte città e si continua a combattere. USA e Israele sono in guerra con l’Iran che a sua volta bombarda gli Emirati, il Qatar e l’Arabia Saudita. Il Pakistan ha bombardato l’Afghanistan, la Thailandia è in lotta ai confini, la Corea è divisa in Nord e Sud dal fronte di una guerra sospesa e il Nord, che ha la bomba atomica, è impegnato a sparare missili sempre più potenti sempre più lontano. L’esercito cinese simula l’invasione di Taiwan. Nel Continente africano in un anno si sono contate quindici guerre, alcune che durano decine di anni, con milioni di morti.

In Sud America agli scontri tra gli Stati si sono sostituiti quelli con i potentissimi cartelli della droga. E l’elencazione dei conflitti nel mondo è sicuramente incompleta.

Abbiamo dimenticato gli insegnamenti della polemologia che studia il fenomeno delle guerre non dal punto di vista delle strategie militari ma da quello del coinvolgimento della società civile.

Nell’ultimo dopoguerra questi studi avevano avuto successo. Sono giunti alla conclusione che la guerra è il nostro stato costante, non vi è giorno del calendario nel quale da qualche parte del mondo la gente non si scontri con le armi e alla constatazione che l’origine della guerra risiede nell’aggressività del genere umano.

Qualche millennio fa i guerrieri fatti prigionieri venivano crocefissi o impalati. Abbiamo fatto progressi, oggi si muore subito con il drone o il missile, senza sevizie. Vecchi, donne e bambini non vengono più ridotti a schiavi ma già a Londra dai germanici e a Dresda, dagli alleati vincitori per vendetta, vengono bombardati per fiaccare la resistenza. I civili pagano sempre un prezzo pesante.

I sistemi sono cambiati ma la guerra resta uno scontro tra cattivi (anche se per alcuni giustificabile per esigenze di difesa). Si deve uccidere il nemico per evitare che lui ci uccida. Particolarmente feroce quando vi è il pretesto della religione, si uccide per far piacere al proprio Dio. In Germania la guerra religiosa dei trent’anni (1618-1648) ha provocato la scomparsa di un terzo della popolazione. I Crociati che volevano liberare Gerusalemme per desiderio del Papa Urbano II, primo esempio di colonizzazione, strada facendo, se incontravano degli ebrei, ammazzavano alcuni appartenenti al popolo deicida.

Non vi è giustificazione per nessuno, salvo talvolta per gli aggrediti ma non sempre. Sono scontri di potere spesso alimentati dal fanatismo ideologico.

Tra le guerre, specie quelle di maggior rilievo, e particolarmente se vi è un indiscusso vincitore e un chiaro sconfitto, si inseriscono periodi di tranquillità dedicati alla ricostruzione.

Lo storico germanico professor Andreas Rödder individua diversi ordini sociali creatisi dopo le guerre dello scorso secolo in Europa, che permisero l’alternarsi di alcune decine d’anni di pace.

I trattati di Versailles (1919/1920) imposero le volontà dei vincenti, la Francia non seppe trattenersi dall’umiliare definitivamente la Germania imponendo pesantissime condizioni che hanno contribuito ad originare negli anni ’30 sentimenti revanscisti e revisionisti, all’origine del conflitto iniziato nel 1939. Nel dopoguerra (1945), altra fase di tranquillità, quella della guerra fredda con gli USA che ci hanno protetto dalle mire espansioniste del comunismo russo.

Un ulteriore periodo inizia con la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’impero sovietico (1989 e 1991). Nasce il Consenso di Washington basato sui valori occidentali. Contestato però oggigiorno da forze e culture rappresentate dalla Cina, dal revisionismo zarista russo, dalla parte del mondo islamico capeggiato dall’Iran, dalle nazioni allineate con il «Global South».

Gli Stati Uniti, indeboliti da un debito pubblico preoccupante (125% del PIL) e dalla lacerazione interna tra progressismo wokista e realtà dell’America profonda, con un precedente presidente (Biden) affetto talvolta da demenza senile e l’attuale di una preoccupante spregiudicatezza, che opera con riguardo solo alla legge del più forte, si sono resi conto di non essere più in grado di imporre la Pax e Lex americana. Si sono rotti gli equilibri mondiali.

Nel disordine originato da queste rotture nascono gli scontri d’interesse e di potere, confrontazioni e guerre alla ricerca di nuovi equilibri giustificati dai rapporti di forza misurati anche sul campo. Le guerre permettono anche di controllare l’efficienza dei progressi tecnologici per le armi. Non facciamoci illusioni, spirano venti di guerra e vivremo un periodo (quanto lungo?) di squilibrio, di disagi con possibili pesanti sconvolgimenti economici. Come sempre, anche a livello personale, ci saranno vincenti e perdenti.

A tutto ciò si aggiunge l’interrogativo IA (intelligenza artificiale) e del suo impatto sulla società in cambiamento.

Percorrendo la Storia vediamo come il «potere» regge sempre le sorti del mondo, talvolta in modo disastrato e catastrofico, talaltra in modo efficiente. Venti di guerra nei prossimi anni, nulla di nuovo salvo sperare che agli scontri seguano presto equilibri che ci possano dare un lungo accettabile periodo di tranquillità.