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L'editoriale

L’immagine americana di un caos dilagante

«Viviamo in un mondo di pazzi» ha dichiarato Donald Trump nella prima intervista dopo l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca – Il presidente degli Stati Uniti ha ragione, il mondo è davvero sull’orlo di una irrazionalità molto pericolosa, ma dimentica un dettaglio di non poco conto, anzi enorme
Paride Pelli
28.04.2026 06:00

«Viviamo in un mondo di pazzi» ha dichiarato Donald Trump nella prima intervista dopo l’attentato alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti ha ragione, il mondo è davvero sull’orlo di una irrazionalità molto pericolosa, ma dimentica un dettaglio di non poco conto, anzi enorme: nei suoi primi discorsi dopo la conquista del secondo mandato, basati su un ampio buon senso «da padre di famiglia», lui stesso aveva promesso di mettere un sostanzioso freno a tutta questa follia che ancora oggi, invece, tra guerre, attentati come quello di sabato sera a Washington e polarizzazioni politiche e culturali di ogni tipo, ci ritroviamo purtroppo sotto gli occhi. Che fine ha fatto quel Trump che prometteva la pace, non solo alla propria nazione ma al mondo? Le cause di un così radicale cambio di rotta nel suo programma non sono per nulla chiare, nemmeno agli occhi degli  stessi elettori repubblicani e MAGA, mai così divisi, e una delucidazione da parte del presidente americano sarebbe un gesto politico doveroso ed essenziale. Temiamo che non arriverà, nemmeno in vista delle elezioni di midterm previste per novembre. 

Ma anche fuori dagli Stati Uniti si guarda alla Casa Bianca con sguardo attonito e molta preoccupazione. Le scene che abbiamo potuto vedere dal luogo degli spari sembrano uscite da un action movie di Hollywood, di quelli che talora sfociano involontariamente nel comico. Sulla base di alcune immagini dove Trump sembrava persino divertito, i complottisti, che non mancano mai in entrambi gli schieramenti politici, si sono scatenati: l’attentato è stato tutta una finta, hanno scritto sui social, è tutto organizzato per tenere «The Donald» al centro della scena e di una narrazione che lo dipinge come un «salvatore della patria» che ogni volta scampa eroicamente, o per volere divino, ai tentati assassini orditi dai suoi nemici.

Al di là di queste illazioni, una cosa è certa: l’immagine che gli Stati Uniti trasmettono al mondo è quella di un caos ormai sfrenato, di una sarabanda di azioni belliche senza vera vittoria né, di conseguenza, senza vera pace, di una diplomazia (quando c’è) del tutto scollegata da una grammatica comunicazionale comprensibile, anche e soprattutto a noi europei. Gli stessi media tradizionali sono in crisi di fiducia: le dichiarazioni di Trump e le scene della sua presidenza sono talmente sopra le righe, spesso talmente illogiche, da generare non solo difficoltà di interpretazione dei fatti ma una vera e propria diffidenza, che rischia pure di cronicizzarsi negli anni, indipendentemente da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. È una situazione inedita, di cui non si vede la fine. È come se negli Stati Uniti, Trump o non Trump, si fosse aperto un nuovo capitolo della storia politica, sociale e culturale del Paese. Il futuro dell’America è diventato imperscrutabile. Alcuni commentatori lo vedono come un segno di vitalità, altri di decadenza. E ogni media lo legge a modo suo, ça va sans dire.   

A fronte di questa situazione ambigua e realmente surreale, visto che l’Europa non può prescindere dagli Stati Uniti e deve trovare il modo di rapportarsi ad essi, si possono percorrere due strade. La prima è sperare che ci sia del metodo ben nascosto sotto tutta questa follia. Che Trump faccia solo da consapevole parafulmine mediatico, ma che, ad altri livelli politici, gli obiettivi siano chiari, così come i mezzi per raggiungerli, e che semplicemente non li si vuole, per ora, rivelare. Magari perché possono non piacere al resto del mondo e forse persino a noi. La seconda è basarsi solo su ciò che si vede: nient’altro che caos politico e personaggi divisi tra arroganza e incapacità. In entrambi i casi, la crisi di fiducia è concreta.