Cosa c'è al Punto Franco, ma non si può dire

Cosa si prova a trovarsi in un luogo che non esiste? Bisognerebbe chiederlo alla statua di Rodin alta due metri, il pensatore chino su sé stesso in un angolo del magazzino di Chiasso: è lì così da anni.
Fiscalmente, non si trova da nessuna parte. In un certo senso - forse è questo a renderlo così pensieroso - è come se non esistesse nemmeno lui. Il magazziniere Andrea gli passa accanto, lavora, a volte lo sposta. E così facendo lo riporta alla realtà.
Al Punto Franco la sensazione di entrare in un «altro mondo» è forte. Sarà che per arrivarci bisogna oltrepassare il cimitero di Chiasso. Poi la strada (senza uscita) diventa un ponte, sorvola la distesa di binari che circondano la città come un fiume.
Un’isola tra i binari
Le rotaie coprono circa il 40 per cento della superficie dei comuni di Chiasso e Balerna (5,9 chilometri quadrati) e nelle loro circonvoluzioni formano una specie di isola, inaccessibile dai quattro lati. Si vede bene solo dai monti o dal satellite.

È lì, in mezzo alla distesa di ferro, che svetta la torre del Punto Franco: una città nella città. Dopo quelli di Ginevra e Zurigo è il terzo per dimensioni in Svizzera: ma per quanto sia noto fuori dai confini nazionali - purtroppo anche per le inchieste giudiziarie che negli anni lo hanno sfiorato - da sempre è circondato da un alone di mistero.
Nel luglio 2022 sul ponte sopraelevato è comparsa una squadra di agenti della Polizia Giudiziaria italiana. Sono entrati nell’«isola» sulle tracce dell’eredità più discussa delle cronache recenti d’oltre confine: quella della famiglia Agnelli. Ma quando il cancello del Punto Franco si è chiuso dietro le loro spalle, gli inquirenti sono ripartiti senza avere trovato niente.
Il capolavoro di Maillart
«Benvenuti, avanti».
Walter Goldoni, un uomo elegante sulla quarantina, dal «fortino» entra ed esce tutti i giorni: lavora per una società che da vent’anni affitta spazi all’interno e conosce benissimo la strada dall’ingresso al suo magazzino. Il resto è un mistero anche per lui.
«Come affittuari siamo autorizzati ad accedere unicamente agli spazi da noi locati. Personalmente non ho mai visto nient’altro».
Dal cancello si accede allo stabile amministrativo, ricorda la facciata di una villa d’inizio Novecento che si trasforma elegantemente in magazzino: disegnata dall’ingegner Robert Maillart (1872-1940), il «papà» dei ponti svizzeri in calcestruzzo, è un capolavoro celebrato dai manuali di architettura. Le colonne a fungo sul retro sono spesso meta di pellegrinaggi universitari, ma tesori d’altro tipo sono custoditi nei magazzini sulla sinistra, più recenti, e del tutto inaccessibili.
Richieste in aumento
La statua di Rodin ci aspetta all’interno. È una copia del «Pensatore» (ne esistono una ventina nel mondo), una delle più celebri e amate dallo scultore francese. Tutto intorno è circondata di scaffali ripieni di quadri dei maestri del Novecento: Pablo Picasso (gli schizzi di Guernica), Marc Chagall, Salvador Dalì. La statua ad altezza d’uomo di una «donna in fiamme» dell’artista catalano si piega sotto un’impalcatura, come se temesse di venire schiacciata. Il proprietario è un mercante d’arte italiano (vedi Corriere Weekend del 14 giugno) che non fa mistero dei suoi tesori. È un caso raro.
«Custodire le opere in un porto franco comporta delle complicazioni, soprattutto burocratiche» dice. «Ma negli anni ho sempre apprezzato i suoi vantaggi soprattutto in termini di sicurezza, visti i tempi che corrono».

