Ma forse in Cina qualcosa è cambiato

Un aspetto della visita di Donald Trump in Cina dovrebbe essere analizzato con più attenzione ed è quello che cercheremo di fare. Partiamo però da quanto scritto e detto in questi giorni: per alcuni analisti la missione del tycoon è andata bene, pur senza grandi fuochi artificiali, per altri invece è stato Xi Jinping a sovrastare l’ospite, almeno per quanto riguarda lo sfarzo dell’accoglienza e lo sfoggio di sapienza retorica. Naturalmente è troppo presto per tirare le somme, anche se alcune conseguenze dell’importante incontro possiamo già osservarle: la postura statunitense nei confronti dell’Iran è diventata più flessibile, per esempio.
Ma è dal punto di vista dell’atteggiamento diplomatico complessivo di Trump nei confronti del resto del mondo che i giorni di Pechino segneranno uno spartiacque. O almeno si spera. Eravamo infatti abituati a un presidente degli Stati Uniti che faceva la voce grossa un giorno sì e l’altro pure, che trattava in modo sprezzante gli alleati europei e persino la nostra, a quel tempo, presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter. Chi non ricorda la famigerata telefonata tra lei e Trump, il 31 luglio dell’anno scorso? È stata una delle tappe più sgarbate della politica «di terrore» sui dazi condotta dall’inquilino della Casa Bianca contro le cancellerie prese di mira. Ricordiamo pure l’incontro, qualche mese prima, a febbraio, fra Trump e Zelensky, con il presidente ucraino «malmenato» a parole nello Studio Ovale dal tycoon e dal suo fido vice JD Vance. Ancora pochi giorni prima della missione a Pechino, il presidente degli Stati Uniti manteneva questa postura aggressiva, la postura di uno schiacciasassi, e non solo verso chi, in Medio Oriente, tentava di resistere alle sue minacce.
Ma in Cina qualcosa è cambiato. A fianco di Xi Jinping si è potuto vedere un Trump quasi dimesso, inedito, come non lo è stato nemmeno all’incontro con Putin in Alaska. Un Trump perfettamente cosciente di cosa siano le relazioni internazionali e con quale educazione esse vadano condotte e coltivate.
Questa è stata la vera rivelazione, per noi europei, del summit cinese: l’anno e mezzo che abbiamo passato sconvolti e sbigottiti dall’arroganza del presidente degli Stati Uniti, che ritenevamo totalmente alieno alla grammatica delle relazioni istituzionali, è stato solo un incantesimo nel quale eravamo precipitati quasi senza accorgercene. Quando vuole, infatti, Trump sa reggere benissimo un dialogo civile e produttivo sulla base di reciproci interessi di due Paesi.
Da Pechino in avanti, la tattica «violenta» del tycoon avrà molta meno presa, anche mediatica, sull’Europa. Abbiamo plasticamente appreso di non avere a che fare realmente con un «pazzo» ingestibile e pericoloso ma solo con un bravissimo attore. Sta a noi, ai nostri politici, ora, adottare una strategia adatta per fargli fronte senza permettergli di usare l’arma del tafferuglio diplomatico e mediatico, che tanto ci ha scandalizzato e fatto perdere tempo.
La visita a Pechino, insomma, potrebbe aver aperto davvero un nuovo capitolo. Al netto di suoi ripensamenti, e in vista delle elezioni americane di midterm a novembre, avremo a che fare, si spera, con un presidente più garbato, quasi normale. Non è poco, dopo quanto osservato nella (quasi) prima metà del suo secondo, pirotecnico mandato.


