Asilanti in Ticino che non lo sono più, o quasi

Ore quattro, giovedì pomeriggio. Snizhana ripone il giubbotto anti-radiazioni nell’armadietto del reparto radiologia dell’ospedale di Bellinzona. Shoaib timbra il cartellino in uno studio di progettisti a Breganzona, ma poi si rimette al lavoro. A Locarno il papà di Sonja è arrivato a prenderla all’asilo di Saleggi, l’aiuta a vestirsi, le prende la mano.
«Dove andiamo?».
Abdul Shoruk accompagna la bambina alla macchina e le spiega che oggi sono venuti a trovarlo dei giornalisti: vogliono sapere la storia di come è arrivato dall’Afghanistan al Ticino. Lei è entusiasta.

Da Kabul a Locarno
«Tu sei venuto a Kabul e hai conosciuto la mamma».
«E poi le ho chiesto di sposarmi».
«E poi l’hai portata in Svizzera»
«E poi sei nata tu, poi Almas, poi Wakas»
«E adesso è nato un altro bebé».
L’auto, una berlina in cui tutta la famiglia non ci starebbe, riporta padre e figlia al ristorante-kebab Almas (si chiama come uno dei figli) proprio sulla Rotonda di Locarno. La famiglia abita nello stesso palazzo, Shoruk invece vive praticamente nel ristorante.
«Il lavoro non manca - sorride - con tanti figli devo darmi da fare!».
È uno dei 1.875 richiedenti asilo che negli ultimi sei anni hanno ricevuto un permesso di soggiorno regolare in Ticino, e uno dei tre che abbiamo incontrato nelle scorse settimane per capire cosa viene dopo la parte più difficile, le procedure, i centri d’asilo, le polemiche: insomma, quello che si racconta di solito.

«Le difficoltà non finiscono mai ma posso dire che con il permesso le cose sono molto migliorate» racconta Shoruk, che ha 36 anni ed è sopravvissuto in ordine cronologico: alla guerra con la Russia («mio padre no, è morto da civile in uno scontro con un carroarmato»), al primo regime talebano, all’occupazione americana, a un viaggio per terra e per mare attraverso Turchia e Grecia fino al Ticino. Poi, un’attesa di sei anni tra foyer e centri d’accoglienza. Infine il Covid («per mesi sono rimasto senza stipendio») quando aveva appena ricevuto il permesso, e aveva già una moglie e la piccola Sonja da mantenere. La bambina ascolta rapita, anche se ha già sentito la storia mille volte.
«Non tornerei mai in Ucraina»
Intanto Snizhana Yefimenko dall’ospedale è arrivata a casa: che poi è la casa dei genitori del suo fidanzato ticinese, che l’hanno ospitata per un paio di mesi in attesa del trasloco. Hanno trovato un bilocale a Bellinzona. Proprio questa sera prenderanno in consegna le chiavi.
«Per me è la fine di un calvario» dice. «È il sesto trasloco in quattro anni».

È arrivata in Ticino dall’Ucraina nel 2022, tre settimane dopo lo scoppio della guerra. Aveva 17 anni. Minorenne non accompagnata. «Avevo dei parenti qui, i miei genitori mi hanno preso un biglietto e tanti saluti». Li ha rivisti l’anno scorso dopo quattro anni per la prima volta: è andata a fargli una sorpresa.
«È stato bellissimo, anche se la mia città era irriconoscibile: sembrava una città fantasma».
Kropyvnytskyi, nell’oblast di Kirovohrad, è stata colpita proprio ieri sera da un bombardamento russo: tre vittime, sei feriti gravi. Ha sentito i genitori, per fortuna stanno tutti bene.
«Per come stanno le cose non ho alcuna intenzione di tornare, il mio futuro lo vedo qui in Ticino: ho fatto tanta fatica a sistemarmi».
Sei traslochi in quattro anni
Del suo primo stipendio svizzero, ricevuto il mese scorso dall’EOC, Snizhana non ha praticamente toccato un franco: l’ha usato per sanare i debiti della cassa malati che ha accumulato negli anni. Il percorso di formazione come tecnica di radiologia alla SUPSI, intrapreso su suggerimento della Croce Rossa, si è rivelato una scelta azzeccata ma non è stato una passeggiata.
«Per due anni ho vissuto con cento, duecento franchi al mese. Tutto il resto finiva in affitto e abbonamenti. A un certo punto, per un’incomprensione sulla caparra, sono stata persino sfrattata».

Dal foyer di Paradiso della Croce Rossa (demolito l’anno scorso) Snizhana è stata trasferita una prima volta al foyer di Riazzino, poi in affitto a Locarno. Dopo lo sfratto è stata accolta al convento dei Cappuccini di Lugano assieme ad altre decine di profughi appena arrivati dall’Ucraina. Infine a casa dei genitori del fidanzato («per fortuna») a settembre. Ora grazie al contratto di lavoro può finalmente andare a convivere: «Un sogno». Inizieranno il trasloco domani.
Bambini in fuga
Si è già fatto buio, ma Shoaib Ahmad è ancora chino alla scrivania dello studio di Breganzona dove sta concludendo il suo apprendistato, il secondo. Ha fatto due anni come tecnico delle costruzioni, ora studia per diventare progettista di impianti sanitari. Dopo il lavoro si ferma sempre un paio d’ore per ripassare la teoria.
«Avrei potuto cercare subito lavoro, anche perché i soldi non bastano mai. Mi bastano appena per sopravvivere. Ma sono ancora giovane e voglio studiare più che posso» spiega il 21enne in perfetto italiano.
Di anni ne aveva undici quando ha lasciato l’Afghanistan, da solo. Nella regione dove viveva, nel nord del paese, i talebani «sequestravano i bambini della mia età per portarli nelle scuole religiose». Ad Ahmad studiare piace, ma quello che vuole lui.

Ha attraversato l’Adriatico imbarcandosi di nascosto in un container pieno di tubi di ferro diretti in Italia.
«Ero piccolo e mi sono fatto ancora più piccolo, non mi hanno scoperto per fortuna».
La strada per ripartire da zero non è già abbastanza lunga e difficile? Le prove superate da Shoaib, Snizhana e Shoruk non sono sufficienti? Dei tre, solo quest’ultimo ha ricevuto il permesso di cominciare una nuova vita in Ticino.
Uno su tre. Grosso modo, è la percentuale di richiedenti asilo che, sul totale delle nuove domande regolate in Ticino sulla base della ripartizione federale (circa 800 casi l’anno negli ultimi cinque anni), ricevono ogni anno una decisione positiva e l’agognato permesso di residenza. Una percentuale in linea con la media nazionale, stando ai dati dell’Ufficio cantonale di statistica.

«Grazie a tutti»
Le regole della burocrazia e dell’accoglienza non sono cosa da bambini, accompagnati o non accompagnati che siano.
«Cosa dice la maestra?»
«Dice che sono brava, papà».
Shoruk accompagna la figlia da casa a scuola e ritorno, tutti i giorni. Lungo la strada parlano di come è andata la giornata - in italiano - e qualche volta dei progetti futuri.
«Da grande voglio fare la dottoressa dei bambini».
In Afghanistan l’istruzione femminile si ferma alle elementari: la piccola Sonya non avrebbe potuto studiare nemmeno in una scuola religiosa gestita dai talebani. Lei non lo sa - forse - ma il padre sì. Per questo ci tiene a «ringraziare il Ticino per avermi accolto» ma deve ringraziare soprattutto sé stesso. Sulla soglia di casa saluta la figlia con un forte abbraccio, e poi scende di nuovo al ristorante a lavorare.
