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Cuore a sinistra, portafogli a destra

La classe dirigente deve battersi per l'interesse collettivo, che deve prevalere su quello personale
Giò Rezzonico
08.11.2026 19:45

La destra critica spesso le persone benestanti che si riconoscono negli schieramenti progressisti e li squalifica sentenziando che «hanno il cuore a sinistra, ma il portafogli a destra». Eppure sempre più persone finanziariamente agiate, soprattutto con l’avvento dell’estrema destra sovranista, militano nei partiti progressisti in contrapposizione a quelli conservatori. Ma è davvero contraddittoria la loro posizione?

Per rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro e chiediamoci che cosa significa fare politica. Secondo Walter Veltroni vuol dire rispondere alla necessità di dare un valore profondo ed etico al nostro agire e superare l’ostacolo, congenito in ognuno di noi, della paura verso il cambiamento.  D’altra parte però - ha scritto l’ex presidente statunitense Barak Obama - «se rimaniamo legati al passato non faremo mai un passo avanti, perché soltanto il coraggio di dare il via a un nuovo inizio ci offrirà la possibilità di creare il mondo che vogliamo».

Si tratta di un obiettivo utopistico? Forse. In effetti la storia ci induce a guardare al futuro con pessimismo. E l’attualità, ostaggio degli umori del presidente Trump fedele alla legge del più forte, non può che confermare questa prudenza. Ma senza speranza non c’è futuro e l’ottimismo della volontà, come direbbe Gramsci, ci spinge ad auspicare un mondo migliore. Un mondo basato sulla fiducia nel prossimo e non sulla prevaricazione, retto dalla volontà di fare agli altri quello che si vorrebbe gli altri facessero a te. Un sentimento, osserva Obama, che si è creato nel corso dello sviluppo della civiltà. Un cammino non certo facile da intraprendere, che induce ad elaborare un’etica personale a cui ispirare le proprie azioni tese in primo luogo a realizzare l’interesse comune.

Da questo ragionamento scaturisce spontaneamente la risposta alla domanda che ci siamo posti in apertura. Essere di sinistra non significa fare un voto di povertà, come pretenderebbero i critici di destra, ma battersi per l’interesse collettivo, che deve sempre prevalere su quello personale, anche a costo di andare contro i propri interessi. 

È un’utopia? Forse, ma come ci ammonisce Max Weber, l’esperienza storica ci insegna che «il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile». Sono persuaso che, sebbene sia necessario rimanere con i piedi ben piantati per terra, sia altrettanto importante continuare a sognare l’irraggiungibile («yes we can», ricordate il motto di Obama?): quello cioè che viene considerato utopia. Perché, come ha scritto Eduardo Galeano, «Lei sta all’orizzonte. Mi avvicino due passi e Lei si allontana due passi. Cammino dieci passi verso l’orizzonte e Lei si allontana dieci passi più in là. Per molto che io cammini, mai la raggiungerò. Ma allora a cosa serve? A questo serve: a camminare!».  

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