UBS: Troppo grande per fallire, troppo grande per partire

Conclusasi la sessione autunnale delle Camere federali, è già tempo di prepararsi a quella invernale, che si apre il 30 novembre. Anzi, qualcuno ha cominciato prima ancora che i parlamentari fossero congedati. Parliamo di UBS e dei requisiti di capitale. All’indomani del voto degli Stati, che hanno sostanzialmente seguito il Governo - partecipazioni estere coperte al 90% con capitale proprio di qualità primaria (CET1), contro il 45% attuale - un poco noto portale d’informazione americano ha riferito che i vertici della banca avrebbero rispolverato un «piano B», cioè di trasferire la sede fuori dalla Svizzera, magari tramite una «combinazione» con un altro istituto. Si è fatto il nome di Morgan Stanley (dove il presidente di UBS Colm Kelleher ha lavorato trent’anni), ma anche di Standard Chartered e Deutsche Bank. Poi è arrivata la lettera aperta di Artisan Partners, azionista con oltre l’1,8% del capitale, secondo cui la Svizzera «non è più una sede attraente» per UBS. Già un anno fa il fondo svedese Cevian, pure azionista, era stato ancora più netto, affermando che con le regole proposte da Berna non resterebbe «alcuna opzione realistica» per UBS se non andarsene.
Sorvolando sul tempismo quanto meno sospetto delle indiscrezioni, approfittiamo della «pausa» parlamentare per qualche riflessione su un dibattito che rischia di deragliare dai binari della ragione. Da una parte e dall’altra, precisiamo. Sì, perché sia il Dipartimento delle finanze (con BNS e Finma), sia UBS hanno ragione, ciascuno a modo suo. Il DFF vuole evitare che, in caso di crisi, il conto finisca di nuovo sul tavolo del contribuente. Difficile dargli torto, dopo Credit Suisse e, prima ancora, il salvataggio di UBS nel 2008. UBS, oggi tutt’altra banca rispetto ad allora, deve invece restare competitiva. Ai rivali «solidi», come ad esempio Morgan Stanley o HSBC, le rispettive autorità chiedono un CET1 minimo tra il 10 e il 12% degli attivi ponderati per il rischio; con le nuove regole, per UBS l’asticella salirebbe di fatto attorno al 15%. In altre parole, per guadagnare quanto i concorrenti, dovrebbe far pagare di più i suoi crediti. Secondo Artisan, i 16 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo - stima condivisa da UBS - costerebbero agli azionisti circa 36 miliardi di valore di Borsa, quasi un quarto della capitalizzazione.
UBS è un’azienda privata e, come tale, mira al profitto e a creare valore per i suoi azionisti. È la sua ragion d’essere. Solo prosperando può restituire qualcosa alla collettività, con imposte, posti di lavoro o sponsorizzazioni (si pensi al Locarno Film Festival, sostenuto dal 1981). Se le condizioni quadro arrivano a compromettere quel valore, è naturale, anzi doveroso per un Consiglio di amministrazione, valutare alternative.
E chi sono questi azionisti? In larga parte investitori istituzionali, come fondi d’investimento e previdenziali, svizzeri compresi. UBS è già oggi un po’ «di tutti» e se soffre il titolo in Borsa, soffrono anche i risparmi e le pensioni di molti cittadini, gli stessi contribuenti che si vuole proteggere.
L’ipotesi del trasloco va comunque presa con le pinze. Se non altro, costerebbe. Parecchio. Oltre alle complicazioni giuridiche evocate da Karin Keller-Sutter, c’è il «conto d’uscita» del fisco, che secondo alcune stime supererebbe ampiamente i 10 miliardi di dollari. Poi c’è il «cuore domestico», che nessuno pensa di abbandonare. Le sole attività svizzere valgono, per gli analisti, circa 39 miliardi, un quarto della capitalizzazione di mercato. Non da ultimo, c’è la clientela. Il modello d’affari di UBS poggia - ricorda la «ministra» - sulla stabilità, sullo Stato di diritto e sulla «swissness», come confermano gli afflussi verso le banche private durante il conflitto in Medio Oriente. Difficile pensare che i facoltosi clienti del Golfo o dell’Asia affiderebbero con la stessa serenità i loro patrimoni a una banca sotto giurisdizione americana.
In Svizzera, poi, UBS non è soltanto la banca di correntisti, risparmiatori e patrimoni gestiti. È un attore di primo piano nella «corporate finance», tra crediti commerciali, collocamenti azionari e obbligazionari e operazioni societarie (M&A). Per le grandi operazioni, dove si misura con i colossi americani ed europei, le alternative elvetiche, dopo la scomparsa di Credit Suisse, semplicemente non ci sono. In dicembre toccherà al Nazionale pronunciarsi sulla «Lex UBS», il pacchetto di una ventina di misure con cui il Governo rivede la Legge sulle banche. La materia è molto tecnica e viene da chiedersi se tutti i duecento deputati a Berna dispongano degli strumenti per valutarne fino in fondo le conseguenze. Non è questione di sfiducia, ma di metodo, perché una decisione di questa portata va presa su basi finanziarie, non politiche o, peggio, ideologiche. Dopo il crollo di Credit Suisse si è ripetuto che UBS era diventata «too big to fail», troppo grande per fallire, se non addirittura «too big to save», troppo grande per essere salvata. Forse ne va aggiunta una terza: «too big to leave». Troppo grande - e troppo svizzera - per andarsene. Ma anche troppo importante perché la Svizzera la lasci andare a cuor leggero. Converrebbe ricordarlo, da entrambe le parti.


