Vita da creativi

A Poschiavo un mese di soggiorno spesato per scrittori, traduttori e illustratori

L'iniziativa fa parte del festival «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo» - L'ideatrice Begoña Feijoo Fariña: «Ecco i requisiti per candidarsi» - I racconti di chi ci è già stato: «Avere tempo è un lusso incredibile»
© KEYSTONE/Christian Beutler
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
01.11.2026 16:00

La sesta edizione del festival «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo» è terminata con un bilancio molto positivo lo scorso 4 ottobre ma soprattutto ha lasciato una grande quantità di rinnovato entusiasmo tra gli amanti sia della letteratura sia della Valposchiavo, quest’angolo di Svizzera così evocativo e così «periferico», anche se nulla, in una buona democrazia, o meglio in una buona comunanza spirituale, è davvero periferico.

Anzi. Come testimoniano le interviste che abbiamo raccolto fra gli «scrittori in residenza», chi arriva fin qui - nell’estremo sud est della Confederazione, circondato su tre lati dal confine con l’Italia - s’innamora così tanto di questi luoghi da volerci tornare appena possibile.

Un po’ di storia

È l’ideatrice e direttrice artistica Begoña Feijoo Fariña a raccontarci come è nato il Festival e soprattutto uno dei suoi programmi più suggestivi: quello che offre a scrittori, traduttori e illustratori la possibilità di soggiornare - senza costi e addirittura con un piccolo cachet - per un intero mese in un appartamento nel centro di Poschiavo. Un’abitazione, riferisce chi ci ha vissuto e lavorato, «perfetta per la creatività».

«Il Festival è nato nel 2021 - racconta Begoña - e fin da subito abbiamo pensato all’idea di una residenza per artisti. C’è voluto qualche anno per realizzarla. È stato possibile grazie ai bandi Interreg - Valleys4Actions. Dall’anno prossimo cammineremo sulle nostre gambe, è in corso una campagna di fundraising».

Una nota al volo: Valleys4Actions è un progetto finanziato dal programma di cooperazione transfrontaliera Interreg Italia-Svizzera, che nello specifico vede come capofila la regione Bernina e il Comune di Sondrio. Dentro questo programma ci sono diverse associazioni, gruppi ed enti turistici che lavorano per collegare le due regioni.

«In Svizzera - continua Begoña - ci sono alcune residenze per scrittori e traduttori, non ne conosco nessuna per illustratori. Penso siamo un unicum. Uno dei requisiti essenziali per candidarsi è essere svizzeri, residenti in Svizzera o traduttori stranieri che stanno lavorando alla traduzione di un testo svizzero. L’idea è di avere candidati da tutte e quattro le regioni linguistiche del Paese».

I criteri di scelta

Alla fine si viene scelti sulla base del curriculum «ma soprattutto tenendo presente le motivazioni - spiega Begoña. Abbiamo infatti ricevuto candidature molto precise e argomentate nello spiegare quanto un soggiorno proprio a Poschiavo avrebbe potuto aiutare a creare un’opera».

Finora sono arrivati ospiti da tutta la Svizzera. Nel 2025: Usama Al Shahmani, scrittore, Steven Wyss, traduttore, Antoine Déprez, illustratore, Malin Widén, illustratrice e prima ospite a usufruire della possibilità di essere accompagnata dai propri figli. Poi Elvira Dones, scrittrice, e Barbara Sauser, traduttrice.

Quest’anno, invece, è toccato a Catherine Lovey, scrittrice, Maurizia Balmelli, traduttrice, Flurina Badel, scrittrice, anche lei accompagnata dal figlio. E poi: Valentina Grignoli, scrittrice, e Milly Miljkovic, illustratrice. Si sono candidate insieme con un progetto congiunto poi sfociato nel libro Orme selvatiche, pubblicato da Ziczic edizioni a giugno scorso. Ma ci sono anche contrattempi e imprevisti. Lo scrittore Daniel Fehr avrebbe dovuto soggiornare a Poschiavo a giugno, ma un piccolo allagamento nell’appartamento lo ha fatto rientrare a casa. Recupererà la sua residenza in futuro. C’è anche chi è arrivato con il partner, come lo scrittore Armin Senser, accompagnato da Christine Pfammatter, anch’essa autrice selezionata dal comitato.

