Alberto Mingardi: «La traiettoria della seconda amministrazione Trump è deludente»

Alberto Mingardi, classe 1981, economista, è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche allo IULM di Milano e dirige l’Istituto Bruno Leoni, think tank liberale. È autore di numerosi saggi. Tra pochi giorni uscirà nelle librerie, da lui curato, Guerra e propaganda di Vilfredo Pareto, per Edizioni Settecolori. A metà maggio arriverà poi un’altra novità di cui parliamo alla fine di questa intervista che è stata, in primis, l’occasione per fare il punto sullo stato di salute del liberalismo nell’attuale caos geopolitico mondiale.
Professore, il liberalismo si basa sui parlamenti, sulla discussione pubblica, sulle regole impersonali, sulla relativizzazione, forse anche sul diritto internazionale o quel che ne resta. Se prendiamo la recente politica estera di Trump, vediamo che il presidente degli Stati Uniti, di fatto, si sta dimostrando piuttosto «extra-liberale»...
«Il liberalismo è la teoria della limitazione del potere: è la dottrina delle porte chiuse. Sostiene che esistano cose che chi detiene il potere politico semplicemente non può fare. È naturale che questo non piaccia ai governanti, in nessun Paese e in nessun momento storico. Per questo la libertà individuale non dipende dalla loro gentilezza nei nostri confronti ma da un insieme di regole e, soprattutto, da una società gelosa della propria libertà, capace di rivendicarla di fronte al sovrano. Queste regole sono sempre a rischio, perché vanno difese da una tendenza quasi naturale del potere politico a esondare da qualsiasi argine».
Siamo in emergenza, con Trump o senza?
«L’emergenza, più o meno vera, è da sempre il momento più propizio per espandere il potere politico e comprimere quello individuale. Non a caso viviamo in un’epoca in cui tutto è emergenza, tutto diventa pretesto per imporre obblighi e divieti. Da questo punto di vista, la traiettoria della seconda amministrazione Trump è deludente».
Per quale motivo?
«Aveva vinto anche perché incarnava una reazione contro questa mentalità emergenzialista, e prometteva un ritorno a una certa normalità: libertà di parola senza isterismi e censure, e una politica estera meno interventista. ‘L’America non va all’estero in cerca di mostri da distruggere’ per citare John Quincy Adams. Gli ultimi mesi hanno segnato, su questo terreno, un radicale cambio di passo, in direzione opposta a quella promessa».
Sta anche tornando a svilupparsi, tra gli addetti della geopolitica, il dibattito su Occidente ed Europa. Fu Carl Schmitt a dargli sostanza fin dagli anni Cinquanta, con i suoi saggi compulsati segretamente da molti perfetti liberali. Qual è la sua visione sul tema?
«‘Occidente’ e ‘occidentale’ sono parole che, in politica, sento pronunciare quando l’obiettivo è ridurre le libertà concrete degli occidentali. Beninteso, quando non servono a indicare un capro espiatorio per tutti i mali del mondo. Non mi sembra che siamo alle Termopili, che ci sia chi ha il monopolio del bene e chi ha il monopolio del male. È vero, noi apparteniamo a una grande cultura ‘occidentale’: quella di Giotto e Michelangelo, di Cervantes e Shakespeare, di Beethoven e delle cattedrali gotiche, del romanzo e dell’orchestra sinfonica. È occidentale la scienza moderna - anche se nel Medioevo il mondo arabo produceva scienziati più avanzati dei nostri...».
...ma sul piano della politica?
«La democrazia parlamentare è occidentale, certamente. Lo sono pure il colonialismo, il marxismo e il campo di concentramento. Nell’ultimo saggio che pubblicò in vita, Bruno Leoni, uno dei più acuti pensatori liberali del Novecento, si chiese se la libertà fosse un’esclusiva occidentale. La sua risposta era negativa: i risultati delle grandi civiltà non occidentali, sosteneva, avrebbero dovuto farci venire qualche dubbio sul mito del dispotismo orientale. Senza quel poco o quel tanto di libertà che è necessario per mobilitare le energie delle persone, certi livelli di complessità non si raggiungono. Per Leoni, persino Confucio era un pensatore individualista».
Pure Confucio?
«La straordinaria crescita cinese degli ultimi trent’anni, e prima ancora la rinascita del Giappone postbellico, restano incomprensibili se si postula che quelle culture siano intrinsecamente refrattarie all’impresa e al libero mercato e ai valori che li sostengono. Del resto, la libertà occidentale non è il frutto di un progetto deliberato. È il prodotto inatteso di tensioni e conflitti, a cominciare dalla lotta delle investiture tra Chiesa e Impero. In Europa, a fare la differenza è stato il fallimento ripetuto dei progetti di unificazione del continente, che ha consentito, a dispetto delle ambizioni dei grandi, che ci fosse spazio per esperimenti istituzionali, in un contesto di relativo pluralismo. Ma se l’Invincibile Armada avesse tenuto fede al suo nome o se Napoleone avesse vinto a Waterloo, ci racconteremmo un’altra storia...».
