A Lugano serve meno politica e più «poletica»

Abbiamo capito a nostre spese che non sempre, e meno che mai di questi tempi, dalla politica possiamo aspettarci delle soluzioni. Avremmo però il sacrosanto diritto di pretendere almeno pensieri e comportamenti ineccepibili dal profilo dell’etica e della forma: una prerogativa essenziale da non dover neppure richiedere né verificare, al punto da poterle dare per scontate nelle condizioni d’ingaggio di chiunque decida liberamente di varcare il soglio della cosa pubblica. Nonostante l’età non sia più quella del sognatore ma piuttosto quella del disilluso non riesco a smettere di pensare che le cose, in realtà, non vanno proprio così. Fateci caso: nel nostro minuscolo ecosistema politico le questioni che in questo periodo hanno tenuto banco sono soprattutto riconducibili a comportamenti e situazioni in evidente contrasto con quella che dovrebbe essere la postura impeccabile di qualsiasi figura istituzionale. Basterebbe citare la vicenda Zali, talmente mal gestita da tutti da esserci ormai venuta a noia. O gli strascichi provocati dalla gola profonda che ha scardinato la riservatezza a proposito della remunerazione di certi incarichi ricoperti da rappresentanti politici in società partecipate della città, che hanno obbligato più o meno tutti a invocare una tardiva e sospetta voglia di trasparenza. Non so voi, ma io non sono molto portato a credere oggi a chi giura che la decisione di mettere tutto in piazza era praticamente lì bella e pronta: chissà come mai proprio adesso, dopo essersi potuti crogiolare per anni nel perduto conforto dell’opacità.
Solo parole di circostanza per gettare acqua sul fuoco. Perché nei fatti sono già scattate invece un paio di denunce. Di matrice diversa ma con lo stesso obiettivo. Confesso di aver faticato a capire la necessità di questa duplice e stizzita reazione: soprattutto quella del Municipio a tutela della propria reputazione nei confronti degli investitori privati sulle cifre del Casinò. Detto che mi sembra di ricordare che di questa categoria faccia parte anche il Sindaco - il quale ha spesso ribadito la non urgenza di dare una sistemata a queste fastidiose questioni di governance - se un pasticcio di questo genere non lo si vuole considerare tale esiste una letteratura infinita, sviluppata in faccende ben più complicate, per riuscire a smontarlo. Magari con qualche danno collaterale ma nulla più.
Questa, però, è la politica. Che permette di andare oltre quasi a tutto. E l’etica dov’è? La «poletica» e la comunicazione dovrebbero funzionare in modo diverso e forse ne abbiamo più bisogno di quanto pensiamo. Per evitare uscite temerarie come quella con cui si è deciso di attribuire a «decisioni non nostre» una parte significativa del previsto deficit luganese: un elemento di colpa tecnicamente magari ammissibile se rivolto al Cantone nell’ambito dell’infinita controversia sui costi a carico dei comuni ma inaccettabile se utilizzato contro le decisioni dei cittadini votanti, le cui scelte stanno creando grosse difficoltà all’Esecutivo. Sarà vero, ma questa non è la democrazia diretta di cui ci piace tanto vantarci? Tanto più che a ruoli rovesciati anche noi, gli scomodi cittadini votanti, passiamo il nostro tempo ad accettare discutibili intuizioni altrui che coinvolgono pesantemente la nostra identità collettiva: ci hanno chiesto un parere sulla città delle criptovalute e sull’inquietante accostamento con El Salvador? Anche no: eppure ci rimproverano comunque «l’ostilità del contesto locale» che avrebbe fatto fuggire qualcuno. E pensare che io, ingenuo, mi ero convinto che avessero preferito la risaputa stabilità e il clima tropicale dell’esemplare modello centroamericano a ciò che resta della nostra voglia di politica. Più poletica.


