Barba di città, o città della barba

Si sa che i social non sono una referenza di precisione, equilibrio e qualità ma talvolta hanno comunque il pregio di riuscire a intercettare pensieri non del tutto sballati, destinati a un’ampia condivisione e perciò destinati a diventare veri e propri temi di discussione. Mi pare stia capitando di fronte al profluvio di nuovi «barber shops», spuntati come funghi dopo una notte di pioggia in tutti i quartieri della città. Gli arredamenti piuttosto sofisticati, le insegne che dichiarano ambizioni di una storicità inesistente - addirittura «since 2018»! - ma soprattutto un’affluenza di clienti in alcuni casi visibilmente piuttosto modesta hanno instillato più di un dubbio in qualche mente attenta allo sviluppo di fenomeni più o meno fuori scala. Sulla falsariga di quei sospetti, probabilmente nemmeno solo tali, legati a certe movimentazioni nel settore della ristorazione. Da noi come altrove, in Svizzera interna o a Como.
Il timore di una possibile… onda anomala, insomma, ci sta tutto, e non possiamo che confidare nell’attenzione di chi dovrebbe tenere gli occhi bene aperti. Al sottoscritto, semplice osservatore delle nostre piccole vicende urbane, piacerebbe invece poter derubricare il tutto, senza troppi patemi d’animo, sotto l’innocua voce nuove tendenze giovanili. Ripensando che per noi - abuso della forma plurale solo per permettere allo spelacchiato che sono oggi di riassaporare la maschilissima perduta solidarietà follicolare - andare dal parrucchiere stava nella scala dei piccoli fastidi periodici appena sopra il medico o il dentista, nonostante la speranza di poter magari fare un pizzico di cresta sui soldi che ci venivano affidati per ritrovare un aspetto… non più da fiö da nisün.
Non fosse stato per Saverio e Nunzio che mi hanno visto crescere e poi Davide che dei miei capelli può avere solo un vago ricordo, gli altri professionisti della forbice hanno avuto un ruolo del tutto inesistente in un’esistenza da questo punto di vista assolutamente priva di colpi di scena. Un’eresia per chi invece ha eletto taglio e regolazione a riferimenti importantissimi di un codice di comportamento che prevede frequentazioni assidue delle moderne botteghe di barbiere, con tanto di immagini dei modelli da riprodurre e addirittura di gentile accompagnamento. Mentre non oso neppure immaginare la possibile reazione di qualche amica del tempo incastrata di sabato pomeriggio nell’attesa della trasformazione dell’amato di turno mi preme confermare che le legittime preoccupazioni espresse sopra non possono essere generalizzate: la richiesta, infatti, è indubbiamente in crescita, al punto da dover istituzionalizzare l’abominio dell’appuntamento - tanto caro alle nostre mamme - privando così intere generazioni di adolescenti del piacere dell’ascolto di chiacchiere adulte al limite della licenziosità.
Si dice che Lugano sia una barba di città - falso, a volte è addirittura sin troppo frenetica nel suo voler fare - ma potrebbe benissimo essere quella della barba. In cui quelle del Socrate morente e dello Spartaco incatenato, per non dire di quella abilmente un po’ trascurata del sindaco che preferirebbe però riconoscimenti e opportunità di capitale della cultura e di periferia dei Giochi Olimpici, rischierebbero di passare sempre più inosservate.


