Un flash sul confine tra privato e politica

I politici sono uomini e donne. Sono umani, dunque imperfetti. Come noi e come chiunque abbia deciso di iniziare a leggere questo editoriale. Fanno cose giuste, persino irreprensibili, e altre che provocano una più o meno severa reprimenda. Talvolta, però, lo scivolone non è soltanto veniale: diventa sostanziale, supera le regole scritte ed entra in rotta di collisione con la legge. È quanto accaduto al co-presidente del Partito socialista Fabrizio Sirica, immortalato a giugno da un radar a Wassen, nel canton Uri, mentre viaggiava in moto a 104 km/h su un tratto limitato a 50. Sirica ha scelto di raccontarlo personalmente con un videomessaggio, assumendosene la responsabilità. La giustizia farà il proprio corso. Un precedente quasi sovrapponibile - 104 km/h con limite di 50 a Casaccia - si concluse con dodici mesi sospesi, una multa di duemila franchi e due anni senza patente. Ma un precedente non è una sentenza anticipata. Di certo, la vicenda lascerà una macchia sulla fedina penale se sfocerà in una condanna, alleggerirà il portamonete di Sirica e renderà più scomoda l’azione politica sua e del suo partito sul terreno della sicurezza stradale. Tanto più che il PS si è spesso fatto paladino delle regole della strada, compreso quel severissimo meccanismo del «pirata della strada» che da queste colonne abbiamo già giudicato eccessivo, soprattutto se confrontato con certe pene inflitte per reati ben più odiosi, come quelli di pedofilia. Ma questa, appunto, è un’altra storia. La storia di oggi non riguarda soltanto la velocità. Riguarda il momento in cui un fatto privato smette di esserlo. Cosa, quanto, come e quando un politico deve sentirsi obbligato a rendere pubblici i propri inciampi? La domanda non nasce con Sirica e non morirà con lui. Negli ultimi anni, semmai, ha subito un’accelerazione degna - ci si perdoni la metafora - di un rettilineo senza radar. I social non si alimentano per magia anche se poi sono gli algoritmi a ordinare ciò che noi, umanamente e scioccamente, offriamo loro. Più spalanchiamo le finestre quando splende il sole, più diventa difficile chiuderle quando arriva il temporale. Vale per tutti, ma per chi esercita una funzione pubblica vale un po’ di più.
Ci sono almeno tre buone ragioni per pretendere trasparenza. La prima è la fiducia democratica: i cittadini hanno il diritto di sapere se chi li rappresenta agisce in modo coerente con i valori che predica. La distanza tra parole pubbliche e comportamenti privati, quando questi hanno conseguenze collettive, non è semplice curiosità: è materia politica. Chi costruisce consenso sulla morale deve poi ricordare un antico principio, adattato ai tempi: chi di morale ferisce, di morale può perire. Senza, però, fare di tutta l’erba un fascio. La seconda ragione riguarda i conflitti d’interesse. Relazioni personali, affari familiari, dipendenze economiche o altre circostanze private possono orientare decisioni pubbliche. In questi casi la trasparenza non è voyeurismo, ma un argine alla corruzione e al favoritismo. La terza è quella che gli anglofoni chiamano “accountability”, termine un po’ freddo per dire una cosa semplice: chi esercita il potere deve rendere conto di come lo usa.
Ma esistono almeno tre ragioni altrettanto solide per non trasformare ogni politico in una casa di vetro senza tende. La prima riguarda i terzi. Figli, partner e familiari non hanno scelto la vita pubblica. Esporre il protagonista significa spesso esporre anche loro, con danni reali per persone che non hanno commesso nulla e non devono rispondere di nulla. La seconda è l’effetto deterrente. Se candidarsi significa consegnare al pubblico ogni pagina della propria vita, molte persone competenti e integre preferiranno restare fuori dalla politica. La terza è la strumentalizzazione. La vita privata può diventare una clava politica o mediatica, utile a spostare il confronto dalle decisioni sostanziali agli scandali, veri, presunti o del tutto irrilevanti.
Dove passa allora il confine? Non tra pubblico e privato in senso astratto, ma tra ciò che suscita curiosità e ciò che ha rilevanza pubblica. Nel caso di Sirica quella rilevanza esiste: c’è una grave infrazione contestata, c’è il ruolo istituzionale, c’è la posizione politica del suo partito e c’è una procedura destinata ad avere conseguenze. Rendere noto l’accaduto era quindi opportuno. Farlo spontaneamente è meglio che attendere una fuga di notizie, ma non cancella il (mis)fatto. La trasparenza non è un’assoluzione preventiva e nemmeno un sicuro sconto di pena: è il modo corretto di affrontare pubblicamente una responsabilità. Sirica ha aperto la finestra prima che qualcuno gli strappasse le tende. Ha fatto bene. Perché dire tutto non rende innocenti, ma nascondere ciò che conta rende quasi sempre più colpevoli.


