Opinioni e Verità

L’interessante «scambio di allegati» (esposto-risposta-replica), intercorso tra i signori Maurizio Binaghi e Claudio Mesoniat, sul significato e sull’architettura del Patto del 1291, mi ha portato alla mente un tema trattato dal filosofo Jean Guitton [1] sul «pericolo dell’elezione». L’autore, rifacendosi a sua volta al pensiero di Pascal, afferma che di fronte a una verità, per sua natura complessa e strutturata, tendono a formarsi scuole di pensiero, le quali sviluppano argomenti ineccepibili ma contrastanti. Guitton definisce quel comportamento «spirito di sistema» che determina «la disposizione di tutti i nostri pensieri attorno a uno solo, con l’esclusione degli altri». Come dire: se seziono una verità posso sempre trarre elementi che, sembrando divergenti, sono sufficienti per alimentare partiti opposti. Il conflitto, pertanto, si genera non dalle singole prospettive, ma nel non considerare le altre come parte della verità.
Tempo fa ebbi il piacere di veder pubblicato su questo giornale una mia «opinione» dal titolo «La Storia è maestra di vita?» nel quale sostenevo che quella, se presa alla lettera, aveva la pericolosa abitudine di mostrarsi, di volta in volta, in abiti diversi rendendo inattuabile ogni tentativo didascalico. La storia, in realtà, si ripete perché è il comportamento dell’uomo che si ripete difronte a situazioni differenti solo nella forma. Tant’è che se si dovesse chiedere a qualcuno quali collegamenti esistono tra questo primo quarto del secolo XXI e il secolo XIII molto probabilmente la risposta sarebbe: nessuno.
Invece, esaminando attentamente la situazione, si scoprirebbe che anche allora si stava sviluppando una società «globalizzata», determinata dall’incrementarsi dei traffici commerciali. Anche allora si era all’alba di una rivoluzione culturale determinata, a partire da Bologna, dalla nascita delle «Università degli studi».
Non solo, ma anche allora iniziava un cambiamento politico epocale con la crisi del Sacro Romano Impero germanico e con il consolidamento dei primi Stati nazionali.
Oggi, mutatis muandis, viviamo un periodo analogo, ma con prospettive meno esaltanti. La globalizzazione, che ormai detta le regole in ogni aspetto della nostra vita, non è solo un processo mercantilistico, ma è anche un preciso progetto politico e sociale. La cultura, che si trova confrontata con la IA su un terreno pieno di opportunità, ma anche di pericoli nella misura in cui può essere utilizzata per determinare le «basi legali» necessarie per cambiamenti inimmaginabili.
Da ultimo la politica, che è generalmente orientata ad accettare di far parte di un nuovo «Sacro Globale Impero».
Per questa ragione stabilire con precisione la forma e l’anno, in cui fu redatto quel documento datato 1291, è ininfluente. Ogni ipotesi è superata dal fatto incontestabile che quella necessità «vallerana» di mutua protezione conteneva, per vari motivi, in stato embrionale l’energia indispensabile ad alimentare i principi fondativi di un Paese. Ecco, dunque, che quella ricorrenza non può essere alternativa, perché è divenuta per la Svizzera come l’anima: un organo invisibile, ma indispensabile, senza il quale il significato del 1848 sarebbe solo un evento politico. Una Costituzione si può sempre cambiare e abrogare, uno Stato può sempre passare dalla democrazia al totalitarismo e viceversa, ma nessun decreto umano potrà mai togliere il valore a un evento, quando esso è entrato nella Storia come un monumento ai valori fondativi di una Nazione.
Per questi motivi non è auspicabile procedere a un’interpretazione di quel Patto utilizzando un’esegesi «storico-critica», poiché questa è utile solo a scopo accademico. Quand’anche si venisse a sapere tutto di un documento (contesto storico, aspetti filologici, richiami formali), non si saprebbe ancora nulla, senza la comprensione del suo significato profondo.
Per fare un esempio: anche se la storia della Torre di Babele fosse solo un racconto privo di riscontri storici, ciò non toglierebbe il fatto che in quei nove versetti del capitolo 11 della Genesi è descritto, per la prima volta nella storia umana, il meccanismo che ogni potere globale utilizza per sottomettere i popoli.
Infatti, leggendoli, si scopre che il primo atto consistette in una rivoluzione tecnologica: per edificare la torre si doveva abbandonare l’uso delle pietre e, in loro luogo, introdurre quello dei mattoni. Due termini simbolo: infatti il testo in lingua originale ci mostra che nella radice della parola «pietra» (le’aben) appaiono unite le parole «padre» (ab) e «figlio» (ben), mentre nella parola «mattone» (lebenah) risalta solo la parola «figlio».
Ciò significa che dietro quella nuova tecnologia c’era solo una ideologia. Il mattone rappresentava la volontà di eliminare il concetto di «padre», ossia la tradizione e con essa l’identità. Ciascun essere umano era così ridotto ad essere «figlio di sé stesso» e, una volta privato delle sue radici, diveniva uguale, omologabile e interscambiabile, proprio come i mattoni. Lo scopo di quella Torre non era dunque un mezzo per unire le genti e per offrir loro nuove opportunità, ma era solo un fine per renderle controllabili e dipendenti.
Oggi, più che mai, occorre considerare che «la malizia dei tempi» non solo è presente, ma, a differenza del 1291, è molto più subdola.
[1] Arte nuova del pensare, pagg.63-65, Edizioni Paoline 1986
