Parole umane e smartphone

Dello smartphone si parla in lungo e in largo. Spesso se ne parla male, forse anche come una sorta di rivincita nei confronti di una dipendenza conclamata, irreversibile e difficilmente controllabile da parte di molti, giovani e meno giovani. Curioso rilevare che il termine stesso di iPhone, anglicismo da tempo saldamente acclimatato, va fatto risalire al 1997 e precede quindi di dieci anni il classico iPhone lanciato nel 2007 da Steve Jobs. A introdurre il fortunato termine è stata in effetti, ancora nello scorso millennio, la svedese Ericsson con il suo modello GS 88.
Troviamo l’informazione in un godibilissimo libro dedicato a «un’antropolgia dello smartphone», uscito quest’anno per il Mulino e scritto a quattro mani da Gabriele Balbi e Massimo Cerulo.
Il titolo del libro, Sentirsi, è abbastanza spiazzante nella sua concisione e ha una sua ragione d’essere che si consolida durante la lettura, mentre, per quanto riguarda i due autori, Cerulo insegna sociologia all’Università Federico II di Napoli, mentre Balbi è, seppur ancora accademicamente giovanissimo (47 anni), un insegnante storico all’USI di Lugano (e rettore ad interim fino alla fine di questo mese), oltre che affermato storico dei media.
Fin dall’inizio il rapporto con l’iPhone viene illustrato a tinte forti e coinvolgenti parlando di «un contenitore di abitudini» del quale si rischia addirittura «l’innamoramento».
Relazione che in fondo ben si sposa con una società composta anche di tante persone singole che si svegliano e si addormentano in solitudine. Fra i nuovi termini legati all’oggetto non poteva mancare un «-ismo», suffisso eclettico e ambivalente che può indicare, tra le svariate possibilità, movimenti artistici e patologie: è il neologismo «selfitismo » riferito alla»pratica ossessiva di fare selfie», con i relativi «bastoni per autoritratti » (selfie stick).
A proposito dell’innamoramento di cui sopra, lo smartphone sembra aver rimpiazzato «le “vecchie” agenzie di incontri». O addirittura quelle vecchissime munite di schede perforate, che si proponevano «due vite fa» con l’accattivante slogan «perché lasciare al caso la scelta più importante della vostra vita? ». E ora che le scelte parrebbero infinite
è singolare che oltre al timore di perdersene di essenziali (la famosa paura denominata FOMO «Fear of Missing Out») vi sia anche la JOMO, dove la «J» sta per «joy», ovvero la gioia per un appuntamento annullato, con relativo video celebrativo su Tik Tok. Prodromo forse «del silenzio digitale e del cosiddetto ghosting», ovvero l’improvvisa sparizione dal flusso comunicativo, ormai spesso italianizzata nel verbo «gostare» (senza la acca).
Con conseguente scoramento del «gostato» che può comunque sempre consolarsi passando intere giornate in goblin mode, (parola dell’anno 2022 per l’Oxford English Dictionary), ovvero restando tutto il giorno a casa sciattamente in pigiama, in un «isolamento digitalmente affollato».
Forse c’è di che preoccuparsi, anche se i due autori assumono una chiara posizione attendista, sostenendo che allo stato attuale della ricerca «sia prematuro capire se e quali siano gli effetti reali dello smartphone». Quindi il tecnopanico (titolo di un fortunato libro di Alberto Acerbi) andrebbe relativizzato. In fondo tante «nuove tecnologie» (cinema, telefono, radio, tv, videogiochi, ecc.) sono state accusate di molte nefandezze. Ma lo smartphone ha in fondo la capacità di rassicurarci tutti, come una specie di «Mike Bongiorno dei dispositivi», sempre raggiungibile e non altezzoso nella sua semplicità.
Le conclusioni del libro sono inequivocabili: la tecnologia dello smartphone ci piace tanto perché è popolare, comune, facile da usare, quotidiana e, tornando al titolo, il telefono (non più né cellulare né telefonino, un po’ desueti) «permette di sentirci, compenetrarci, patire assieme». Una vera «passione» nel senso ambivalente del termine.
In conclusione alcune parole chiave e una dichiarazione incisiva di questo bel libro originale: voce, parola, scrittura, comunicazione visiva (…) viaggiare, provare nostalgia, amore, odio. Lo smartphone «è la nostra vita, il telefono è umano».


