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L'opinione

Sentimenti nazionalistici e reciproci preconcetti

Il Consiglio di Stato ticinese, a maggioranza relativa leghista, è in guerra contro tutti: contro l’Italia, contro Berna
Giò Rezzonico
13.06.2026 06:00

Il Consiglio di Stato ticinese, a maggioranza relativa leghista, è in guerra contro tutti: contro l’Italia, contro Berna. Come mai? Per il complesso di sentirsi Cenerentola o per altre ragioni? La componente vittimista è sempre presente, ma c’è anche dell’altro. Iniziamo dalla diatriba con l’Italia: la contesa del topolino (un piccolo cantone elvetico) che vuole imporre sanzioni all’elefante (una nazione di 60 milioni di abitanti).

Il governo italiano desidera imporre un «contributo» ai suoi cittadini che lavorano in Svizzera ma usufruiscono del sistema sanitario italiano. Questo importo sarebbe richiesto ai cosiddetti «vecchi frontalieri». Quelli cioè che sono stati assunti prima che i governi italiano e svizzero firmassero il nuovo accordo che regola il frontalierato. Favorevole a questa legge è soprattutto la Regione Lombardia, amministrata dai cugini leghisti d’oltre confine. Parlo di»contributo» e non di tassa, in quanto qualora fosse una tassa il Consiglio di Stato ticinese avrebbe ragione a reclamare e minacciare sanzioni. L’accordo del 2023 impedisce infatti all’Italia di imporre nuove tasse ai suoi lavoratori impiegati in Svizzera. Per gli italiani il «contributo» non è una tassa, bensì una corretta partecipazione alle spese mediche per le cure ricevute in patria. Si tratta quindi di una diatriba squisitamente giuridica da risolvere in sede di trattative. Ma perché la Lombardia vuole imporre questo contributo? Certamente anche per rendere meno attrattivo per i suoi cittadini, dal profilo finanziario, lavorare in Svizzera. Le industrie e il sistema sanitario lombardo sono infatti messi sotto pressione dall’entità di questi espatri.

A questo punto mi chiedo se, con un po’ di coerenza, i sovranisti locali (Lega in pompa magna e UDC a rimorchio) non dovrebbero ringraziare, anziché reclamare, i cugini lombardi che intendono limitare l’invasione dei frontalieri nel nostro cantone. Non hanno infatti sempre gridato allo scandalo per una loro eccessiva presenza sul nostro territorio? Hanno addirittura in buona parte costruito la loro strategia politica su questo cavallo di battaglia. Mi sono dapprima domandato se non hanno finalmente capito che la nostra economia (fondata su manodopera a bassi salari) e la nostra socialità (per la presenza di personale italiano medico e infermieristico) andrebbero con le gambe all’aria senza l’apporto della manodopera d’oltre confine. Ammetterlo sarebbe però un suicidio: significherebbe riconoscere di aver sbagliato politica per anni.

Perché allora irrigidirsi anche con Berna che chiede giustamente di affrontare la situazione con equilibrio, di non minacciare sanzioni e di risolvere la diatriba con trattative basate su perizie giuridiche? Perché tra un anno si vota per il rinnovo dei poteri cantonali e questa situazione può essere spesa bene a fini elettorali per risollevare le sorti di una Lega in profonda crisi, soprattutto dopo gli scandali che l’hanno coinvolta. Anche chi ha sempre disdegnato i rapporti con i media ora balza alla ribalta con dichiarazioni altosonanti. Il sentimento popolare, soprattutto quello di un certo elettorato, è molto sensibile al discorso di sentirsi incompreso da quella Berna che Bignasca, il padre fondatore del partito, semplificando chiamava «Krukki». Un sentimento che ha radici storiche profonde e che può sempre tornare comodo in campagna elettorale.

E contro l’Italia? È purtroppo fin troppo nota l’assurda avversione di molti ticinesi nei confronti della nostra seconda patria culturale, dopo quella elvetica. Un’avversione recentemente fomentata dal governo sovranista della penisola con prese di posizione assurde in occasione della tragedia di Crans-Montana.

I sovranisti, da una parte e dall’altra del confine, spingono su pericolosi sentimenti nazionalistici (basati su reciproci preconcetti), proprio su quelle passioni che hanno funestato la prima metà del Novecento in Europa.