Trump sulla via di Tehran

Reza Ciro Pahlavi, figlio dello Shah cacciato da Komeini nel 1979, cerca puntualmente, da Washington dove risiede come cittadino americano, di reintestarsi ogni movimento popolare contro la mollahcrazia di Tehran. Finalmente, da tre settimane a questa parte, nelle strade e le piazze del Paese decine di migliaia di manifestanti pronti a sacrificarsi per abbattere la dittatura islamica pare scandissero proprio il suo nome. Contro le aspettative di parecchi specialisti, che prevedevano riemergessero in quest'occasione figure come quella dell’ex presidente riformatore Hassan Rohani, cui si deve l’apertura verso l’Occidente culminata nell’accordo sul nucleare del 2015. L’apparente anche se occasionale popolarità di Reza Pahlevi, che si propone come “garante di una transizione democratica”, è ancora più strana considerando che la stragrande maggioranza dei manifestanti non hanno affatto conosciuto la monarchia e si battono per delle libertà di cui quella iraniana non era certo un modello.
Se, contro un regime dominato da clerici completamente screditati e un Corpo dei pasdaran pronto a tutto per difendere il controllo dell’economia nazionale, la manifesta debolezza dell’insurrezione popolare resta sempre la mancanza di una forte guida di riferimento, quest’ultimo sollevamento popolare ha presentato comunque delle caratteristiche che ne fanno ormai una nuova realtà. Si è detto che la rivolta è partita dai commercianti e dai bazari, i mercanti che tradizionalmente appoggiavano il regime khomeinista. Si è sottolineata ormai l’insostenibile situazione economica del paese, corrotto dai traffici e dal contrabbando gestito dai pasdaran e strangolato dalle sanzioni occidentali in seguito al fallimento degli accordi sul nucleare militare. Va anche presa in considerazione la deludente debolezza del “moderato” presidente Pezeshkian davanti al fondamentalismo della “guida suprema” Khamenei, ai massacri perpetrati dai miliziani ai suoi ordini e all’interruzione delle comunicazioni nel paese. Ma ora c’è di nuovo che la contestazione è veramente portata dall’insieme della popolazione, non più solo dagli universitari come nel 1999, dagli elettori delusi come dopo la riconferma nel 2009 dell’integralista Ahmadinejad, né dalle donne costrette nel chador come tre anni fa dopo l’uccisione di Mahsa Amini.
Nelle strade sono scesi tutti, i figli finalmente accompagnati dai genitori, le donne sventolando i loro scialli, gli uomini d’ogni età che accendono i fuochi e i giovani, anche figli di pasdaran, che prendono a sassate i guardiani del governo urlando contro la dittatura. Dal ’79 non si vedeva un fronte così compatto e rappresentativo contro un regime ormai asserragliato dietro un ayatollah sanguinario, ossessivamente antiamericano e prossimo a una successione piena d’incognite. È anche comprensibile che questa volta, differentemente dagli attacchi missilistici del giugno scorso, gli oppositori del regime guardino a un intervento esterno con altri occhi che fino a ieri. Nonostante il passato statunitense rimanga negativo: dal colpo di Stato contro Mossadegh e il rimpatrio dello Shah nel 1953 al suo ricovero negli USA nel ’79. Gli Americani in Medio Oriente si sono regolarmente mossi secondo la loro inveterata ignoranza della geopolitica regionale, ma questa volta Trump ha dovuto infine ascoltare gli allarmi dei suoi alleati locali. Washington non dovrà comunque più sottovalutare la volontà del regime iraniano di difendere ad ogni costo l’unico Stato sciita del mondo e sopravvalutare l’impatto di qualche missile su un sito nucleare o una base delle guardie rivoluzionarie.


