L'intervista

Dal «barcone» a Massagno, passando per gli Oscar

Arrestato ingiustamente come scafista, Amara Fofana ha ispirato il film «Io, capitano» e ora arriva in Ticino a raccontare la sua storia – «Perché il dolore e le ingiustizie devono servirci da lezione»
Una scena del film
Davide Illarietti
15.03.2026 18:45

Amara Fofana non ha attraversato da migrante la frontiera italo-svizzera e non è mai stato in uno dei centri d’accoglienza del Mendrisiotto, ma avrebbe potuto. La sua vicenda è unica e allo stesso tempo simile a quella di tanti richiedenti asilo «ospiti» della Croce Rossa in Ticino: il 29 marzo sarà ospite dell’organizzazione, sì, ma al cinema Lux di Massagno, per parlare del film che ha portato la sua storia fino agli Oscar. Si potrebbe dire che gli è andata bene, se non fosse una storia così terribile.

«Non sono scappato dalla guerra, ho inseguito un sogno che era quello di studiare, di aiutare la mia famiglia» racconta Fofana (Fofo per gli amici) al telefono con il Corriere del Ticino. «La guerra in un certo senso per me è stato il viaggio, la sofferenza e le ingiustizie che ho incontrato e subito, per arrivare in Europa».

È tutto vero

Ora Fofo ha 27 anni e parla un italiano perfetto, anche se non è la sua seconda lingua e nemmeno la terza (prima vengono fula, wolof e francese) e ormai da tempo si è trasferito a vivere in Belgio. Ne aveva 15 quando partì per l’avventura che in seguito è stata immortalata nel film «Io, capitano» (2023) del regista romano Matteo Garrone e lo ha reso protagonista, indirettamente, della notte degli Oscar.

La pellicola verrà ritrasmessa domenica 29 marzo al Lux, a due anni esatti dalla candidatura alla statuetta d’oro come miglior film internazionale (entrò nella cinquina finale) e dal Leone d’Argento alla Mostra del cinema di Venezia. La storia del ragazzino che attraversa il Sahara, viene rinchiuso nelle famigerate carceri libiche, riesce a uscirne e accetta la sfida di guidare un «barcone» pieno di migranti fino alle agognate coste siciliane, dove viene poi arrestato di nuovo (ingiustamente), ha fatto il giro del mondo. Fofana ora il suo viaggio lo ha finito - almeno temporaneamente - ma continua anch’egli a girare il mondo e a raccontare la sua storia, perché «le cose che ho visto continuano a succedere ancora oggi e molte persone non lo sanno, o non vogliono saperlo». Sarà presente al termine della proiezione, organizzata dalla Croce Rossa, per confrontarsi con il pubblico e dimostrare - se ce ne fosse bisogno - che per quanto assurda la sua storia non è fantasia. È tutto vero.

Verso un futuro migliore

Tutto comincia in una comunità per minorenni non accompagnati vicino a Catania, dove Garrone nel 2017 fa visita a un amico (il direttore della struttura) e si ferma a pranzo con gli ospiti, ne ascolta le storie. «La mia vicenda era particolare, la conoscevano tutti nella comunità, e colpì anche Matteo» ricorda Fofana. Il ragazzino al timone che porta in salvo 250 persone, e quando viene fermato dalla Guardia Costiera italiana grida «Je suis le capitain, io capitano», è un’immagine potente (non a caso la più iconica del film) e come dicono i giornalisti, è già un titolo.

«Poi per ricompensa, cosa mi fanno? Mi mettono in prigione un’altra volta».

La tavolata ride, anche il regista è divertito. Il seme della tragedia che si schiude nella speranza - in una tragicommedia tutta italiana, a ben vedere - ormai si è depositato. Ci vuole tempo perché maturi.

«In quel periodo Matteo era impegnato nel suo film su Pinocchio, ma voleva raccontare il mondo dei migranti. Si vedeva che covava qualcosa».

Tre anni dopo Fofo ormai vive in Belgio, dove ha trovato lavoro nella logistica di un aeroporto, e viene raggiunto da una telefonata: è Garrone, che ha deciso di fare un film su di lui.

La scena finale del film
La scena finale del film

«Non era un buon momento, era appena scoppiata la pandemia di Covid, non potevamo nemmeno incontrarci per parlarne».

Via Zoom si tengono le prime interviste, la storia si sdipana nei minimi dettagli. Da quando, adolescente in Guinea (poi in Senegal) il giovane ordisce la sua fuga dalla povertà attirato dai social network, e parte assieme a un amico («praticamente un fratello») alla volta dell’Italia, senza dire nulla a sua madre.