Le candidature

«Non è necessario candidarsi con un progetto già molto strutturato - dice Begoña - a parte nel caso dei traduttori stranieri. Offriamo una residenza ‘creativa’ che è davvero tale: puoi venir qui a cercare di scoprire da zero l’opera che vuoi realizzare. Chiediamo all’ospite di partecipare solo a un evento pubblico o nelle scuole: sono nate così, fra gli ospiti e i residenti, amicizie che durano ancora. Quando il bilocale nel centro di Poschiavo resta libero, lo offriamo ad altri scrittori. L’affitto della casa rientra nella spesa del progetto, così come il riscaldamento. I cachet li abbiamo rivisti verso il basso. Certo, sarebbe bello che qualche proprietario mettesse a disposizione un appartamento a titolo gratuito».

I prossimi residenti

Ed ecco una piccola esclusiva: i nomi dei prossimi residenti. Essi saranno, per il soggiorno di quattro settimane: Jérémie Gindre (scrittore), Marc Taeger (illustratore), Camille Logoz (traduttrice), Benjamin Pécoud (scrittore), Svenja Plaas (illustratrice), Alexander Estis (scrittore). E per il soggiorno da tre settimane: Eva Roth (scrittura), Julia Rüegger (scrittura), Nadia Rungger (scrittrice), Beatrice Seligardi (traduttrice), Valerie-Katharina Meyer (scrittrice), Julia Steiner (scrittrice). In sostanza, l’appartamento «creativo» resterà quasi sempre occupato.

Cultura transfrontaliera

Il valore «politico» - in termini di economia, cultura e rapporti con l’Italia - di un festival come «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo» è ragguardevole. Negli ultimi anni il pubblico è costantemente cresciuto, «soprattutto quello proveniente dalla Valtellina - racconta Begoña - compresa una sostanziosa presenza di bambini italiani ai laboratori. Questo era uno degli obiettivi, insieme al portare qui persone da tutta la Svizzera. Poschiavo, infatti, è oggettivamente lontano da tutto. Venire qui da Ginevra o da Basilea o dal Giura è un ‘vero viaggio’. Dal Ticino ci vogliono almeno due ore e mezza di auto. Eppure, il pubblico cresce e resta fedele». È, questa, politica della cultura in elvetica purezza, un po’ come il Postale che collega «per principio» ogni angolo del Paese. Le «residenze creative» fanno lo stesso, unendo artisti di passaggio e poschiavini.

Una biografia «elvetica»

Altra storia svizzera in purezza è quella di Begoña. Per la serie: poteva accadere solo nella Confederazione. Ce la siamo fatta raccontare dall’interessata: «Sono nata in Galizia e vi ho vissuto fino ai 12 anni. Poi ho raggiunto i miei genitori che erano già in Svizzera da qualche anno e sono rimasta in Ticino fino al 2015. Mi sono laureata in biologia e ho lavorato in ambito entomologico. E poi è successa la cosa per cui io adesso amo la Valposchiavo: sono rimasta senza lavoro e dopo alcuni mesi di grande disperazione un’amica che aveva fatto dei corsi di teatro con me a Lugano e che viveva in Valposchiavo mi ha proposto: ‘Vieni a stare da me, ho una casa grande, magari riusciamo a fare qualcosa in ambito teatrale’. La Valposchiavo mi ha permesso di ricostruirmi. Ho dato i natali a una piccola stagione di teatro contemporaneo che si chiama ‘I monologanti’, facciamo sei spettacoli l’anno. Poi, dopo che mi ero costruita una piccola rete, ho provato con il Festival. Va detto che la Valposchiavo è molto ricca di eventi culturali. Ci sono numerosi concerti, c’è Paola Gianoli con l’associazione Riverbero, che fa residenze di danza. C’è Cornelia Müller, che tra le altre cose organizza residenze per musicisti a livello internazionale. Un loop continuo. A livello di residenze artistiche c’è uno zoccolo duro in Valposchiavo, dove tutto è natura e cultura: c’è chi fa una rassegna di cinema nel proprio fienile. C’è veramente tanto».

