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L'editoriale

Letteratura, il declino di un universo evaporato

Perché promuovere i consumi culturali se mancano i destinatari?
Matteo Airaghi
Matteo Airaghi
25.04.2026 06:00

Ma che fine ha fatto la letteratura? Perché, e per dirla con De Gregori, «nessuno si senta offeso e nessuno si senta escluso», passando in rassegna i, peraltro prestigiosissimi, per carità, nomi degli ospiti degli innumerevoli festival letterari che scandiscono, anche nel nostro lembo di terra, le stagioni culturali, diciamo così, «italoparlanti», qualche dubbio in testa rimane. Quei festival d’altronde, dove, purché abbiano se non proprio scritto almeno firmato un libro, si trovano i nomi più interessanti, dall’astronauta al sopravvissuto, dal giornalista allo scienziato, dal saggista al cantante, ma dove a latitare sono sempre più spesso… gli scrittori. Gli scrittori punto. Gli scrittori e basta. Quelli che, magari con un pizzico di talento, provano a fare letteratura e non sempre e solo politica mainstream, mediamente progressista, quel giusto per mettere in pace le coscienze e far discutere, senza urlare troppo. Certo si obietterà, i festival anche se si definiscono, quasi per statuto, «letterari», devono anzitutto promuovere e garantire il proprio successo di pubblico e di critica e non necessariamente scovare letteratura di qualità se il mercato non la produce o non la fa emergere e se i lettori/spettatori (che non sempre coincidono) nemmeno la chiedono. E allora tanto vale farsene una ragione: la letteratura è in declino e quasi nessuno ne sente la mancanza. Tutto qui. D’altronde, tocca ripetersi, pretendere letteratura da un meccanismo editoriale (e dobbiamo per forza fare riferimento a quello italiano perché è lì che per ragioni linguistiche e culturali dobbiamo in larga misura attingere) il cui unico, meschino e mesto, obiettivo è ormai che il testo si adegui al fruitore è pura ipocrisia. Stiamo freschi insomma. In un Paese (in Svizzera grazie al cielo le cose vanno un po’ meglio ma non c’è troppo da cantar vittoria) in cui non legge quasi più nessuno (meno della metà dei cittadini italiani leggono almeno un libro all’anno, uno all’anno!) si pubblicano ogni giorno una media di trecento nuovi titoli, vale a dire che, nella lingua che è anche la nostra, si pubblica letteralmente di tutto, senza filtri e senza regole. A scapito, ovviamente, della qualità e del valore delle pubblicazioni tanto che, specie in ambito di festival letterari, è più che legittimo chiedersi quale può essere il senso di promuovere i consumi culturali se, semplicemente, mancano i destinatari. Difficile rispondere. Forse dopo qualche millennio di onorato servizio la letteratura sta diventando fisiologicamente inutile o forse, terrorizzati dall’irrilevanza in cui sono sprofondati, gli scrittori stessi sono pronti a immolarsi sull’altare dei lettori, autoconsacrandosi all’intrattenimento puro cioè ad una narrativa sempre meno socialmente intesa come conoscenza, e sempre più come divertimento ed evasione. E tanti saluti alla letteratura medio-alta. Con un unico piccolo vantaggio per chi ancora ha qualche interesse per i libri e per la loro lettura: la possibilità di aperture impreviste. Ad esempio, è ancora possibile trovare dei frammenti di autentica arte letteraria anche in opere che non si presentano, o che prima della grande crisi del libro non si sarebbero presentate, come letterarie. E allora, come talvolta fa la critica intelligente, si può provare a recuperare la vecchia forza della letteratura anche in settori che con la letteratura non c’entrano. Nella saggistica, nelle memorie, nel fumetto, e così via, ritrovando in altre collocazioni elementi di dignità, valore e ricchezza. La ricchezza di quella letteratura capace di emozionare e stupire, quella che fa piangere e divertire e che negli ultimi anni viene confusa di continuo con l’intrattenimento. Dunque con lo spettacolo, che ha la sua importanza ma rimane su un altro piano. Una onesta via di mezzo tra il divertimento e il passatempo, di sicuro qualcosa di diverso dalla letteratura a cui fare riferimento come a una rivelazione, come a qualcosa che ti cambia la vita, come a una grammatica inaspettata, uno strumento che rompe gli schemi e ci rivela il mondo, e non a un evento commerciale come tanti che si spegne come un fuoco fatuo. Ma forse siamo troppo pessimisti: ad essere in pericolo non è ancora il valore intrinseco della letteratura ma solo la sua presenza e visibilità sociale, e il senso politico della sua esistenza. Pochi o pochissimi capolavori continueranno a venire pubblicati, ad essere letti e a scandire e trasformare le nostre esistenze. Magari anche grazie all’intuizione rivelatrice di qualche festival letterario più «letterario» del solito.