Negli ultimi tre anni, in effetti, i punti franchi hanno registrato un netto aumento della clientela. È difficile dire di quanto, visto che le società che li gestiscono (sette in tutta la Svizzera) si attengono rigorosamente a un’identica discrezione. Ma interviste recenti hanno confermato alla stampa specializzata una tedenza «generalizzata» da parte dei collezionisti a rifugiare i propri beni nei principali porti svizzeri (Ginevra soprattutto, ma anche Chiasso, Zurigo e Basilea) in seguito alla guerra in Ucraina e alle incertezze legate ai dazi americani.
Massima riservatezza
La statua di Rodin non può parlare. Sebbene sia custodita legalmente, come tutte le altre opere sottoposte al controllo delle Dogane (UDSC), tra le pareti in calcestruzzo di Maillart regna la privacy più assoluta.
«Non conosco gli altri affittuari» spiega Goldoni. «Ognuno qui si occupa dei propri spazi. La discrezione è proprio uno dei vantaggi di questo posto, assieme alla sicurezza e alla funzionalità logistica».
Ciò di cui Goldoni non parla sono i vantaggi finanziari.In origine i porti franchi in Svizzera erano nati per custodire derrate alimentari e prodotti in transito: il magazzino di Chiasso, in particolare, venne creato nel 1920 da un consorzio di aziende di tabacco, che all’epoca abbondavano nel Mendrisiotto. Ma da allora sono cambiate molte cose: da oltre mezzo secolo le strutture come quella di Maillart sono utilizzate da investitori e collezionisti come sedi permanenti. Il motivo è proprio lo status «franco» che prevede la sospensione dei dazi e delle tasse doganali per i beni custoditi: siano essi opere d’arte, auto di lusso o vini rari, le altre categorie per cui c’è maggiore richiesta nei caveau.
«Qui non siamo in Svizzera»
Il magazziniere Andrea indica una porta, che dà sulla banchina dove avvengono le operazioni di carico e scarico. Ricorda il retro di un supermercato o un qualsiasi deposito logistico. La differenza, spiega, è che dietro quella porta c’è la Svizzera.
«Qui dentro è come se fossimo in un altro paese. Di fatto, siamo all’estero».
L’extraterritorialità è anche la differenza principale tra il Punto Franco e le decine di depositi doganali aperti (DDA in gergo) che sono spuntati negli anni intorno ai «porti» principali. In Ticino ce ne sono una settantina, gestiti da piccole imprese private concentrate nel Mendrisiotto (21 a Chiasso, 15 a Balerna), mentre nel resto della Svizzera sono dieci volte tanti. Negli ultimi tre anni il numero è leggermente calato (sette DDA sono scomparsi dalla mappa ticinese) ma la sostanza non cambia.
Anche per essi vige il regime di «sospensione fiscale», solo che sono sottoposti all’obbligo di tenere un inventario elettronico delle giacenze, e a comunicarlo alle dogane. Nel Punto Franco invece viene inventariata soltanto la merce considerata «sensibile» e i controlli funzionano diversamente. «Vengono effettuati in base all’analisi del rischio» spiega Nadia Passalacqua, portavoce dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) che all’interno del Punto Franco ha un presidio stabile che si occupa delle verifiche. «Per motivi tattici e operativi non forniamo indicazioni di dettaglio sulla natura dei controlli»Il

Nella parte svizzera della struttura, a pochi metri dall’ufficio delle dogane, c’è quello della direzione. Ma bussare è inutile. «Da sempre ci atteniamo alla regola di non commentare voci e notizie di qualsiasi tipo, a tutela nostra e dei nostri clienti» si scusa il direttore Roberto Sala, che difatti in tanti anni non ha mai rilasciato interviste, come nemmeno i suoi predecessori. Qualsiasi curiosità - i dazi americani, l’aumento della clientela, persino i lavori di ammodernamento che sono in corso nell’«isola» da un paio d’anni - è destinata a restare insoddisfatta. Gentilmente Sala si limita a regalare un libro d’architettura («Punto Franco, Chiasso 1920-2020») pubblicato sei anni fa in occasione del centenario della struttura.
L’«isola» del resto è un sedime privato e i proprietari - la società Magazzini Generali e Punto Franco SA, creata nel 1920 - non sottostanno ad alcun obbligo divulgativo. In passato, è vero, la struttura è finita sotto i riflettori per vicende «in cui non c’entrava niente» si fa scappare Sala, e questo non ha giovato al rapporto con i giornali. Nel 2016, a seguito di un’inchiesta che portò al ritrovamento di reperti archeologici etruschi a Ginevra, il Consiglio federale ha inasprito i controlli sui depositi considerati «sensibili», per impedire che i porti franchi dessero rifugio a beni trafugati o di provenienza illecita.
Un lavoro estenuante
«Qui ci fanno diventare matti con i controlli, altro che» assicura Goldoni, che segue le pratiche burocratiche dal suo ufficio poco lontano. A volte, ammette, è un lavoro estenuante. «Ogni volta che un camion entra o esce viene sottoposto a una vera radiografia».

Il magazziniere Andrea ha appena finito di preparare una spedizione di statue di Dalì. Le ha imballate, chiuse in casse ad altezza uomo e trasportate con il muletto verso la rampa, dove due camion le hanno prese in consegna.
«A livello pratico il lavoro non è diverso da quello di un qualsiasi magazzino» spiega. «Chiaro che bisogna usare una certa delicatezza».
Ora le opere sono in viaggio verso il Messico («vanno ad una mostra») e ognuna è stata controllata all’uscita. Trafugarne anche solo una, in effetti, sembra una missione impossibile. Quando l’ultimo camion è uscito, il cancello si richiude ancora una volta sui segreti del Punto Franco, e le sue leggende destinate a rimanere tali.
