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L'editoriale

Se il mondo ha scelto la via della paura

Torniamo a ragionare sull'annuncio di lunedì di Emmanuel Macron di voler rinforzare l'arsenale nucleare francese - È una tendenza che preoccupa
Paolo Galli
04.03.2026 06:00

Lunedì, alle spalle di Emmanuel Macron, in tutte le foto scattate per l’occasione nella base navale di Île Longue, in Bretagna, incombeva minaccioso il sottomarino lanciamissili balistici atomici Le Téméraire. Uno scenario impressionante. Le Téméraire, e poi Le Triomphant, Le Vigilant, Le Terrible. E presto - si fa per dire, nel 2036 - arriverà anche L’Invincible. E con esso, la Francia ha promesso nuove testate nucleari. Perché le trecento, o giù di lì, già in dotazione non basterebbero più. «Il mondo è cambiato, è diventato più pericoloso», ha fatto capire Macron. E allora serve andare oltre, lanciare nuovi segnali a chi pensa che l’Europa si sia rammollita e che non abbia più alcuna capacità difensiva. E che sia succube degli Stati Uniti, di una NATO americana che potrebbe aver fatto il suo tempo. I messaggi, in questo senso, di Donald Trump, nell’ultimo anno abbondante, sono stati parecchi, ed espliciti. Macron ha comunque negato che questa sia una nuova corsa agli armamenti. Resta il fatto che dopo anni di decrescita controllata dell’arsenale, ora la dottrina francese ha cambiato direzione.

La notizia, in sé, non sorprende. E neppure sorprende la tempistica. Soltanto pochi giorni fa è scaduto l’ultimo accordo che limitava il numero di armi strategiche schierate da Stati Uniti e Russia, ovvero il New START. E nessuno sembra davvero intenzionato a sedersi a tavolino e a definire nuovi contorni che definiscano le soglie oltre cui non spingersi per non mandare il mondo verso quell’Apocalisse in realtà mai così vicina come oggi. Vladimir Putin ipotizzava pigramente di rinnovare il patto - da lui stesso sospeso dopo l’invasione dell’Ucraina - per un anno ancora. Mentre Donald Trump si era limitato a dichiarare: «Se scade, scade. Faremo un accordo migliore». Già, ma non ci sono accordi migliori in vista. Non ci sono accordi. Niente di niente. L’unica azione concreta da parte statunitense è stata l’attacco all’Iran, proprio per bloccare la corsa di Teheran alla fabbricazione di armi nucleari. Ma l’impressione è che Washington non sia davvero interessata a una retromarcia. Non con Trump nello Studio Ovale.

E l’Europa, quindi? L’Europa si trova nel mezzo, tra le due potenze più dotate, ma di colpo ai margini dei giochi globali. Il Vecchio Continente prova a dire la sua sui vari conflitti, ma spesso si muove in ritardo, rincorrendo, quasi per posa, ma raramente richiesto e coinvolto. In questo contesto, Macron rivendica con orgoglio il proprio ruolo, di leader francese, ma anche - in qualche modo - di possibile guida per l’Europa tutta. Si mostra a braccetto con Friedrich Merz e con Keir Starmer, sia sulla questione ucraina, sia - oggi - sulla «deterrenza avanzata» nucleare. Ma tiene per sé l’uso esclusivo, semmai, del pulsante per attivare le armi più devastanti. Un ombrello che lui soltanto può permettersi di aprire. E avverte: «Per essere liberi, bisogna essere temuti». Questo vale, in particolare, in vista del prossimo mezzo secolo, da lui stesso definito come «un’era di armi nucleari». Non ha precisato, però, quante testate basteranno per essere davvero temuti. La Francia non renderà più pubbliche le cifre. Sarà, quindi, una deterrenza basata anche sui non detti, sulle ipotesi.

L’annunciata mancanza di trasparenza non è certo una buona notizia, in particolare per le generazioni future. Tutta questa enfasi posta sul riarmo nucleare ci riporta di colpo indietro di più decenni, alla corsa agli armamenti nucleari della Guerra Fredda. Una corsa che rese il mondo più pericoloso. Perché più armi, più armi nucleari, significano per forza anche più tensione, maggiori incertezze. È vero, come ha sottolineato Macron, che «stiamo vivendo un periodo di sconvolgimenti geopolitici pieni di rischi» - e quanto sta avvenendo in quella polveriera che è oggi il Medio Oriente rappresenta la summa di questi sconvolgimenti -, ma è altrettanto vero che la direzione intrapresa non contribuisce alla ricerca di una soluzione. La questione della deterrenza è molto delicata, anche perché si basa non solo sugli arsenali, ma pure sulla percezione di grandezza e di convinzione militare delle singole potenze. E tale questione è diventata ancor più delicata, per l’Europa, di fronte all’ambiguità di Trump rispetto ai propri alleati, rispetto alla NATO e a un concetto di difesa allargato. Non esistono soluzioni semplici, in questo ambito e, men che meno, in questa epoca. Si capisce, quindi, la natura della mossa strategica di Macron - che è anche interna, in vista delle presidenziali del prossimo anno -, ma ci chiediamo se non fosse possibile scegliere la via opposta, quella di una diplomazia rafforzata, di una via più chiara verso la pace, cercando di trovare la libertà attraverso un rispetto riconquistato , invece che attraverso la paura. Una domanda, la nostra, di fronte al sottomarino Le Téméraire, destinata a rimanere sospesa.

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