Il reportage

Al dormitorio di Mendrisio può finirci chiunque

Padri divorziati, ragazze scappate di casa, donne maltrattate - Abbiamo provato a passare una notte a Casa Astra, ecco come è andata
Francesco sistema le sue cose all'ingresso della camera che gli è stata riservata a Casa Astra (foto Cdt- Gabriele Putzu)
Davide Illarietti
07.06.2026 06:00

A Casa Astra può finirci chiunque ma in realtà non è così facile. Nei periodi di punta il dormitorio si riempie. Non c’è posto nemmeno per un giornalista con appuntamento.

«Mi spiace, i letti oggi sono tutti occupati, anche quello d’emergenza che teniamo libero per gli arrivi non programmati».

L’operatrice Ilaria è molto gentile ma irremovibile, come esige il contesto. Dalle 18 sarà sola a gestire una ventina di ospiti e un reportage concordato ma imprevedibile. Sembra fin troppo tranquilla.

«Abbiamo le nostre regole».

In teoria la casa per senza tetto di Mendrisio è aperta a tutti: in pratica ci sono dei limiti, e da marzo a maggio vengono spesso raggiunti. I temporali primaverili non aiutano.

Tutto esaurito

«Contrariamente a quanto si può pensare la maggiore affluenza è ora, non durante il periodo invernale, quando invece si registra più solidarietà da parte delle famiglie» osserva il responsabile Marco D’Erchie prima di staccare il turno. «Immagino sia anche una questione climatica. Ci vediamo domani, a colazione».

Il cielo risponde con un tuono. Sulla veranda gli ospiti si scuotono dopo un pomeriggio di noia e sigarette (tante sigarette) passato a guardare il cellulare e le auto sulla cantonale. Cosa fare, di altro?

«Se mi accompagnate a prendere un altro pacchetto vi racconto la mia storia».

Da in alto a sinistra: Francesco, Belinda, Andrea e Marco d'Erchie (foto Cdt - Gabriele Putzu)
Da in alto a sinistra: Francesco, Belinda, Andrea e Marco d'Erchie (foto Cdt - Gabriele Putzu)

Lucrezia ha solo 20 anni ma è già una fumatrice accanita, come tutti a casa Astra. Scrocca sigarette e scrocca un passaggio in auto al Piccadilly che è a due minuti (ma piove) in cambio dell’intervista.

Mai niente per niente. Dev’essere una regola che ha imparato dormendo per strada a Lugano, in stazione e all’autosilo Balestra: anche se in realtà - dice - non dormiva mica.

«Se dormi in strada non puoi dormire veramente. Sarebbe da folli».

Immaginatevi questa brava ragazza in tuta e ciabatte, che ora esce dal Piccadilly tutta contenta per le sue Malboro, così come è uscita di casa - più o meno - l’estate scorsa dopo l’ennesimo litigio con la madre. Non è più tornata. È stata in giro settimane con solo un sacchetto di vestiti e il telefonino.

Sempre più giovani

I dati dicono che i giovani scappati di casa sono in aumento nella struttura: l’anno scorso su 122 ospiti 33 avevano meno di 25 anni, di cui 3 minorenni, e le ragazze sono un numero importante. Questa notte ce ne sono due.

«Non è quello che si direbbe un posto per ragazzine. Ma non mi trovo male. Certo, è pieno di uomini adulti in crisi. Ma non mordono».

Chiara, 19 anni, inganna il tempo disegnando su un foglietto l’interno di una casa. Arredata, carina, senonché al centro ha scritto in grande la parola «BOIA». È la casa dove si trasferirà settimana prossima, dice. Come Lucrezia, anche lei da diversi mesi ha abbandonato la famiglia e la scuola superiore, litigando «pesantemente» con i genitori.

«Siamo come sconnessi. I miei non capiscono perché non voglio andare a scuola. Non so, ho perso la motivazione».

Un’altra cosa che Lucrezia e Chiara hanno in comune sono i debiti con la cassa malati ereditati dai genitori (circa 6mila franchi Lucrezia, Chiara non lo sa ma «tanti») e la passione per le sigarette.

Fumiamoci sopra

Nel resto del mondo il tabagismo è in calo soprattutto tra i giovani ma a Casa Astra si fuma ancora senza tregua: con disperazione. È un’attività di gruppo che si interrompe solo all’ora di cena, quando in sala mensa compaiono tre commensali esterni, che non dormono nella struttura. Pensionati della regione, vengono per mangiare e poi tornano a casa senza aver quasi spiccicato parola.

Un momento durante la cena  (foto Cdt - Gabriele Putzu)
Un momento durante la cena  (foto Cdt - Gabriele Putzu)

Uomini in crisi

Dopo cena l’aria è tesa nel retro della sala mensa. Come in un western, all’entrata nel saloon, c’è una partita a carte che s’interrompe (scala quaranta) e poi riprende silenziosa.I giocatori sono Pietro, Ivan, Andrea e Francesco e hanno tutti sui cinquant'anni, facce stanche e un unico identico problema.

«Alla fine siamo tutti qui per lo stesso motivo».

Sono le donne, è sottointeso. Mano dopo mano le lingue si sciolgono e la tensione da Western cala, Francesco e Andrea - i nomi sono veri, a differenza degli altri - raccontano di essere usciti da poco da due diverse cliniche psichiatriche, per quelle che potrebbero definirsi delle «crisi post-divorzio».

