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Il ponte-diga

Pensieri francescani

La rubrica di Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
Pietro Montorfani
07.10.2025 06:00

Mentre il mondo continua imperterrito sulla sua ellittica storta, fatta di guerre, tensioni e fratture sociali alle quali da tempo non eravamo più abituati (beata illusione dei nostri occhi occidentali), cerco attorno a me qualche appiglio che mi aiuti a leggere il presente su basi più solide. Sarà l’anniversario dell’inizio del conflitto di Palestina (la strage di Hamas, gli ostaggi, la reazione sproporzionata e criminale del governo israeliano, le connivenze internazionali); sarà la ricorrenza del 4 ottobre, attorno alla quale in Italia si accapigliano da settimane destra e sinistra per la sua reintroduzione come festa nazionale, ma il pensiero non può non andare a Francesco d’Assisi, il santo di cui sembrerebbe avere più bisogno la nostra epoca: per il suo sincero e disarmato relazionarsi con l’altro, per l’attenzione ecologica, l’utilizzo equilibrato delle risorse e un pacifismo non banale. Poi certo, per chi ha fede, una devozione sconfinata nei confronti del Crocifisso e l’accoglienza su di sé delle sofferenze del mondo, di cui le stimmate sono immagine e manifestazione. Nell’imminenza dell’ottavo centenario della morte (2026), l’Oratorio di Lugano e la Fondazione Maghetti dedicheranno tutto il mese di ottobre alla riscoperta della figura e degli insegnamenti di Francesco, con mostre, conferenze, giochi, e viene voglia di passeggiare per la città alla ricerca delle vestigia che ancora ne raccontano la storia. Una storia naturalmente mediata perché, a differenza di san Carlo, l’umile figlio di Pietro di Bernardone non venne mai nella Svizzera italiana, limitando i suoi giri all’Italia centro-meridionale e alle coste mediterranee, tra Egitto e Palestina (appunto). Nonostante questo, la presenza francescana nelle terre lombarde fu precocissima: a Locarno nel 1228 e a Lugano due anni più tardi, con due conventi che portavano il suo nome, ispirati però dalla magnetica personalità di un altro santo dell’ordine, e per certi versi persino più venerato, Antonio da Padova, in quegli anni responsabile di tutte le province del Nord Italia.

La prima fondazione francescana luganese, che ha rappresentato qualcosa come sei secoli ininterrotti di accoglienza e devozione, uno oggi la cercherebbe invano: demolita all’inizio dell’Ottocento, è stata sostituita dai palazzi che ospitano la Banca Cornèr e dall’abitazione privata (già Albertolli) di un noto imprenditore immobiliare. Rimane invece per fortuna una seconda importante testimonianza, successiva di un paio di secoli e contemporanea alla riforma nota come Osservanza, cioè Santa Maria degli Angeli. Qui riesco a trovare quel pensiero di cui andavo in cerca: non già (non solo) davanti al maestoso affresco di Bernardino Luini, ma anche nei più modesti paesaggi dipinti sulle pareti che attraversano il tramezzo: due visioni di Gerusalemme – topograficamente piuttosto precise – coeve all’epoca in cui i cristiani decisero che non era più il caso di promuovere conquiste militari del Medio Oriente, in favore di una presenza più discreta, ma non per questo meno viva e operosa. I francescani, custodi di Terra Santa dal 1219, con il loro esempio e la loro abnegazione sono i protagonisti di quella lunghissima storia. In attesa di completare il mio giro, che comprende le più tarde fondazioni cappuccine di Bigorio, Sorengo e Lugano fino alle belle realtà recenti delle Clarisse di Cademario (1992) e della Fraternità Francescana di Betania di Rovio (2002), provo a immaginare che cosa avrebbe fatto san Francesco in occasione di questo 7 ottobre. Mi piace pensare che dapprima sarebbe andato a pregare in silenzio nel cimitero ebraico di Noranco, in ricordo di tutte le vittime colpevoli soltanto di essere ebree, per recarsi poi a festeggiare l’apertura della nuova moschea islamica di Giubiasco. In dialogo con tutti, pronto all’ascolto di tutti, non giudicante e non orgoglioso. Proprio come i governanti del 2025.