Quel mini dollaro che cambia il quadro

Il dollaro USA resta a livelli bassi e non c’è da stupirsene. Non è solo la volontà del presidente Trump di favorire l’export americano a creare il mini dollaro. È ormai, anche e soprattutto, la reazione di quella parte consistente di investitori internazionali che rimane sconcertata di fronte a pesanti capitoli politici ed economici originati dagli USA. Si pensi, tra gli altri, ai dazi rivolti contro il resto del mondo, ai contrasti con gli alleati occidentali sulla Groenlandia, alle azioni militari talvolta solo minacciate e talvolta anche attuate. Sul piano interno americano, poi, ci sono un enorme debito pubblico, un’inflazione che fatica a scendere, un’indipendenza della banca centrale che viene messa in discussione.
Il Dollar Index è sceso di oltre il 10% nell’ultimo anno. La discesa del dollaro è marcata, tale da segnalare problemi di fondo. La crescita economica statunitense resta superiore a quella di altre aree sviluppate, ma è anch’essa in rallentamento su base annua e comunque non può da sola contrastare l’insieme dei molti capitoli politici ed economici negativi. La nomina di Kevin Warsh come successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve ha alleggerito alcuni timori, ma rimane la spada di Damocle degli attacchi di Trump alla banca centrale. Il dollaro resta la maggior valuta di riferimento globale, ma molte banche centrali, soprattutto nell’area dei Paesi emergenti, riducono la quota della moneta USA nelle loro riserve, a favore di altre monete oppure dell’oro. Nei Paesi del Sud del mondo c’è anche chi va, per motivi sia politici sia di convenienza sui tassi, verso la conversione di debiti dal dollaro allo yuan cinese.
Nei Paesi più sviluppati, Svizzera compresa, molti investitori rimangono attratti dai mercati finanziari USA, ma al tempo stesso vogliono meccanismi per non esporsi al mini dollaro, diversificando gli investimenti e proteggendosi sul cambio. Il caos politico a molti nel mondo non piace, una parte considerevole degli analisti ritiene che il dollaro quest’anno non risalirà e che dunque rimarrà al basso livello attuale nel migliore dei casi oppure scenderà ulteriormente nel peggiore. Vedremo nei prossimi mesi come andrà, però il grado di fiducia nel biglietto verde, questo è oggettivo, ora resta basso. La performance impressionante dell’oro, che nonostante le recenti correzioni rimane a livelli elevati, suona come una conferma dell’allontanamento dal dollaro. Lo stesso franco svizzero, che sul dollaro ha ora un guadagno annuo di circa il 15%, è tenuto in alto anche da investitori, svizzeri ed esteri, che cercano porti sicuri.
Il debito pubblico statunitense viaggia attorno ai 38 mila miliardi di dollari, dunque è arrivato sin qui a circa il 125% del Prodotto interno lordo americano. I tassi di interesse USA sono più elevati di quelli di molti altri Paesi sviluppati, il costo alto dell’ingente debito è quindi ancor più sotto i riflettori. È possibile che la Fed tagli i tassi, ma più di quel tanto non potrà fare se l’inflazione non tornerà a scendere più decisamente verso l’obiettivo del 2% di media annua, impresa questa resa peraltro più complicata proprio dai dazi all’import, che certo non aiutano la discesa dei prezzi. Tassi più bassi sostengono la crescita economica e rendono meno caro il debito, ma rischiano di riattizzare l’inflazione. Per gli USA attuali trovare la quadra può essere davvero difficile.
Il dollaro debole aiuta le esportazioni americane, sì, ma solo sino a un certo punto. La competitività dell’export non è data solo dall’effetto valutario. I dati sui commerci USA sin qui disponibili, che arrivano a fine novembre scorso, indicano che nei primi undici mesi del 2025 le importazioni statunitensi ancora una volta sono aumentate più delle esportazioni, con un deficit commerciale che non è diminuito, nonostante i dazi varati da Trump. In tutto questo, la fiducia di molti investitori nelle ricette aggressive dell’attuale presidente USA mostra per forza di cose la corda. Il dollaro così rimane mini, più debole di quanto molti avessero previsto, creando nuovi problemi agli stessi USA e contribuendo a un quadro globale in cui Washington non è lo stesso faro assoluto di prima.


