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L'opinione

Regolamentazione bancaria: quando il troppo stroppia

La stabilità del sistema finanziario è un bene pubblico essenziale – Ma non può essere perseguita a qualsiasi costo
Fabio Regazzi
24.04.2026 06:00

La recente decisione del Consiglio federale di procedere con un ulteriore rafforzamento della regolamentazione bancaria, sotto l’impulso della ministra delle finanze Karin Keller-Sutter, merita una riflessione critica. La stabilità del sistema finanziario è un bene pubblico essenziale. Ma non può essere perseguita a qualsiasi costo.

Il rischio, sempre più concreto, è che un eccesso di regolamentazione finisca per tradursi in una stretta creditizia e in finanziamenti più onerosi per le imprese. In altre parole: meno ossigeno per le PMI, che rappresentano il cuore dell’economia svizzera.

Il contesto è già delicato. L’accesso al credito si è fatto più difficile negli ultimi anni, anche a seguito dei cambiamenti strutturali nel settore bancario. Ora, con nuove esigenze di capitale e vincoli più stringenti - che colpiscono in particolare grandi istituti come UBS - il rischio è di aggravare ulteriormente la situazione.

A ciò si aggiunge un altro elemento spesso sottovalutato: la competitività internazionale. Se alle banche svizzere, e in primis a UBS, vengono imposti requisiti più severi rispetto ai loro concorrenti globali, si crea uno svantaggio competitivo evidente. In un mercato finanziario altamente globalizzato, questo può tradursi in una perdita di attrattività della piazza svizzera, in minori attività sul nostro territorio e, di riflesso, in una riduzione dell’offerta di servizi finanziari e di capitale per l’economia domestica.

È illusorio pensare che questi oneri rimangano confinati alle banche. I costi della regolamentazione vengono inevitabilmente trasferiti ai clienti: quindi alle imprese, agli artigiani, agli imprenditori e anche ai privati cittadini. E quando il credito si restringe o diventa più caro, sono gli investimenti a rallentare, l’innovazione a soffrire e, in ultima analisi, l’occupazione a risentirne.

Diversi studi, tra cui quelli commissionati dal SECO, indicano già oggi un irrigidimento delle condizioni di finanziamento per le PMI. Ignorare questi segnali sarebbe un errore.

È giusto voler evitare che in futuro i contribuenti debbano farsi carico dei rischi delle grandi banche. Ma tra questo obiettivo e una regolamentazione sproporzionata esiste una linea sottile che non va oltrepassata. Il rischio zero non esiste; esiste però il rischio molto reale di indebolire l’economia reale con misure eccessive.

La forza della Svizzera risiede da sempre in un approccio pragmatico: regole chiare, ma proporzionate; stabilità, ma anche capacità di adattamento. È questo equilibrio che oggi sembra essere messo in discussione.

Le PMI non chiedono trattamenti di favore. Chiedono condizioni quadro che permettano loro di fare ciò che sanno fare meglio: creare valore, innovare e offrire posti di lavoro e di formazione. Per questo è fondamentale che anche nella regolamentazione bancaria si ritrovi il senso della misura.

Perché una regolamentazione troppo rigida non rafforza il sistema: rischia, al contrario, di renderlo più fragile.