Una tassa di guerra che colpisce come sempre i redditi bassi

Negli ultimi anni il tema dell’inflazione e della diminuzione del potere di acquisto è tornato con forza al centro del dibattito pubblico, intrecciandosi in modo sempre più evidente con le dinamiche geopolitiche. Prima la guerra in Ucraina e ora il conflitto in Iran, con il correlato sempre più forte delle tensioni a tutta l’area del Medio Oriente, hanno contribuito a ridefinire il contesto economico globale, alimentando quella che viene sempre più spesso definita, con espressione evocativa, una «tassa di guerra».
È una formula che colpisce, ma che merita di essere compresa nella sua reale portata. Con essa si intende, in sostanza, l’aumento diffuso dei costi – in particolare per energia e beni di consumo – determinato dai conflitti bellici. Il rincaro di gas e petrolio si trasmette direttamente ai prezzi dell’elettricità e dei trasporti, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie. Ne risulta una forma di prelievo implicito, che erode i redditi reali senza assumere la forma esplicita di un’imposta. In Europa, questo fenomeno ha avuto un impatto tangibile. L’aumento del costo delle importazioni di combustibili fossili sta già gravando sui conti pubblici, spingendo molti governi a intervenire con misure di sostegno. Si pensi, per esempio, al taglio delle accise sulla benzina in Italia o la diminuzione dell’IVA in Spagna. Il risultato è, nella sostanza, una socializzazione dei costi attraverso un futuro maggiore debito o minore spesa social. Entrambi gli scenari colpiscono sempre i redditi più deboli. Nei fatti è una traslazione nel tempo degli oneri per le famiglie e le imprese. Il risparmio di oggi, spesso effimero e vanificato anche dalla speculazione, sarà un costo fiscale certo in futuro.
Il prezzo del Brent, ieri intorno ai 103 dollari al barile, riflette un premio geopolitico legato alle tensioni nel Golfo e allo Stretto di Hormuz: un rialzo che le previsioni dell’EIA (Energy Information Administration) - l’agenzia statistica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti - e di Reuters vedono riassorbirsi soltanto nei prossimi due-tre anni. Un periodo che potrebbe prolungarsi oltre se dovessero esserci lunghe interruzioni di forniture oppure sotto investimenti cronici per quanto riguarda l’estrazione. Eppure, questo shock energetico sta già rimodellando le traiettorie inflazionistiche globali, con impatti asimmetrici a seconda delle aree geografiche.
L’aumento potenziale dell’inflazione nei prossimi mesi – rivisto al rialzo dalla Banca centrale europea per il caro-energia – può essere quindi letto come una sorta di «tassa di guerra implicita», pagata da tutti i cittadini e imprese tramite prezzi più alti di bollette, trasporti e alimentari, ed eventualmente tassi d’interesse più alti per domare la fiammata. Non è l’intera inflazione a derivare dal conflitto, ma la «quota in più» rispetto allo scenario pre-shock sì: è regressiva, nel senso che colpisce come sempre i redditi più bassi, trasversale, con effetti sul potere d’acquisto e sulla crescita economica.
La Svizzera, secondo la Banca nazionale, ha un tasso d’inflazione benigno (circa lo 0,5%) e sotto controllo, protetta dal franco forte, che storicamente assorbe gli shock esterni e da un mix energetico meno dipendente dai combustibili fossili. L’Unione europea, invece, è più esposta alla vulnerabilità energetica dipendendo - soprattutto per il gas - da pochi fornitori che dopo l’invasione russa dell’Ucraina sembravano affidabili (Stati Uniti, Algeria e Qatar). L’area dell’euro, più di altre, rischia una nuova spirale inflazionistica, con la Banca centrale europea più cauta sui tagli dei tassi d’interesse, anzi possibilista su un aumento già alla prossima riunione di aprile. Attualmente l’inflazione media è attorno al 2% annuo con prospettive però di aumento anche piuttosto elevate.
Gli Stati Uniti si trovano ancora a un livello dell’indice dei prezzi al consumo superiore all’obbiettivo. Il dato di fondo resta sopra il 2%, con una previsione attorno al 2,4% per quest’anno. Qui i fattori di rischio si concentrano soprattutto sul mercato immobiliare, sui servizi e sulle politiche tariffarie, mentre l’esposizione al tema energetico risulta più contenuta rispetto all’Europa visto che sono un paese estrattore e venditore, quasi monopolista di gas naturale liquefatto.


