Un grande spettacolo

«Riuscire ad avvolgere l’universo intero che corre in un abbraccio non è – e probabilmente non sarà mai – possibile, così come non è possibile per una bambina o un bambino cingere le mani tutt’intorno al collo di un elefante in corsa». È da sabato scorso che mi arrovello per trovare l’interpretazione di questa astrusa metafora sull’università utilizzata dalla direttrice del DECS Marina Carobbio Guscetti al Dies academicus dell’USI. L’elefante in corsa, i bambini attaccati al collo? Cosa cavolo significa? Ho chiesto una decodificazione alla mia amica microinfluencer del lago e content creator e m’ha spiegato che si tratta di una neoavanguardia poetica e che plasticamente l’immagine è bella anche se non si capisce. Ormai son tante le cose che non si capiscono o che sembrano appartenere a fantasiosi mondi altri. Come Giancarlo Giannini che, travolto da un insolito destino, lunedì s’è ritrovato in Gran Consiglio. All’inizio Asia aveva persino creduto che fosse lui il nuovo presidente del Parlamento e in fondo non ci sarebbe stato nulla di eccezionale nell’aula che tanto ha dato e tanto darà ancora all’arte cinematografica.
Il colpo di scena, indubbiamente riuscito, ha avuto la regia del leghista Michele Guerra, l’uomo nero immancabilmente in tenuta luttuosa, il quale, per la cerimonia legata alla sua elezione a primo cittadino del cantone, anziché il solito intermezzo musicale ha voluto un’icona del cinema italiano come Giannini a recitare il monologo di Marc’Antonio contenuto nel «Giulio Cesare» di William Shakespeare. Una cosa da non credere, irreale. L’attore ha raccontato d’aver conosciuto Guerra in un ristorante di Roma, «vestito un po’ come un tirolese» e di essersi trovati simpatici a vicenda avviando la loro amicizia. Circostanza davvero incredibile, da insolito destino. Asia, sempre eccitata quando c’è aria di «vippismo», sostiene che sono invidioso e in fondo è vero: sono anni che, arrivando a Caprino con il battellino per portare il Barbera fatto col mulo, spero di trovare ad attendermi sul molo Clint Eastwood con la pistola fumante, ma mi sono sempre dovuto accontentare di simpatici popolani vocianti e dalle lingue come lame (non riferisco, per evitare di ferire la sensibilità politicamente corretta della mia amica, quanto mi hanno detto su Nemo né uomo né donna che stasera rappresenterà la Svizzera alla finale dell’Eurovision Song Contest).
In rete è anche circolato un video con le congratulazioni a Guerra di Antonio Razzi. Vero? Falso? In questo gran cinematografo certezze non ve ne sono. In ogni caso c’è da divertirsi quando in scena c’è Razzi, abruzzese con un passato da emigrante nel canton Lucerna e sgangherate competenze generali e linguistiche, già deputato e senatore a Roma, saltimbanco della politica per pagarsi il mutuo e garantirsi il vitalizio come da lui stesso confessato. Famigerata la sua esortazione «amico caro, fatti li cazzi tua» rivolta a chi gli chiedeva spiegazioni di tanta spregiudicatezza, poi diventata un tormentone grazie all’imitazione di Maurizio Crozza che ha trasformato un peone del Parlamento italiano in una celebrità quasi da culto. Asia propone al liberale Fabio Schnellmann, quando fra un anno diventerà a sua volta presidente del Gran Consiglio, di invitare Crozza perché, tra i tipi umani della politica ticinese, potrebbe trovare qualche talento da valorizzare e forse darci spiegazioni su quel maledetto elefante carobbiano.