Il caso conta più di quanto si pensi?
«Sì, anche se non ci piace ammetterlo, e per questo rincorriamo relazioni ‘necessarie’ che spesso non esistono. Non c’è un ‘cromosoma occidentale’. La nostra stessa ‘cultura’ è un mosaico fatto di tessere diversissime, ogni tanto sembrano prevalere le une, ogni tanto le altre, e se alcune eredità liberali influenzano tutt’oggi la nostra vita - banalmente, l’idea che siamo tutti uguali davanti alla legge - altre si possono rivelare più fragili di quanto credessimo. Basti pensare a quanto si sia rivelato semplice abbandonare il principio della libertà di parola, sempre in nome di valori altisonanti, s’intende».
Oggi si discute pure di un altro concetto, quello di «Eurasia». Di fatto, a livello di affari e di energia, sarebbe più semplice per l’Europa camminare verso la Russia che non attraversare a nuoto l’Atlantico verso gli Stati Uniti. Perché abbiamo così grande resistenza a cercare soluzioni verso oriente?
«La politica estera liberale per eccellenza è quella enunciata da George Washington nel discorso di commiato: legami economici con tutti, patti politici con nessuno. La storia è andata diversamente, ma per un certo periodo, dopo il crollo del Muro, la razionalità economica sembrava orientare le relazioni tra Paesi. Si comprava dove conveniva, da chi aveva interesse a vendere. Questo ha dato slancio alla nostra economia, consentendoci di avere una divisione del lavoro più ramificata ed efficiente».
Ma tale schema non si è forse incrinato?
«Sì, ancora prima della guerra in Ucraina era comparso il concetto di friendshoring: l’idea di scambiare solo con Paesi amici che condividano i nostri valori. Per capire quanto sia economicamente sensato, basti pensare che è grossomodo quello che fanno gli Amish: comprano e vendono, per quanto possibile, solo all’interno della propria comunità, da altre persone loro omogenee dal punto di vista dei valori. Il risultato è una divisione del lavoro minima, pochi beni, servizi elementari».
Perché si è imboccata questa strada?
«Primo: si è imposta la narrazione secondo cui il commercio globale sarebbe ‘fragile’. È l’esatto contrario:più sono i nostri partner commerciali, meno siamo vulnerabili. È la cosiddetta indipendenza a essere fragile, e a renderci più poveri. Secondo: le classi politiche, loro sì fragili, faticano a trovare consenso per i propri progetti. Si pensi all’integrazione europea. E allora ricorrono al trucco più antico della politica: cercano un nemico. L’Europa ne è l’esempio più chiaro. Se dazi e politica internazionale ti hanno convinto che Washington non sia più il tuo alleato di riferimento, dovresti guardare altrove. Invece stiamo facendo l’esatto opposto: penso alla direttiva sulla cosiddetta cybersicurezza, con cui Bruxelles intende condizionare come non mai il public procurement degli Stati membri. È la logica del nemico applicata all’identità: siccome un’identità europea positiva non esiste, si prova a costruirla ex negativo contro Cina, Russia e ora gli Stati Uniti e, fino a domenica scorsa, persino l’Ungheria...».
A proposito, alcuni economisti parlano di un «feudalesimo di ritorno» con pendant di «Anticristo» tecnologico. Che idea ti sei fatto di personaggi come Peter Thiel e della sua Palantir?
«Peter Thiel è una figura straordinaria e geniale. Il problema di Palantir, però, è quello di qualsiasi industria militare. Eisenhower, che non era certo un hippie pacifista, aveva messo in guardia con notevole lucidità contro il complesso militare-industriale. Un moloch industriale con un solo cliente: gli Stati. È evidente che si tratta di imprese, talora pubbliche o parapubbliche, per cui influenzare le decisioni della classe politica non è solamente utile ma è necessario. Infatti sono quelle - mi riferisco alle imprese tradizionali, non a Palantir - che spendono di più per condizionare l’opinione pubblica. Negli Stati Uniti, le aziende militari hanno in portafoglio centri-studi e università».
Ci vorrebbe un giornalismo più indagatore?
«Certo. Noi ci preoccupiamo degli effetti che le azioni di lobbying di chi vuole venderci più prodotti tramite la sua app possono avere. Ci preoccupiamo per il prezzo al quale gli Stati pagano i medicinali o i dispositivi medici, vedendoci chissà quali oscuri intrecci. A maggior ragione dovremmo preoccuparci dell’attività di lobbying dell’industria delle armi».
