Su Crans un circolo vizioso

Se intorno alle indagini sulla tragedia di Crans-Montana permarrà tutta questa acredine, questo livore, è plausibile prevedere che la sentenza che scaturirà dal futuro processo, quale che essa sarà, non soddisferà nessuno in termini di giustizia. Né i famigliari delle vittime, già durissimamente provati, né i media svizzeri né quelli stranieri. A poco più di un mese e mezzo dal disastro di Capodanno, la situazione è già francamente insostenibile. Temiamo che, se alla situazione non verrà imposto, magari dall’alto, un netto cambio di rotta, si andrà avanti così fino alla sentenza. E anche dopo. I media, anche quelli più seri, sono presi all’interno di un circolo vizioso: solo a commentare quanto trapela dalle indagini si rischia di alimentare un motore che gira a vuoto e, purtroppo, pure di suscitare una forma di rigetto nelle persone che vogliono solo essere informate correttamente e con asciuttezza e rigore, come ci stiamo sforzando di fare, fin dalle prime ore di quel maledetto rogo, su queste colonne. A fronte di bordate continue, specialmente dall’Italia, siamo sempre più convinti della nostra linea misurata, che terremo ferma. Ma è fatica improba. Nessuno vuol negare che l’inchiesta vallesana abbia tuttora dei lati fragili, per non dire fragilissimi: il frettoloso rilascio dei coniugi Moretti dietro una blanda cauzione, i presunti legami degli stessi con funzionari del Comune di Crans-Montana, il ritardo nell’ascoltare alcuni testimoni o di acquisire materiale probatorio. Ma non si tratta di punti irrisolvibili. La nomina di un procuratore straordinario, come abbiamo già suggerito, potrebbe dirimere molte questioni senza intaccare l’autonomia della magistratura. Anche il possibile aumento del numero degli indagati non deve spaventare: se c’era una rete di connivenze intorno ai Moretti, che venga pure portata alla luce, e al più presto. Si potranno così stabilire tutte le responsabilità. La giustizia di un Paese all’avanguardia come la Svizzera funziona, o dovrebbe funzionare, con linearità, semplicità e una grande affidabilità di fondo. È l’unica cosa che possiamo contrapporre agli sconsiderati attacchi che, dall’interno e soprattutto dall’esterno, sta ricevendo il nostro sistema giuridico (e sono ferite che restano). Questo dovrebbe preoccupare anche Berna, che potrebbe e forse dovrebbe intervenire non tanto sui modi e sui contenuti delle indagini in Vallese, ci mancherebbe, ma a difesa della reputazione giuridica elvetica. Un’operazione empatica, di tipo culturale e diplomatico, che non è stata ancora messa in atto. Il bilancio di quarantuno giovani morti, di cui 23 svizzeri, avrebbe richiesto, oltre che un composto e duraturo dolore, un’azione investigativa più consapevole della delicatezza del contesto. Finora, con tutto il rispetto, si è effettivamente vista più confusione che risultati. Alcuni media hanno però preso in ostaggio le indagini e si stanno già sostituendo, nell’atmosfera generale, agli inquirenti. Urge correre ai ripari, e in fretta.