«Volevamo un futuro migliore, volevamo studiare, in particolare io. Non bisogna pensare che tutti i migranti scappino dalla guerra. I giovani italiani o svizzeri che viaggiano per il mondo, e vanno in America o in Australia, non scappano dalla guerra. Ma hanno il diritto di farlo».

«Impossibile dimenticare»

I due amici vengono fermati una prima volta al confine con il Niger, i loro passaporti (falsi) vengono sequestrati, devono corrompere una guardia. Proseguono nel deserto a bordo di un pick-up, da cui chi cade è perduto, poi a piedi tra le dune che uccidono una donna nell’indifferenza generale.

«Siamo arrivati in Libia allo stremo delle forze, e lì siamo stati divisi. Io sono finito in un carcere illegale gestito dai trafficanti di esseri umani. Volevano che chiamassi mia madre e le facessi pagare un riscatto, ma mi sono rifiutato. Ho subito la tortura, ho visto cose che non riesco a dimenticare. Molte non vengono nemmeno mostrate nel film, come gli abusi sessuali sulle donne».

Venduto come schiavo-lavoratore a un ricco proprietario terriero, Fofana si guadagna infine la libertà - «con l’impegno e il duro lavoro» - e in una Tripoli che sembra l’anticamera dell’inferno ritrova il suo amico fraterno e il sogno europeo, che ormai è necessità.

«Nel fuggire dai carcerieri il mio amico si era ferito a una gamba e necessitava urgentemente di cure, che in Libia non avrebbe mai ricevuto. Volevamo tornare a casa, ma non potevamo. Dovevamo andare anvati».

È così che il 15.enne si ritrova, inaspettatamente, al timone di una barca che non sa guidare, responsabile della vita o della morte di 250 persone.

Una scena "onirica" e tragica allo stesso tempo
Una scena "onirica" e tragica allo stesso tempo

«Non sapevo nemmeno nuotare all’epoca. Ma non c’era altra soluzione. Non avevamo i soldi per pagare il ‘‘biglietto’’ agli scafisti. Uno di loro mi disse che l’unico modo per imbarcarci, tutti e due, era che io guidassi la barca. Per via della mia età, mi disse, non avrei avuto conseguenze penali. Accettai perché non avevo altra scelta».

La traversata, emozionante e drammatica, è ricostruita nel film nel dettaglio, compreso il parto di una passeggera che Fofana dovette assistere in quanto «capitano» della nave.

«Tutti si rivolgevano a me, mi chiedevano aiuto, avevo la responsabilità di ogni cosa - ricorda Fofana -. Sembravano non rendersi conto del fatto che avessi appena 15 anni».

Dopo il mare, il carcere

Le facce, i nomi di quelle persone che in una certa misura gli devono la vita oggi il «capitano» non li ricorda nemmeno. «Erano momenti concitati e di continuo stress, badavo a tutti senza badare a nessuno». Non sa che fine abbiano fatto e spera stiano bene: quello che sa è la fine che ha fatto lui, dopo avere gridato la famosa frase («Io capitano, io capitano») con cui il film si conclude. Il resto, l’odissea di Fofana tra carceri e centri d’accoglienza in Italia, viene lasciata fuori dalla pellicola e gli spettatori di Massagno dovranno chiederla al diretto interessato.

«È stata una scelta dettata da limiti cinematrografici, ma anche dalla volontà di mostrare quello che il pubblico europeo conosce meno. Tutti qui vedono i migranti nelle strutture d’accoglienza, nelle comunità, in strada: vedono l’ultima parte del viaggio, ma non sanno cosa c’è stato prima. Da cosa scappano e cosa hanno passato prima di arrivare qui».

Nel caso di Fofana, la beffa è stata quella di venire scambiato per «scafista» e ritrovarsi rinchiuso in un carcere a Catania, in mezzo agli adulti tra cui buona parte detenuti in regime di 41 bis per reati mafiosi.

«Ci sono rimasto circa due mesi, prima che si convincessero che ero minorenne: ho dovuto fare esami genetici in tre ospedali, se non fosse stato per il mio avvocato chissà come sarebbe finita».

Poi sono venute le scuole, la patente nautica - per qualche tempo lavora come skipper in Sicilia - e la speranza di diventare «capitano» per davvero. La vita lo ha portato lontano dall’Italia - una ragazza, l’amore -, ora Fofana ha una famiglia e un lavoro, ma continua a raccontare le sue tristi avventure.

«Tante persone continuano a vivere quello che ho vissuto io, e si tratta di esperienze terribili» conclude. Il lieto fine non riscatta la sofferenza. «Una cosa positiva nel mio viaggio? I momenti di solidarietà. Ho incontrato tantissime persone, ho cercato di aiutare chi potevo, qualcuno ha aiutato me. Spero che per lo meno serva da lezione e da monito per gli altri».

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