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Valentina Grignoli: "Ritagliarsi il tempo per scrivere è un lusso incredibile"

«Sono rimasta a Poschiavo in ‘residenza artistica’ per due settimane, condividendo il mese con l’illustratrice Milly Miljkovic» racconta Valentina Grignoli, autrice e giornalista culturale freelance.

«Avevo già fatto residenze artistiche, non è mai scontato essere presi. Si inoltra una domanda, si risponde a un bando con un progetto solido, e si spera di venire selezionate. Io e Milly abbiamo partecipato con un progetto di pubblicazione che poi è sfociato nel libro ‘Orme selvatiche’ (ZicZic edizioni): i testi sono miei, sue le illustrazioni. La residenza in questo caso è stata fondamentale, tra lavoro e vita famigliare, ritagliarsi del tempo da dedicare alla scrittura e alla rilettura è stato un lusso incredibile».

Con le residenze «brevi», però, quelle di un mese e non di un anno, il problema è ingranare subito. «Vero, ma è normale - spiega Valentina – e su questo Begoña Feijoo Fariña è stata molto chiara quando sono arrivata a Poschiavo. All’inizio si libera la testa, si vive il luogo, le persone. A me è accaduto poi di scrivere tantissimo alla fine della seconda settimana, è uscito tutto di getto».

Il tempo di ricerca, di sedimentazione, specie in montagna, è tanto importante quanto quello di creazione nuda e pura? «Sì, è un tempo necessario. A Poschiavo è stato naturale, mi sono sentita accolta, e mi ha stupito come le persone del luogo mi aiutassero nelle ricerche. Mi hanno aperto il museo e altre strutture storiche, regalandomi visite private e lasciandomi tempo. Ho incontrato tante persone del paese, al punto da poter realizzare un audio documentario sull’orso a Poschiavo. Le persone legate alla residenza sono state a cena, abbiamo mangiato gli gnocchi e siamo rimaste chiuse fuori casa! Poschiavo mi ha dato il tempo e la libertà di gestirlo che mi servivano per creare. Poi sono tornata come moderatrice per il Festival, e ci ho portato tutta la famiglia».

Che rapporto culturale hai constatato tra la Valposchiavo e l’Italia? Te lo chiedo tenendo presente il rapporto - bello e conflittuale - che qui in Ticino abbiamo con la vicina Penisola... «Da Poschiavo si va a Tirano per le librerie e gli aperitivi. Ma rimane lei stessa una cittadina piuttosto ‘italiana’ come lingua e atmosfera, io l’ho sentito più che in Ticino. È poi snodo di passaggio verso l’Engadina, la lingua tedesca si sente parlare per strada ogni giorno. Tra l’altro io ci sono arrivata da Soletta, dove ero per le giornate letterarie. Devo dire che a parte i cambi treno e le valli da attraversare, Poschiavo è tutt’altro che periferica».

Steven Wyss: "Il paesaggio intorno a me  mi ha aiutato con i testi da tradurre"

Steven Wyss è un rinomato traduttore dal francese al tedesco ed è stato «in residenza» a Poschiavo nell’aprile del 2025.

«Non mi sono candidato perché nel primo anno gli ospiti venivano invitati. Un giorno Ruth Gantert, che conosco bene e collabora con il festival, mi ha chiesto se volessi trascorrere un mese a Poschiavo. Ho detto subito di sì. Sono un traduttore, non uno scrittore, e ho dunque portato con me Tombola, la raccolta di racconti dell’autore ginevrino Jérémie Gindre, sulla cui versione tedesca stavo lavorando a quel tempo».

Tradurre dal francese al tedesco in una valle di lingua italiana è già un curioso incrocio di culture. «Sì, ma aggiungo che alcuni racconti di Gindre sono ambientati in montagna e il paesaggio attorno a me si accordava molto bene con quello delle pagine. C’era persino, a Poschiavo, un dettaglio che sembra uscito dal libro: l’ho visto parcheggiato in strada. In uno dei racconti una Suzuki Jimny, quella piccola automobile da montagna che si associa anche ai contadini, ha un ruolo importante. A Poschiavo ne ho viste non poche. Ogni nuovo avvistamento diventava una fotografia da mandare all’autore: eccone un’altra!».

