Ragionare di cultura al di là dei concorsi e dei campanili

Proverbio perfetto, quello dei due litiganti e del terzo che, alla fine, gode. In questo caso a godere è stata la città di Aarau. Ma qui non avrebbe senso, oggi, provare a capire se la scelta di farne la prossima capitale culturale svizzera sia stata o meno ragionevole. Se altre candidate meritassero di più o di meno. Molto semplicemente, è stata preferita Aarau a Lugano e a Bellinzona, e anche a Thun. E poco c’è da sindacare. Anzi, visto che il progetto pilota, per il 2027, ha coinvolto la città romanda di La Chaux-de-Fonds, ci avrebbe sorpreso se la giuria avesse premiato per il 2030 la Svizzera italiana, tenendo il «concetto» ancora una volta in quella che la maggioranza del Paese vede come una delle sue periferie.
Se la duplice spedizione a Berna di ieri sa di sconfitta è, quindi, soprattutto per colpa nostra. Presentarsi con due progetti distinti e concorrenti, per quanto lecito, ha in fondo confermato a tutti che il Ticino ancora ragiona in maniera provinciale. Di fronte a un’opportunità gustosa, Bellinzona e Lugano (presentatasi con il supporto di Locarno e Mendrisio) non hanno voluto - vale per entrambe - fare un passo indietro e rinunciare nell’ottica di un bene comune, dandosi magari due differenti tempistiche, ragionando quindi sul lungo periodo. Della serie: oggi a me, domani (o dopodomani, toh) a te, ma comunque a noi. La forza, deleteria, del campanile. Non hanno perso per questo motivo, le due candidate ticinesi, ma per questo non hanno neppure fatto bella figura.
Ragionare sulla cultura che verrà è però stato un esercizio interessante, che andrà portato avanti anche a prescindere da questo concorso. Che ha un grosso merito, di stimolare cioè l’idea di cultura come movimento. Qualcosa, quindi, di molto lontano rispetto all’immagine che spesso ha - e a volte si dà - la cultura. Abbiamo infatti l’abitudine di ragionare su un concetto di cultura piuttosto statico, che si basa su quel che già c’è, sul passato, sui valori originali, sui supporti che conosciamo. Eppure la cultura è dinamica, è sì insieme di conoscenze, ma un insieme in continua - infinita - ridefinizione. In questo contesto, è sano allora continuare a dibattere sugli spazi della cultura, anche indipendente, ed è sano riflettere sul valore che la cultura porta alle città e a chi le vive, tutto l’anno o anche solo di passaggio.
Alle città ma anche all’intera nazione. È questo il senso del progetto, tra diversità culturale e coesione nazionale. Una responsabilità, quella a cui sono chiamate le città scelte, che va oltre l’opportunità turistica. La città di La Chaux-de-Fonds, nella sua presentazione, a un certo punto sottolinea: «Quest’anno è per tutti. Sia per chi vive qui che per chi è di passaggio. Per i curiosi, i convinti e anche gli scettici. Non importa da dove veniamo: basta unirsi al movimento». Concetto interessante, in particolare perché legato alla città degli orologi, del tempo che scorre, delle generazioni che si alternano e della necessità, ogni volta - in particolare oggi -, di reinventarsi. Quella di partire dalla città neocastellana è stata una scelta coraggiosa. La presentazione di cui sopra si chiude così: «Per qualche giorno, il flusso rallenta e offre un momento sospeso in cui la città trattiene il respiro. Ed è proprio lì che può succedere di tutto. Inaugurazioni. Anteprime. Feste. Installazioni monumentali. Le folle si radunano, i percorsi convergono, lo spazio si trasforma. A volte, bisogna sapere sovvertire gli orari».
C’è da augurarsi che il Ticino - ieri culturale soprattutto per opportunità - possa procedere piuttosto secondo questa responsabilità, di proporre una cultura - più cultura - in costante movimento anche al di là dei concorsi e delle definizioni, sovvertendo i nostri orari, sì, e i nostri pensieri.


