Sgraditi compiti

«Ho lo sgradito compito di comunicarvi quanto segue». Così, il 6 giugno del 2000, il presidente del Consiglio di Stato Giuseppe Buffi, un mese prima di morire, informò il Parlamento dell’inchiesta contro i vertici della giustizia ticinese. Era l’inizio del cosiddetto Ticinogate che avrebbe portato alla condanna per corruzione del presidente del Tribunale penale cantonale. Uno scandalo unico in Svizzera, una crisi istituzionale senza precedenti. Quella frase di Buffi m’è rimasta nella memoria assieme al silenzio irreale nell’aula del Gran Consiglio. Sul battellino in navigazione verso i grotti lacustri, con il carico di gazzosa e Barbera fatto col mulo per dei «mez e mez» sempre molto richiesti, ho ricordato quei fatti ad Asia perché, 26 anni dopo, tra un inciampo e l’altro, siamo sprofondati nella melma di un’altra grave crisi istituzionale con il penoso crepuscolo politico del consigliere di Stato Claudio Zali. Un amico addentro alle faccende di Palazzo m’ha confidato che in questi giorni s’è sentito come se fosse ripassata l’ondata devastatrice della buzza di Biasca. Le odierne, torbide vicende, non ancora chiarite dal lato giuridico, e quelle del Ticinogate non hanno nulla in comune (salvo il fatto che allora il protagonista era il presidente del Tribunale penale e oggi è l’ex presidente dello stesso Tribunale, poi divenuto consigliere di Stato), ma sono entrambe l’origine di sconquassi senza pari ai vertici della Repubblica e Cantone Ticino. È ovvio che nel Paese circoli l’idea di mandare tutti fuori dalle balle per fare piazza pulita (un po’ ipocritamente, bisogna sempre ricordarlo, perché la classe politica che contestiamo l’abbiamo eletta e rieletta noi). La latitanza prima e i balbettamenti poi di un Governo scollegato dalla sua cittadinanza sono stati nefasti e si sa che il populismo cresce laddove chi ha responsabilità politiche abdica al proprio dovere. La mia amica microinfluencer del lago e content creator osserva però che adesso la presidente del Consiglio di Stato Marina Carobbio Guscetti ha parlato chiaro e che quindi dobbiamo avere fiducia nella ricostruzione della fiducia, mentre la politica deve ricominciare a occuparsi dei problemi dei cittadini, come quello dei premi di cassa malati. Banale, ma anche ottimo esempio alla vigilia della comunicazione di presumibili nuovi aumenti e a un anno dal doppio ceffone che il popolo ticinese ha rifilato ai neghittosi guardiani dell’immobilismo politico, con il Governo che, anche qui scollegato dalla realtà, ha tentato di andare avanti come se nulla fosse. Quel voto popolare, detto en passant, è stata l’unica gioia del povero Picca, il coordinatore della Lega verso il quale Asia nutre un’umana solidarietà. Su di lui s’è accanito l’allocco incontinente procurandogli un grande ribollire di busecche dalle grottesche avventure stradali di Norman Gobbi allo schifosissimo caso Hospita, dalle giustificazioni per coprire la cretinata dell’arrocchino al baratro in cui s’è infilato Claudio Zali favorendo le mire dell’eccitatissima UDC di papparsi la Lega con la complicità del Mattino. Eppure lui, il Picca, ha ancora un guizzo di disperato ottimismo e invita a guardare avanti per affrontare i veri problemi della gente. È quello che ha sostenuto anche il Governo svolgendo lo sgradito compito di togliere tutte le competenze a Zali: è giunto il momento di voltare pagina. Forse sarebbe meglio cambiare libro.