Ha ingranato fin da subito? «Ho cominciato a lavorare dal primo giorno. Nella prima settimana sono rimasto piuttosto solo, poi un incontro pubblico mi ha aiutato a conoscere rapidamente molte persone. Il mese ha preso un altro ritmo. Il lavoro lasciava spazio agli incontri e alle passeggiate. Ho stretto amicizia con una coppia e qualche volta sono andato ad aiutarla in giardino. Era una bella primavera: aprile in montagna non è stato affatto il mese difficile che si potrebbe immaginare».

Incontri? «Alla tessitura soggiornavano due giovani designer tessili, impegnate a creare nuovi modelli. Abbiamo passato tempo insieme: ciascuno lavorava di giorno, poi la sera ci ritrovavamo. Ho fatto molte camminate e corse. La residenza mi permetteva di tradurre e, appena uscito dall’appartamento, di entrare nella vita del paese».

Un po’ di spaesamento? «Sono originario dell’Oberland bernese, quindi montagne come quelle di Poschiavo mi erano familiari. Diversa era l’atmosfera: sentivo un’apertura più meridionale, più latina. La Valposchiavo mi è sembrata un luogo di passaggio e si percepisce che lo è sempre stata. Sono andato anche oltre confine, una volta a Sondrio e una a Tirano. Mi sono un po’ innamorato di Poschiavo e dopo la residenza sono tornato più volte».

Catherine Lovey: "Non cercavo una cartolina ma un luogo che favorisse la creatività"

Catherine Lovey, classe 1967, vallesana, autrice di diversi libri, tra cui Histoire de l’homme qui ne voulait pas mourir (éditions Zoé, 2024) - libro che sarà pubblicato in italiano nel 2027 da L’Orma Editore - è stata «scrittrice residente» a Poschiavo da metà gennaio a metà febbraio di quest’anno.

«Volevo cominciare un testo - racconta - e cercavo un ambiente lontano dalla città, dove stare sola e camminare ogni giorno: la mia scrittura, infatti, va di pari passo con le mie camminate. Non conoscevo la Valposchiavo ma mi attirava la possibilità di avere un appartamento tutto per me, senza condividere il soggiorno con altri autori».

Di fatto, Poschiavo era senza saperlo la soluzione ideale. «Un luogo perfetto per scrivere. La solitudine dell’appartamento e gli incontri con i residenti mi hanno permesso di lavorare senza rinunciare a scoprire la valle. È stata la mia seconda ‘residenza creativa’, la prima l’ho avuta più di dieci anni fa presso la Villa Marguerite Yourcenar, a Saint-Jans-Cappel, nel nord della Francia, vicino al confine belga. Con una famiglia e molti impegni non è facile concedersi queste parentesi creative».

Come è andata a Poschiavo? «Ho scelto l’inverno e soprattutto fuori stagione, per conoscere il luogo senza turisti. Aspettavo la neve: all’arrivo non c’era, poi è arrivata. Ma niente fiaba alpina: sono cresciuta nelle montagne vallesane, conosco le atmosfere. Cercavo un ambiente adatto al lavoro, non una cartolina».

«La sorpresa - continua Catherine - è stata il dinamismo della comunità poschiavina. Avevo bisogno di solitudine ma sono curiosa: quando arrivo in un posto voglio capire come funziona, che cosa pensa la gente. Non mi basta frequentare gli intellettuali. Ho parlato con gli agricoltori, osservato la vitalità del dialetto, scoperto una minoranza italiana molto attiva. Pensavo di trovare un inverno tranquillo, invece sono arrivati molti e graditi inviti a serate musicali, al teatro amatoriale, alla presentazione di un libro di Franco Cavalli. Sono andata a un concerto klezmer e a una serata con un musicista arrivato dagli Stati Uniti. Mi ha colpita trovare tante attività in gennaio e febbraio».

«Ho pure scoperto i legami con la Valtellina, sono stata una volta a Tirano. Non pretendevo di capire tutto, ma non ho trovato una cittadina addormentata. A settembre sono tornata con mia figlia, passando da Cavaglia e Poschiavo. Mi sono affezionata. Questo progetto unisce le lingue svizzere: le otto ore di viaggio da casa mia fanno sentire quanto la nostra piccola Svizzera sia, in realtà, grande e varia».