Lei ha scritto: «La libertà è quella cosa che le persone sentono di doversi riprendere, quando viene loro sottratta» (in Libertà contro libertà, ed. Il Mulino). Oggi pare non esserci una così grande richiesta di libertà da parte dei popoli occidentali, anche a fronte di sicure coercizioni. Piuttosto la gente vuole assistenza e sicurezza. Perché?
«Ricordiamoci sempre che noi tutti godiamo nel provare paura. È ciò che mantiene in vita l’industria dei film horror, e ciò che spinge a consegnarsi a questo o a quell’attore politico. La paura è emotivamente gratificante. Questo spiega in parte perché l’emergenzialismo sia diventato lo stile politico dominante. Non abbiamo più ‘problemi’, abbiamo solo ‘crisi’. Tutto richiede risposte immediate, tutto è urgente. Le stesse persone che si appassionano a ogni nuova crisi in realtà, e direi per fortuna, non pensano più che sia dalla politica che possa venire la soluzione dei loro problemi personali. Ma questo non ne cambia la postura pubblica. Siamo pure assuefatti alla velocità: vorremmo che la decisione politica fosse rapida come una risposta di ChatGPT. Solo che questo è incompatibile con la liberaldemocrazia, che si basa su procedure complesse il cui scopo è proprio rallentare i processi, sperando così di evitare soluzioni affrettate e arbitrarie».
D’accordo, ma la libertà?
«Non mi faccio illusioni sul fatto che in qualsiasi epoca siano molte le persone che la ritengono ‘il fine politico supremo’. Se non altro perché la ragione per amare la libertà è apprezzare ciò che ci può dare la libertà degli altri. Io voglio la libertà d’espressione non necessariamente perché abbia qualcosa da dire ma perché consente ad altri di fare un film che poi guarderò con piacere o un libro che leggerò avidamente. Voglio la libertà di ricerca perché spero che le ricerche degli altri mi migliorino la vita o ci portino finalmente nello spazio...».
A giugno qui si andrà al voto sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!». Si tratta, a mio parere, di un voto più storico di quanto si pensi, poiché l’idea sottostante che non viene palesata, in caso di vittoria degli iniziativisti, è un non piccolo cambio di modello economico. Il tema dell’immigrazione è esplosivo per le istanze liberali?
«La Svizzera è un caso a sé: è l’unico Paese in cui i residenti nati all’estero sfiorano un terzo della popolazione. È quello che molti credono valga anche altrove, ma non è così. In Francia siamo sotto il 10%, in Italia attorno al 10%, in Germania poco di più, in Polonia sotto il 2%. Il problema non è la presenza di persone nate altrove: chi sceglie di andare a vivere in un Paese diverso dal proprio ha spesso uno spirito imprenditoriale e porta con sé energie che possono rappresentare un arricchimento. C’è poi la questione demografica: se non si fanno più figli... Ma il vero problema è il fallimento nella fornitura di beni pubblici: scuola e sicurezza».
Lo Stato non riesce più a mantenere le proprie promesse?
«Sovente la qualità dell’istruzione pubblica è mediocre - e viene da chiedersi se dell’analfabetismo di ritorno abbiano più colpa i social o i programmi scolastici. Quanto alla sicurezza, pur essendo i crimini violenti in calo rispetto al passato, in alcuni Paesi esistono pezzi di città in cui lo Stato ha di fatto rinunciato a garantire le condizioni minime di ordine pubblico. Siamo di nuovo alla logica del nemico: è più comodo dare la colpa a chi ha la pelle di un colore diverso che affrontare problemi strutturali. Il meccanismo funziona perché intercetta un’intuizione istintiva: la diffidenza verso chi non ci somiglia è una risposta automatica e ancestrale. Sfruttarla politicamente è facile. Risolverla richiede fatica…».
Leggo che è in uscita, a maggio per Bompiani, con "Yugen", scritto a quattro mani. È il suo primo romanzo: cosa si dovranno aspettare i suoi lettori?
«Non sono sicuro di avere dei lettori, o perlomeno non me ne sono ancora accorto. Yugen è un giallo, un noir ambientato nella Venezia contemporanea. Ho avuto la fortuna di scriverlo con Eva Convertino, che è una narratrice nata. Del libro direi solo una cosa: ho sempre pensato che la politica faccia solo male al cinema, alla letteratura, alla musica. Ci siamo quindi attenuti rigorosamente a questo principio. È un romanzo pensato per intrattenere, che non vuole insegnare nulla al suo lettore - vuole solo tenergli compagnia. Posso solo sperare che qualcuno si diverta leggendolo e che sviluppi un po’ di simpatia per il protagonista: Ivano Alteri, un commissario melomane che da Cuneo è approdato a Venezia, e la percorre in lungo e in largo senza mai abituarsi alla sua bellezza».
