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Pensieri di libertà

Le vittime al primo posto

In società democratiche è plausibile aspettarsi che lo Stato disponga di misure di prevenzione, di controllo e di salvataggio – In caso di carenze lo Stato deve intervenire a individuare responsabili e colpevoli, non per trovare soddisfazione nella vendetta ma per esercitare giustizia
Francesca Rigotti
Francesca Rigotti
29.01.2026 06:00

Si chiama vittima chi perde la vita o subisce un serio danno a causa di un grave evento, come un incidente, una calamità naturale, una guerra e così via; vittima è anche chi subisce un inganno e una prepotenza e ne riporta danno. Si dice vittima, infine, un essere vivente, animale o uomo, consacrato e immolato alla divinità. In realtà è questo il primo significato, dal termine latino «victima», di cui non si conosce la derivazione. Fermiamoci qui alla prima definizione (Treccani): vittima è chi perde la vita o subisce un serio danno per un incidente, una calamità naturale, una guerra.

Queste tragedie sono disgrazie? Sono ingiustizie? Sono eventi imprevisti e non programmati, o conseguenze di volontà e intenzioni precise (come nel caso di atti terroristici o di guerre)? In ogni caso sono forme di violenza sull’inerme. Per quanto riguarda il terrorismo si tratta di azioni violente miranti al disfacimento del corpo e delle sue forme, all’offesa della dignità ontologica della vittima, alla soppressione dell’unicità della sua figura, e dove la vittima non è il tiranno o la testa coronata bensì chiunque si trovi nel luogo dell’attentato. Questo tipo di tragedie possiamo definirle ingiustizie. Più difficile individuare la posizione delle vittime di guerra, a causa della definizione di violenza, legittima e legale, esercitata dagli stati nell’ambito delle guerre «regolari».

E nel caso di vittime provocate da violenza non intenzionale ma generata da incuria? Sarà disgrazia o ingiustizia? Un momento: perché per prima cosa bisogna soccorrerle. Le vittime vengono sempre al primo posto e al primissimo posto si pone la loro assistenza, nei primi momenti e in seguito. Occorre ascoltare la loro voce e se non possono parlare farlo in loro vece. Ma quando una catastrofe è una ingiustizia e quando una disgrazia? Se lo chiede la filosofa e teorica politica Judith Shklar, ebrea lèttone naturalizzata statunitense, in un suo saggio del 1990 (I volti dell’ingiustizia). Disgrazia è il terremoto non causato da forze umane e nessuno può essere ritenuto colpevole del fatto che è accaduto. Ma il come si reagisce e si provvede, è influenzato da decisioni politiche. In società democratiche è plausibile aspettarsi che lo Stato disponga di misure di prevenzione, di controllo e di salvataggio. In caso di carenze lo Stato deve intervenire a individuare responsabili e colpevoli, non per trovare soddisfazione nella vendetta ma per esercitare giustizia. L’offesa è fatta alle vittime e in misura collaterale ai loro cari, familiari, amici. Sono le vittime che subiscono l’alterazione del corpo che ne cancella l’unicità, sono le membra bruciate che privano la persona della sua unità nonché della singolarità e particolarità del suo aspetto: non lo si dimentichi.