Lugano al centro di un mondo sempre più complesso

Nella pagina internet dedicata dall’amministrazione federale alla presidenza svizzera dell’OSCE, si legge subito: «La Svizzera presiederà l’OSCE nel 2026, un mandato che rispecchia la ferma volontà della Confederazione di contribuire attivamente alla pace, alla sicurezza e alla stabilità in Europa e nel resto del mondo». Molti li chiamerebbero «buoni uffici», un concetto ormai abusato, specie in politica, che non rappresenta appieno il ruolo della diplomazia e, neppure, gli equilibri precari e le dinamiche del mondo nuovo. L’OSCE, ovvero l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, vanta 57 Paesi membri (più diversi partner di cooperazione), tra i quali spiccano Stati Uniti, Russia e Ucraina. Ed è naturale che pensiamo proprio a loro, oggi, a un mese esatto dal Consiglio dei ministri che l’OSCE stessa ospiterà a Lugano. Ieri, non a caso, è stato ricordato da Ignazio Cassis, capo del dipartimento federale degli Affari Esteri e presidente in carica dell’OSCE, come non sia «un esercizio facile, nelle circostanze attuali», rappresentare così tanti Paesi e interessi in fatto di sicurezza. «La sicurezza europea sta vivendo la sua più grave crisi dalla fine della Guerra fredda. Eppure è proprio quando le divergenze sono profonde, che il dialogo diventa essenziale».
Il senso profondo delle parole di Ignazio Cassis ci coinvolge. Anche se ci è chiaro che non basterà la disponibilità della Confederazione e dell’OSCE ad appianare le divergenze tra russi e ucraini. La riunione di un anno fa, a Vienna, si era chiusa con le parole di sostegno della presidenza finlandese all’Ucraina. La ministra degli Esteri di Helsinki, Elina Valtonen, sottolineò gli ostacoli posti dall’aggressione russa al lavoro della stessa organizzazione. «Invito tutti a sostenere l’Ucraina nel raggiungimento di una pace giusta e duratura, il prima possibile», disse. Da allora, la situazione sul campo non è cambiata granché, ma certo le parti in causa hanno perso altre vite umane e il mondo tutto si è ulteriormente indebolito. Tra Kiev (e l’Europa) e Mosca non è migliorato neppure il dialogo. L’agenzia di stampa russa Tass il 29 ottobre riportava le parole del rappresentante permanente del Cremlino presso l’OSCE, Dmitry Polyansky, secondo cui uno scontro militare diretto tra la NATO e la Russia si starebbe avvicinando sempre di più. Lo stesso Polyansky ha pure sottolineato, però, l’importanza dell’OSCE, che «rimane uno dei pochi canali disponibili per far conoscere la posizione della Russia».
Mosca non rinuncia a esserci, e non rinuncerà neppure al vertice di Lugano. E proprio per questo andrà ascoltata. Non tanto perché, citando sempre il suo rappresentante, «è una spina nel fianco per i nemici», ma perché non ha senso riempirsi la bocca di concetti come i già citati «buoni uffici» se poi si parte escludendo uno dei soggetti chiamati al tavolo. Non ci piacerà, eppure l’uomo più atteso alla riunione dell’OSCE sarà ancora una volta Serghei Lavrov. Lo stesso ministro degli Esteri russo che disertò l’appuntamento, un anno fa, a Vienna. Ma l’eventuale e probabile invio di delegazioni minori da parte di USA - Marco Rubio è ugualmente in forse - e Russia nulla toglierebbe al prestigio derivante, per la città di Lugano, dall’ospitare un simile appuntamento, in particolare in un momento storico come questo. Citando lo stesso Ignazio Cassis - sono parole che ci eravamo segnati in occasione dell’ultimo WEF -, «non possiamo far finta di aver capito tutto». Disse: «C’è un continuo movimento, fatto tipico di una nuova era, di un nuovo mondo». E anche se la riunione dei ministri dell’OSCE non dovesse partorire soluzioni concrete, per Lugano - e per la Svizzera -, al netto del prestigio e pure di eventuali problemi alla mobilità, sarà l’occasione di pensarsi parte di questo mondo e di questa era. La cui complessità, per l’appunto, riguarda tutti, anche noi.


