Il reportage

Addio alla casetta dell'amore «imprigionato» alla Stampa

Lo chalet riservato agli incontri intimi dei detenuti va in pensione, dopo quarant'anni – Che cosa prenderà il suo posto?
L'ingresso all'area dove si trova lo chalet (foto Cdt - Putzu)
Davide Illarietti
01.03.2026 06:00

Entrare nella casetta ai margini del bosco della Stampa è un’emozione forte, anche se non sei un carcerato che aspetta di rivedere la propria dolce metà dopo tanto tempo.

«Meglio arieggiare un po’»

Valentino Luccini, capo sorvegliante del penitenziario cantonale, spalanca le finestre della camera da letto: così scopre le sbarre che erano nascoste dalle tende arancioni.

La Stampa vista dall'interno della "Silva" (foto Cdt-Putzu)
La Stampa vista dall'interno della "Silva" (foto Cdt-Putzu)

«Questo posto ormai ha i suoi anni»

Lo chalet dell’amore, o per meglio dire la cella - per entrare bisogna attraversare un’infinità di cancelli sorvegliati, uno dopo l’altro, all’interno del carcere - accoglie gli ospiti con l’odore delle case vecchie. Gli infissi anni ’60 e il mobilio ricordano certi rustici della vicina Val Colla. Non fosse per le inferriate e il filo spinato tutto intorno, potresti pensare di trovarti in un bed-and-breakfast di terz’ordine.

La Silva, come viene soprannominata da sempre la casetta riservata agli incontri privati dei detenuti della Stampa, ha ormai quasi sessant’anni - il carcere è stato inaugurato nel 1968, ma fu destinata alla funzione attuale nel 1982 - ed è pronta ad andare in pensione. All’inizio di marzo il Consiglio di Stato presenterà un messaggio (vedi articolo a fianco) per la creazione di una nuova struttura all’interno del perimetro carcerario.

Problemi di costi

Il tetto di tegole, con il suo caminetto ormai puramente simbolico - i detenuti non possono accendere il fuoco durante i soggiorni alla Silva, per motivi di sicurezza - avrebbe bisogno di una sistemata. È stato fatto un preventivo, il costo supererebbe i centomila franchi.

«Abbiamo fatto delle valutazioni e abbiamo concluso che non ne valesse la pena» spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. «Ormai la casetta è giunta a fine vita».

L'esterno della "Silva" (foto Cdt-Putzu)
L'esterno della "Silva" (foto Cdt-Putzu)

La decisione è maturata, in realtà, all’interno di progetti più ampi che il Cantone ha in serbo per il penitenziario di Cadro. La collina recintata a nord-ovest della Stampa è l’area più idonea alla futura espansione del penitenziario, confrontato da tempo con problemi cronici di sovraffollamento. «Non esiste ancora un disegno preciso, ma l’ampliamento dovrà realizzarsi evidentemente in questa zona, l’orizzonte temporale è il prossimo decennio» spiega Laffranchini.

Lo chalet dell’amore si trova proprio in mezzo all’area in questione. Non c’è altra prospettiva: a suo tempo dovrà essere abbattuto.

Non c’è più spazio

Al momento i carcerati accedono alla Silva due volte a settimana, per un totale di dodici ore, in turni di sei. È un servizio molto apprezzato, c’è sempre il tutto esaurito. Lo chalet non sarà di lusso, ma il letto matrimoniale è molto più comodo delle brandine della Stampa. Nel salotto i detenuti possono cucinare, con le mogli ed eventuali figli, e sedersi attorno al tavolino di legno come per un normale pranzo in famiglia, o di coppia. Il caminetto dà un tocco ulteriore di familiarità, anche se non funziona.

«Dimenticano di trovarsi in una prigione, con un po’ di immaginazione possono pensare di essere a casa o in vacanza».

Il capo sorvegliante Luccini fa notare che tutti gli oggetti e gli spazi della casa sono in condizione di sicurezza. Un’evasione è impossibile, nonostante le apparenze.

L'interno della "casetta dell'amore" (foto Cdt-Putzu)
L'interno della "casetta dell'amore" (foto Cdt-Putzu)

«Anche perché uno o più agenti stazionano all’esterno durante tutta la durata dei soggiorni».

Questo è un altro problema della Silva, ristrutturazione a parte. L’impiego di agenti per la sorveglianza dei «momenti intimi» è diventato meno sostenibile con il crescente affollamento della Stampa. Le celle in regime ordinario sono «costantemente piene» sottolinea Laffranchini.