«È quando la vita ti crolla addosso e tutto quello che hai costruito non esiste più, non hai più certezze, vai totalmente in palla».

Francesco fa il cuoco, ma con 4’500 franchi di stipendio tolti gli alimenti per i figli e le casse malati non riesce a pagarsi un affitto. Andrea invece lavorava come responsabile commerciale in una grossa azienda.

«Quando mia moglie mi ha lasciato, ho mollato tutto. Ho provato a rialzarmi è stato più difficile di quanto pensassi. Mi sono ritrovato senza lavoro, senza famiglia e senza casa».

Dormire per strada

La casa, ecco. Il minimo comune denominatore tra gli ospiti è ovviamente il fatto di non averne una, o di non poterci stare. L’elenco dei luoghi dove hanno dormito prima di arrivare qui è lungo: autosili, stazioni dei bus e dei treni, molti divani di amici e parenti, il carcere della Stampa, persino una stalla a Losone. Nessun ponte, né sopra né sotto. E naturalmente l’auto.

Andrea ha dormito per oltre un anno in una berlina al posteggio della Bennet di Tavernola (Como). In Italia, dice, dormire in auto è più tollerato dalla polizia. E chi non ha nemmeno un’auto dove rifugiarsi?

Ospitalità d’emergenza

Fuori continua a piovere. Lo scorso anno sono state 83 le persone che hanno fatto richiesta di accesso a Casa Astra e non hanno potuto essere accolte. Perché non avevano i requisiti - residenza - perché erano già state ospitate in precedenza o semplicemente perché non c’era posto. Verso le 22 dal buio piovoso esce un uomo bagnato dalla testa ai piedi. Viene dalla Romania e ha già soggiornato qui la notte scorsa.

«In teoria non dovremmo accoglierlo, perché ha già usufruito del soggiorno d’emergenza e oggi sarebbe dovuto ripartire per il suo paese» spiega Ilaria. Deve seguire la procedura. Telefona al direttore, concordano che potrà stare un’altra notte «perché piove» ma il giorno dopo dovrà andarsene.

Il nuovo arrivato si fa strada verso la camera dove dormirà con Andrea e Fabio, un giardiniere di Lugano che è stato indirizzato a Casa Astra dal suo datore di lavoro («per un po’ mi ha ospitato a casa sua, io non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo posto») e non è troppo contento della novità. Il sogno di tutti sarebbe avere una camera tutta per sé.

Ilaria spegne le luci nella sala comune e si ritira nella sua stanza-ufficio al primo piano (letto, bagno, scrivania) dove in teoria dovrebbe riposare da mezzanotte alle 6 di mattina.

«In pratica capita spesso che gli ospiti fatichino a dormire, abbiano delle crisi o bisogno di compagnia. C’è sempre molto da fare».

Attorno alle 2 di notte alla porta del centro bussa un’altra persona, dice di venire dall’Ucraina e di avere perso tutto. È visibilmente agitato e ubriaco. Ilaria ha contattato la helpline della Croce Rossa e le hanno detto di indirizzarlo al Pronto Soccorso.

«Un mese fa mi è capitata anche una persona che era appena uscita dal carcere. Purtroppo non possiamo accogliere tutti e, in generale, non facciamo entrare le persone in stato di alterazione».

La ricerca di una casa

All’ora di colazione sala mensa è di nuovo piena. Alla stanchezza della sera prima si è sostituito un fermento: c’è chi aspetta l’infermiera - lo spitex ACD passa cinque volte al giorno, per le cure mediche e psichiatriche - chi esce per commissioni. Andrea ha il turno del bucato in lavanderia. Fabio si lamenta perché durante la notte gli hanno rubato del cibo. Ivan non è stato tanto bene: ha vomitato tre volte (circola il norovirus) e si fa accompagnare in farmacia.

«Ognuno ammazza il tempo come può» sintetizza Francesco, che ha deciso di fare una passeggiata. «La verità è che chi sta qui ha bisogno soprattutto di non pensare a niente, di prendersi un po’ di tempo per rimettere insieme i pezzi».

Per chi ha voglia di distrarsi c’è anche l’orto comune, dove Belinda entra con stivali e attrezzi per iniziare la sua giornata di lavoro.

«Quando sono arrivata qui ho chiesto subito di poter fare qualcosa di pratico, e da allora non ho più smesso».

Di formazione grafica, 23 anni, in realtà Belinda nel frattempo ha trovato casa a Lugano e nell’orto viene a lavorarci part-time, assieme ad altri ex ospiti seguiti da un giardiniere professionista. Anche lei non può contare sul supporto della famiglia e a Casa Astra ha trovato un rifugio, dopo avere lasciato gli studi, e un trampolino da cui ripartire.

«Ho scoperto chelavorare nella natura mi piace, penso che potrei ricominciare da qui».

Non è facile, certo. Mentre ognuno trova la sua strada per affrontare un nuovo giorno e ci si ridà appuntamento a pranzo - anche solo per tornare nelle proprie camere - è bello sapere che c’è un posto dove potersi rifugiare, in attesa che le cose tornino a posto. E che non siamo soli sotto la pioggia.

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