Cerca e trova immobili
L'editoriale

Un moto di civiltà contro la violenza

Le proteste degli ultimi giorni si possono anche considerare legittime e poggiano su un tema reale: il carovita – Ma la ragione perde ogni valore nell’istante in cui gruppi di giovani scavalcano le parole d’ordine del corteo per darsi alla violenza fine a sé stessa
Gianni Righinetti
19.10.2026 06:00

Milano e Parigi, due tra i luoghi simbolici del weekend di violenza e devastazione, mostrano lo stesso meccanismo. Una protesta che, nella dilagante democrazia della piazza, si può anche considerare legittima e che poggia su un tema reale: il carovita. Ma la ragione perde ogni valore nell’istante in cui gruppi di giovani scavalcano le parole d’ordine del corteo per darsi alla violenza fine a sé stessa. Chi usa la piazza per devastare dovrebbe chiedersi cosa abbia davvero capito della motivazione che stava alla base della protesta. I numeri dicono qualcosa ma non tutto. A Milano  poco meno di duecento i fermati, quasi metà minorenni, e agenti feriti. A Parigi circa duemila fermi e seicento tra poliziotti e gendarmi feriti. Ma a pagare davvero sono i commercianti, che hanno abbassato le saracinesche in fretta, i turisti rifugiatisi nella Galleria, le famiglie che si sono ritrovate la propria città irriconoscibile. Dietro ogni vetrina sfondata c’è un negozio che dovrà pagare la riparazione e un lavoratore che rischia il salario. Le cause sociali spiegano perché la rabbia esiste, non spiegano né giustificano le violenze. Lo schema si ripete anche in altri Paesi europei, quindi non è un problema di una singola città o nazione. Londra nel 2011 e Stoccarda nel 2020 lo hanno già mostrato.

Questo dato è inquietante perché ci dice, con disarmante realismo, che nessuno può ritenersi al riparo. E non serve individuare una parte politica da considerare «responsabile» e un’altra da bollare come «vittima». Il sindaco di Milano ha detto che le ragioni della protesta erano comprensibili e le violenze ingiustificabili: ha ragione, ed è proprio questa la distinzione da tenere ferma. Purtroppo, la società liquida ci consegna una caduta dei valori su cui si fonda la nostra civiltà. All’interno di questa civiltà riconosciamo pienamente una legittima diversità ideologica. Ma nei fatti la voglia di imporre violenza e devastazione supera ogni steccato. Chi si confronta e si scontra in piazza trova un’inattesa capacità di coalizzarsi contro le forze dell’ordine, come se quegli agenti fossero il nemico da aggredire e non i servitori di uno Stato che garantisce anche il diritto di manifestare. Parliamo di uomini al nostro servizio, padri di famiglia che non vivono su torri d’avorio, ma conoscono gli effetti devastanti del carovita. Hanno un impiego, certo, ma ogni mese portano a casa uno stipendio che devono amministrare per fare quadrare i conti. Non vivono sulle spalle di nessuno: si caricano di responsabilità personali e collettive, pagando un prezzo altissimo in termini di incolumità fisica e psichica. Tutto questo non ci lascia indifferenti, ma nella società contemporanea viene spesso dimenticato: una società sempre pronta a rivendicare diritti e incapace di riconoscere i propri doveri. Quando si vedono giovanissimi che distruggono l’auto dei carabinieri in piazza Duomo, la prima reazione è lo sgomento. Poi arriva la domanda, semplice e devastante: perché? A questa domanda si aggiungono il saccheggio dei negozi e un odio sociale che ha superato la protesta stessa. Casseurs e frange dei gilet gialli si nutrono a vicenda sulle reti sociali, dove i video delle azioni diventano il punto di partenza della successiva. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: la prossima volta bisogna fare ancora di più. È un’escalation senza fine, e non è un miracolo, ma una fortuna, che in questo weekend non ci sia scappato il morto.

L’esibizionismo che imperversa in rete arriva a considerare l’incolumità e la vita umana un danno collaterale. Ci viene naturale e mette i brividi pensare che quei minorenni abbiano dei genitori e degli affetti. Un tempo i movimenti di protesta avevano un leader riconosciuto; oggi non è più così. Anche questo, banalmente, ci dice che siamo nell’era del nulla, e a quel «perché?» nessuno sa più ribattere. Una domanda, tante risposte, nessuna convincente. E a chi sostiene che senza disagio non ci sarebbe violenza, rispondiamo che in parte è vero: il disagio crea il terreno fertile. Ma tanti giovani vivono le stesse condizioni senza devastare nulla. Si tratta di ragazzi vittime di esclusione? Anche qui c’è un fondo di verità, e chi lo nega con i paraocchi non ha capito la questione. Però l’esclusione non può diventare un titolo di esenzione dalla responsabilità: trattare i giovani come soggetti incapaci di scelte significa toglierli dalla cittadinanza. La risposta non può essere una sola, men che meno estrema. Serve fermezza immediata contro chi devasta, serve una politica sociale che affronti le cause, serve una cultura pubblica che non confonda comprensione con giustificazione. Violenza fisica e devastazione: mai.