Secondo i dati del Centro Svizzero di competenze in materia d’esecuzione di sanzioni penali (CSCSP) il tasso di occupazione a Cadro è sopra la media nazionale, al 95 per cento. Nel carcere giudiziario della Farera sono detenute 90 persone, a fronte di una capacità di 88 (102 per cento) e la situazione alla Stampa è ancora peggiore, con 155 detenuti a fronte di 145 posti letto (107 per cento). Per contro la sezione aperta dello Stampino, destinata a persone in regime di lavoro esterno, semi-prigionia o pene giornaliere, è pieno solo per metà (18 persone per una capacità di 45, il 40 per cento).

Container in arrivo

La mancanza di spazio non è l’unico problema, in queste circostanze. Anche le risorse umane sono in difetto. Lo «chalet dell’amore» non può essere utilizzato come cella vera e propria, per varie ragioni (anzitutto è all’esterno del perimetro sicurizzato) e il motivo della sua dismissione non ha a che fare con l’esigenza di recuperare metri quadri, ma ore di lavoro.

«Il conto è presto fatto» spiega Laffranchini. Se per due volte a settimana un agente è «bloccato» sei ore a vigilare sulla Silva, alla sorveglianza del penitenziario vengono meno 48 ore al mese che equivalgono, straordinari inclusi, alla settimana lavorativa di un agente a tempo pieno. Il penitenziario è sotto organico, e deve trovare soluzioni creative.

L’idea, che è stata sottoposta questa settimana dal Dipartimento delle Istituzioni alla Commissione della Sorveglianza delle condizioni di detenzione del Parlamento, è semplice: trasferire i momenti d’intimità dei detenuti all’interno del carcere vero e proprio. Non dentro alle celle evidentemente - sarebbe pericoloso, oltre che un po’ squallido - ma in uno spazio apposito da crearsi nei prossimi mesi, al termine del cantiere per la Sezione Femminile della Stampa (i lavori sono in corso, vedi il Corriere Weekend del 7 febbraio).

Il progetto è ancora in fase di definizione, e potrebbe dover passare dal voto in Gran Consiglio - vedi articolo a fianco - assieme a un «pacchetto» di altri interventi volti ad aumentare i posti letto e le misure di sicurezza del penitenziario. Sul tavolo della Commissione c’è anche l’opzione di posare uno o più container (sorta di bungalow) attrezzati con tutto l’occorrente per brevi soggiorni. «Il costo verrebbe coperto in pochi anni dal risparmio in termini di risorse umane» sottolinea il direttore. «La sorveglianza diretta non sarebbe più necessaria, venendo il tutto a trovarsi all’interno del perimetro securizzato. Per noi, sarebbe un bel vantaggio».

Le regole non cambiano

Forse non sarà romantico come uno chalet ai margini del bosco: ma senz’altro più pratico. Le regole di utilizzo sarebbero le stesse della Silva: i detenuti vi accedono per «merito», dopo 18 mesi di carcerazione, se nei tre mesi precedenti al soggiorno non sono incorsi in sanzioni disciplinari. Mantenere una cella per gli incontri intimi per la Divisione è importante: non solo perché si è trattato di una «prima» a livello svizzero, un fiore all’occhiello del sistema penitenziario ticinese.

«Il servizio costituisce un incentivo alla buona condotta per i carcerati - prosegue Laffranchini -. Negli anni ha dimostrato di funzionare egregiamente». Bungalow o chalet, container o villetta, le relazioni sentimentali (e familiari) dei detenuti sono «fondamentali per il loro percorso di riabilitazione» e da qualche parte devono essere coltivate. A una condizione: che si tratti, appunto, di relazioni sentimentali «fondamentali» per il detenuto e risalenti a prima dell’incarcerazione.

La camera matrimoniale (foto Cdt-Putzu)
La camera matrimoniale (foto Cdt-Putzu)

«Qui dentro i detenuti non hanno mai portato amanti o professioniste del sesso» assicura l’agente Luccini, che lavora alla Stampa dal 1992 e ha una memoria di ferro. «È una leggenda totalmente falsa».

I controlli a monte e all’ingresso hanno sempre funzionato bene. In quasi sessant’anni la porta blindata della Silva si è aperta e chiusa oltre 6.mila volte su altrettanti detenuti, un numero incalcolabile di familiari, e la loro privacy che tutt’ora custodisce rispettosamente. Non sono mai successi problemi, l’unica evasione - vedi a lato - risale agli anni Novanta.

«I detenuti - conclude Luccini - sanno apprezzare il valore di questo posto».

Se i suoi vecchi muri potessero parlare racconterebbero di chissà quanti momenti felici, ma anche di ricongiungimenti difficili, forse qualche addio. Una volta usciti per davvero, quanti dei suoi ospiti avranno trovato le famiglie ad aspettarli?

Nei container forse andrà meglio. La Silva non sarà stata un nido d’amore ideale, con le sue tristi inferriate, il mobilio vetusto e il camino spento. Ma almeno è stata un tentativo.

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