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Il commento

L'Europa e l'immigrazione

La politica di un colpo al cerchio e uno alla botte non è più possibile
Tito Tettamanti
Tito Tettamanti
11.09.2026 06:00

La situazione nella quale si trova oggi l’Europa è più che preoccupante. Grave e forse incolmabile il ritardo tecnologico, crisi di settori industriali, leggi ad esempio auto, Paesi straindebitati, guerra alle porte per la quale non dispone né di armi né di soldati, denatalità.

Un problema estremamente preoccupante, addirittura esistenziale, per il nostro Continente, è quello dell’immigrazione. Dalla sua soluzione dipenderà la continuazione della nostra civiltà come sino ad oggi intesa. L’immigrazione odierna presenta due aspetti difficilissimi da conciliare.

La grande massa di chi intende installarsi in Europa - un Continente con 700 milioni di abitanti e con grossi problemi di denatalità - viene dall’Africa, un Continente con 1,6 miliardi di abitanti che tra qualche decennio raggiungeranno i 2 miliardi.

Senza dimenticare l’afflusso dai Paesi del Medio Oriente e da zone dell’Asia, ad esempio il Bangladesh.

Che la gente cerchi di fuggire da molti di questi Paesi, in genere economicamente disastrati, con alla testa spesso dittatori brutali che sono al potere arricchendosi da decenni, è comprensibile. Povertà, abusi, criminalità sono diffusi. In Africa durante un anno si sono contate quindici guerre con la piaga dei bambini soldati. La guerra in Sudan dura da anni.

A questo primo pesante squilibrio di numeri di abitanti e di situazioni economiche si aggiunge un ulteriore ostacolo che rende problematica l’immigrazione: la cultura, per la maggioranza islamica. Da noi si è liberi di credere o non credere nel Dio che si vuole, i rapporti famigliari sono più liberi, come più libero è il mondo femminile, nel mondo islamico teocratico la nostra forma di democrazia ha la vita difficile. Non pensiamo nemmeno all’assimilazione ma pure l’integrazione degli immigrati diventa problematica, resa più difficile dall’arrivo di milioni di persone che in virtù del numero possono costituire solide diaspore nelle quali perpetuare le proprie abitudini e culture. Lo riscontriamo ad esempio in Francia con immigrati di seconda o terza generazione con passaporto francese ma sentimenti virulentemente antifrancesi.

L’Europa oggi, purtroppo con molto ritardo, si trova dinanzi ad un’alternativa che sarà fatale per il suo futuro.

Apriamo le porte a cittadini del mondo che anelano di approfittare dei vantaggi della nostra realtà, sfuggono a miseria e violenza e lo facciamo anche in virtù di una convinta condivisa multietnicità?

Atteggiamento generoso ma che comporta non pochi inconvenienti che esperimentiamo già ora e che costituiscono l’argomento di chi si oppone all’apertura incontrollata delle frontiere.

Purtroppo, tali inconvenienti sono molti e constatabili quotidianamente. Innegabile l’aumento della violenza, della criminalità, di conseguenza dell’insicurezza. L’aumento degli stupri ma anche dei furti ed aggressioni, l’insicurezza di interi quartieri di città. Basta leggere i quotidiani europei. Vi è poi la grave ipoteca sull’istruzione primaria quando nelle classi gran parte degli alunni non può seguire per precaria conoscenza della lingua.

Certo non possiamo negare le nostre responsabilità. Se preoccupa la situazione di certi Paesi a tre quarti di secolo dalla decolonizzazione, bisogna anche ammettere il fallimento degli interventi ad esempio della Banca Mondiale, burocraticamente soddisfatta di versare migliaia di miliardi a governanti e burocrati locali che li hanno dissipati. È mancato l’impegno a collaborare e preparare le classi dirigenti locali. Un piccolo contributo, una goccia nel mare, l’ha dato per volere del Presidente Martinoli, l’USI con una cattedra di «Humanitarian Logistics and Management» fondata nel 2009 e che nel frattempo ha preparato quasi 200 quadri di più Paesi, tra il disinteresse del Cantone e della Confederazione.

Riprendo qui il giudizio di un diplomatico germanico che ha passato anni in Africa. Evitare gli aiuti budgetari agli Stati con amministrazioni corrotte ma per contro aiutare iniziative imprenditoriali private che possono operare nel settore sanitario, della formazione, della produzione, dell’agricoltura liberandoli da inutili e costosi lacci burocratici. Non bastano i soldi, ci vogliono operatori e imprenditori privati.

Preparare una classe locale con la potenzialità di gestire gli insuccessi della politica attuale, o peggio ancora di una politica inesistente. L’UE, e per lei i suoi Stati più importanti, non rendendosi conto delle pesanti conseguenze per le generazioni future, ha iniziato con politiche di apertura giustificate dalla (facile) generosità. La Francia cercava di far dimenticare gli errori e colpe in Algeria, in Italia vi è chi approfitta di sussidi e ottiene mano d’opera sottopagata per l’agricoltura nel Meridione, in Germania Merkel venne celebrata per il suo «ce la facciamo». Le conseguenze si vedono ancora oggi.

La politica di «un colpo al cerchio e uno alla botte» non è più possibile ed è già causa di numerosi inconvenienti. Dobbiamo coscientemente scegliere. O continuiamo ad aprire le porte, anche in virtù di generose motivazioni, coscienti però di contribuire a creare il futuro per l’Europa descritto da Michel Houellebecq nel suo romanzo «La Soumission» o riteniamo di voler difendere una civiltà con radici millenarie che ci ha sorretti sinora, e allora dobbiamo applicare con convinzione politiche coerenti. Non illudiamoci di trovare alternative.