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Opinione

Ma che fa la CIA?

L'opinione Flavio Meroni, ex diplomatico in Iran
Red. Online
13.08.2026 17:16

Che ai presidenti americani, dal colpo di stato contro il primo ministro nazionalista Mossadegh a questa parte, sfugga la complessità culturale e religiosa dell’Iran moderno è un fatto costato gravi conseguenze al Medio Oriente. L’aver stracciato, senza sostituirlo, il Piano d’azione sul nucleare concluso nel 2015 con l’ex presidente riformatore Hassan Rohani, e, a cascata, l’aver abbracciato ciecamente le offensive militari del governo Netanyahu ha creato una situazione micidiale per la regione, l’economia mondiale e la posizione stessa degli Stati Uniti nei confronti dei suoi preziosi alleati-clienti del Golfo. Sul tavolo, due condizioni praticamente non negoziabili: navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e programma nucleare di Tehran oltre a decine di miliardi di fondi iraniani bloccati e a centinaia di miliardi di costi di ricostruzione impossibili da riscuotere. Non bastasse, il processo negoziale iniziato baldanzosamente dal Pakistan e coadiuvato dal Qatar, che ha prodotto un cessate il fuoco liberamente interpretabile e un “protocollo di pace” più vago che mai, confonde piuttosto che facilita una soluzione.

Ma per gli addetti ai lavori e gli osservatori il fattore meno affidabile e prevedibile della crisi diplomatica in corso da mezz’anno, che si estende ormai con le recenti alleanze militari di marchio islamico fino alla Turchia membro della Nato, rimane l’attuale presidente americano. Circondatosi da una corte di ministri e consiglieri non si sa se più incompetenti o interessati adulatori, egli continua a pilotare da immobiliarista senza scrupoli il conflitto con la Repubblica islamica e l’assedio di Gaza senza alcun riguardo per la realtà dei rapporti di forza e gli equilibri geopolitici mondiali. Trump entrerà senz’altro nella storia americana come una mostruosità da dimenticare - e anche noi europei abbiamo avuto le nostre - ma intanto detiene in esclusiva, almeno fino alle elezioni legislative di novembre, le chiavi per uscire, senz’altro malamente, da un conflitto che sta per mettere in ginocchio l’economia mondiale.

In un’intervista concessa alla NZZ, Leon Panetta, ex direttore della CIA sotto Obama, sostiene che l’attuale Agenzia avrebbe fortemente combattuto la “farsa” raccontata dal Mossad di una caduta del regime iraniano a seguito di una rivolta popolare che avrebbe favorito l’attacco di febbraio. È più difficile credere a Panetta quando sostiene che si sia già mancata un’”occasione d’oro” non sostenendo decisamente, con l’aiuto dei ribelli curdi, i moti popolari di gennaio, poi repressi spietatamente dal governo. La CIA avrebbe invano lanciato anche l’allarme sullo stretto di Hormuz. Una ritorsione tramite il suo blocco era effettivamente temuta sin dai tempi del braccio di ferro a seguito dell’occupazione dell’ambasciata americana. Ma proprio a quell’epoca risalgono purtroppo le prime madornali “sviste” dei servizi americani sull’Iran dove, fino a poche settimane prima dell’arrivo trionfale di Khomeini, la situazione era da loro giudicata “per nulla rivoluzionaria”, senza “alcuna minaccia alla stabilità al regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi”!

Data l’assoluta mancanza di fiducia fra i due belligeranti, su cui soffia il guerrafondaio Israele, ormai nessuno osa pronunciarsi credibilmente sull’esito del conflitto. Salvo immaginare la conflagrazione finale cui Trump e il suo ministro della guerra Hegseth sognano di notte, l’unica cosa utile che converrebbe fare da subito sarebbe di cambiare tecnica negoziale, lasciando da parte gli intermediari commessi viaggiatori e investendo formalmente degli Stati estranei ai giochi regionali di veri poteri propositivi di mediazione. Come si fece proprio per l’accordo sul nucleare del 2015 con la partecipazione degli Europei o, 46 anni fa, per liberare gli ostaggi dell’ambasciata di Teheran, con Carter e Khomeini che per disprezzo reciproco non intendevano neppure mettere la firma sullo stesso documento.

Flavio Meroni ex diplomatico in Iran