Se i debiti elevati vengono dimenticati

La forza d’inerzia tende a far proseguire nella stessa direzione anche quando sarebbe invece necessario cambiarla. È quanto sta accadendo per molti debiti pubblici troppo alti. Per tanti Governi è più facile non mutare linea, perché farlo significa, se si vuole seguire la via più corretta, anche e soprattutto attuare tagli della spesa pubblica improduttiva. Significa cioè mettere in discussione alcuni assetti economici e politici da molto tempo esistenti, con il rischio di veder diminuire i consensi interni ed eventualmente, dove si vota, anche perdere le elezioni. I Governi, tutti, dovrebbero in realtà guardare principalmente alla crescita e alla solidità dei Paesi nel lungo periodo, dunque anche a conti pubblici in ordine. Ma i dati ci dicono che spesso vincono ancora la difesa dell’esistente e l’ottica di breve-medio periodo.
Nell’attuale turbinio di tensioni geopolitiche, di guerre, di dazi formato Trump, i debiti pubblici vengono in molti casi messi in seconda linea o dimenticati. Si può comprendere la necessità di affrontare l’emergenza estrema anche aumentando il debito, come d’altronde è accaduto con la pandemia negli anni scorsi. Ma è sbagliato non entrare, o rientrare, poi in un trend di riduzioni. Nel complesso, l’indebitamento pubblico mondiale non è più tornato al livello del 2019, ultimo anno pre pandemia, che fu dell’82,1% in rapporto al Prodotto interno lordo (PIL) globale. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale (FMI) siamo ormai nuovamente vicini al picco del 2020, che fu del 97,4%: per quest’anno siamo al 95,3% e per l’anno prossimo al 97,2%. C’è da notare che l’indebitamento sale anche in cifra assoluta e non solo rispetto al PIL, dunque l’argomento della crescita debole del PIL non è sufficiente come spiegazione del fatto, c’è anche e soprattutto l’ampio prevalere delle spese sulle entrate pubbliche.
Purtroppo parecchi cattivi esempi vengono da Paesi di primo piano. Alcuni sono in un trend di costante incremento del debito pubblico e tra questi ci sono proprio le due maggiori economie mondiali, cioè Stati Uniti (125,8% quest’anno) e Cina (106,9%). Altri sono in dinamiche di oscillazione ma sempre a livelli elevati e tra questi Italia (138,4%), Francia (118,4%), Canada (110,7%), Regno Unito (103,6%). Il Giappone, che ha il primato negativo dell’indebitamento pubblico, lo sta riducendo ma, secondo le cifre riviste dell’FMI, è ancora a un livello molto alto (204,4%). Sul versante dei Paesi che mantengono l’indebitamento a livelli decisamente più bassi ci sono tra gli altri sempre la Germania (64,6%, pur nel trend di parziale aumento dovuto al maxi piano di investimenti) e la Svizzera (38,5%, con una tendenza ad un’ulteriore riduzione). Nel complesso i Paesi che utilizzano un rigore reale nei conti pubblici incidono meno dei molti che non lo fanno e la media mondiale tende così appunto a salire.
Sui titoli che rappresentano il debito pubblico si pagano interessi (che tra l’altro naturalmente tendono a salire quando aumenta l’inflazione) e questi oneri finanziari nei Paesi più indebitati hanno raggiunto livelli eccessivi, per usare un eufemismo. Vale la pena di ricordare che ciò costituisce un peso sia per gli Stati, che ottengono danaro ma devono dare ovviamente, come prezzo per i fondi avuti, soldi agli investitori, sia e soprattutto per le economie, a cui potrebbero andare risorse maggiori se gli stessi investitori puntassero direttamente su di esse anziché alimentare su larga scala conti pubblici che rimangono ampiamente deficitari. Una certa quota di debito pubblico è inevitabile, ma il procedere ad oltranza nell’indebitamento rappresenta un fattore negativo sia per gli Stati sia per le economie. Si può discutere su quale soglia massima sia opportuna per il debito pubblico (il tetto teorico dell’Eurozona è il 60% del PIL, la Svizzera come visto viaggia a livelli più bassi). Ma non porre limiti e perdere il controllo della questione, come continua ad accadere in molte parti del mondo, significa lasciare che nel lungo termine non ci sia un contributo a una crescita economica solida e che al contrario persista un freno a questa, nelle singole economie e, alla fine, anche nell’economia internazionale.


