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L'opinione

Tra pietre e mattoni

L'opinione di Carlo Baggi
Red. Online
10.10.2025 10:57

Nel principio del libro della Genesi è scritto che l’Elohim (l’Essere degli Esseri) diede avvio alla Creazione con una espressione imperativa: «Sia la luce», una sorta di deflagrazione, che la scienza chiama «Big Bang». Quella luce primordiale proveniva dal «Nulla», ossia da un «Tutto indifferenziato», un campo senza spazio e senza tempo. Da quell’istante essa, fecondata dalla «Parola», iniziò a generare l’Universo e la realtà materiale visibile. Non è pertanto un caso che, nella lingua originale della Genesi, il vocabolo «parola» sia il medesimo che si usi per dire «cosa» e che, pertanto, il «parlare» possa anche significare, in senso lato, il «far cose».

Non è ancora un caso che una traccia di quel potere creativo si ritrovi anche nella parola dell’uomo allorché, partendo dall’astrazione del pensiero, le permette di «formare» eventi, situazioni e sentimenti. Sta di fatto che già nell’antichità la filosofia paragonava le parole a dei «farmaci» in grado di guarire o di avvelenare.

Considerato pertanto questo grande potere, nel bene e nel male, è indispensabile che la parola necessiti di parametri di discernimento strettamente collegati al sapere, perché è da quello che la verità emerge.

È quindi prioritario chiedersi: che cosa ne è oggi delle parole e del sapere? Un quesito che deve condurre a una riflessione, perché se è pur vero che la religione, la filosofia e la scienza classica, si sono succedute nella storia dell’uomo come esclusivi riferimenti della conoscenza e quindi della verità, nel nostro tempo è la nuova tecnologia, che tende a divenire l’unica stella che indica la rotta verso la verità.

Una tensione tuttavia pericolosa, perché questa tecnologia, come tutte le invenzioni dell’essere umano, è bifronte possedendo la capacità di agevolare l’ascesa evolutiva o di degradarla. In particolare, se non dominata, potrebbe divenire un catalizzatore per due ambizioni, che affondano le radici nella notte dei tempi.

La prima può essere definita della sindrome del Creatore, ossia l’aspirazione di poter dominare i fondamentali dell’esistenza naturale ed umana. La seconda è promotrice di un’ideologia che, esasperando il principio di eguaglianza, determina l’eutanasia dell’identità.

Per comprendere meglio questi rapporti, possiamo attingere all’insegnamento contenuto nel racconto della Torre di Babele. Entrando nel merito, quel brano ci riporta al periodo in cui l’umanità postdiluviana, dopo aver girovagato sparsa per la terra, si era raccolta in alcuni insediamenti nella pianura di Shinar e tutti parlavano la medesima lingua. In quel tempo avvenne che un certo Nimrod (il nome significa «ribelle»), bisnipote di Noè, si fece riconoscere come re grazie alle sue doti di guerriero. Costui, instaurò una feroce tirannia il cui fine era duplice: dominare su quelle popolazioni e farsi antagonista di ogni futura sudditanza divina. In quella prospettiva egli stabilì che il nuovo mondo doveva erigere una torre imponente, «alta fino al cielo». La motivazione ufficiale era di voler creare un riparo da eventuali ulteriori diluvi, mentre quella nascosta era di poter controllare meglio quella popolazione facendo in modo che tutti restassero concentrati in un sol luogo e che continuassero a parlare un’unica lingua.

Il primo atto di questo nuovo corso consistette in una rivoluzione tecnologica: per edificare la torre si doveva abbandonare l’uso delle pietre e, in loro luogo, introdurre quello dei mattoni. Se si considera solo l’obiettivo edilizio, la decisione tecnica appare molto appropriata; tuttavia, se si esamina l’intenzione recondita, essa rivela il vero scopo.

I commentatori lo individuarono nella lettura simbolica profonda del testo in lingua originale, in cui è descritto l’evento (Genesi11:3). In particolare, notarono che mentre nella radice della parola «pietra» (le’aben) apparivano unite le parole «padre» (ab) e «figlio» (ben), nella parola «mattone» (lebenah) risaltava solo la parola «figlio».

Due termini simbolo, che rivelavano come dietro quella nuova tecnologia non ci fosse nient’altro che una ideologia, utile per acquisire un potere globale e assoluto. Infatti, l’eliminazione del concetto di «padre» sottintendeva la volontà di distruggere la tradizione e, con essa, i significati e gli insegnamenti della storia e quindi impedire la capacità di discernere gli eventi.

Ciascun essere umano restava così «figlio di sé stesso» e, privato della sua identità genealogica, diveniva uguale, omologabile e interscambiabile, proprio come i mattoni. Quanto al risultato finale di quella prima globalizzazione si sa che essa si frantumò, sotto il peso di un’unità falsa, innaturale e blasfema.

La Torre non era dunque un mezzo per unire quelle genti e per offrir loro nuove opportunità, ma era un fine per renderle controllabili e dipendenti, rendendo quel linguaggio comune un «pensiero unico». Un termine che si contraddiceva nei fatti, perché se fosse stato genuinamente unico sarebbe salito dall’incontro corale di una pluralità d’individui liberi. Quello che stava dilagando a Babele era, al contrario, un «pensiero conforme», frutto di un’ideologia dominante.

Considerata la morale di questo messaggio e riportandoci ai nostri tempi e alle prospettive che la nuova tecnologia offre, appare prudente disporre serie guarentigie, affinché non si sviluppino forme patologiche di controllo. In particolare, per quanto concerne la c.d. Intelligenza Artificiale, è indispensabile evitare che si identifichi come guida e unica fonte del sapere. Essa dovrà restare solo uno strumento, tenuto comunque conto che, potenzialmente, tenderà a rispecchiare le intenzioni di chi la forma.

L'opinione di Carlo Baggi