L'intervista

«Dalla Svizzera non vogliamo il contentino»

Per l'egittologa Monica Hanna Berna deve impegnarsi di più per restituire al suo paese i reperti trafugati in passato
Davide Illarietti
01.11.2026 19:00

Sul tavolo di Elisabeth Baume-Schneider, il 15 settembre, la maschera funeraria sembrava sorridere all’idea di tornare a casa. Anche Monica Hanna ha sorriso, quando la notizia l’ha raggiunta al Cairo, ma solo a metà.

«Resta ancora molto lavoro da fare».

Archeologa e docente universitaria, Hanna è forse la voce più nota del mondo accademico arabo a chiedere la restituzione dei beni archeologici sottratti nei secoli all’Egitto, custoditi nei musei e nelle collezioni private d’Europa e d’America.

«Purtroppo - afferma - la lista dei tesori che ancora non sono stati restituiti è lunga, e sugli oggetti di maggior valore storico le resistenze dei governi occidentali sono grandi quanto l’inerzia del governo egiziano».

La maschera tolemaica

La testa di principessa risalente al periodo tolemaico, consegnata il mese scorso dalla consigliera federale a un ambasciatore egiziano altrettanto sorridente, è solo l’ultima di una serie. Da quando i due paesi hanno firmato un accordo di collaborazione per la tutela del patrimonio archeologico, nel 2010, Berna ha restituito un’ottantina di manufatti egizi arrivati illegalmente nel nostro paese. La maschera di Baume-Schneider, forse il più appariscente, era stata sequestrata alla dogana di Bardonnex (GE) esattamente quattro anni fa.

La Svizzera e in particolare Ginevra sono ancora il principale «porto franco» internazionale per i traffici di opere d’arte e antichità trafugate, sottolinea Hanna. «Per fortuna i controlli negli ultimi anni sono aumentati» osserva l’esperta. I doganieri imbattutisi nella testa di donna (dichiarata da un trasportatore) l’hanno sequestrata per accertamenti e un egittologo ne ha confermato l’origine illecita. Per Hanna, però, il contrabbando di antichità trafugate in tempi recenti «è solo una parte del problema».

Il grosso del «maltolto» non è nascosto ma visibile a tutti: è custodito nei grandi musei pubblici e privati, dal Louvre a Torino, passando per Basilea e San Gallo.

La mummia di San Gallo

«Dal punto di vista culturale e accademico, la maschera appena restituita è un contentino» ironizza l’archeologa. «Una mummia esposta in una biblioteca sotto lo sguardo di tutti, tra l’altro completamente nuda, è uno scandalo ben maggiore».

La mummia custodita alla biblioteca di San Gallo 
La mummia custodita alla biblioteca di San Gallo 

Il riferimento è alla mummia Schepenese, custodita all’interno della biblioteca del monastero di San Gallo e della quale due anni fa una petizione ha già chiesto la restituzione: invano. Il massimo che gli egittologi hanno ottenuto, dal Monastero benedettino che ne è proprietario, è stato di coprire con un velo la teca contentente il corpo dell’antica regina, per pudore.

«Qualsiasi oggetto sottratto all’Egitto e portato in Europa dai tempi dell’invasione di Napoleone e anche prima, con la forza delle armi o dello sfruttamento economico, fa parte del patrimonio della civiltà egizia e rappresenta, dal punto di vista culturale, un furto».

La rivendicazione vale per tesori ben più famosi come la stele di Rosetta o il busto di Nefertiti, custoditi al British Museum a Londra e al Neues Museum di Berlino, e viene portata avanti da decenni: nel caso del busto di Nefertiti, addirittura dai tempi della prima esposizione in Germania nel 1924.

«Una merce di scambio»

In ambito accademico la legittimità delle rivendicazioni è ampiamente riconosciuta, come anche da parte delle istituzioni internazionali. Nella pratica, però, eventuali accordi sono lasciati all’iniziativa dei paesi coinvolti: non solo nel caso dell’Egitto. Anche India, Turchia, Grecia, la stessa Italia sono nella medesima posizione.

«Purtroppo il governo egiziano negli anni non ha avuto abbastanza forza o abbastanza volontà di portare avanti queste richieste» incalza Monica Hanna. «Oggi come in passato i beni archeologici sono usati come moneta di scambio nei rapporti diplomatici e di forza tra paesi. È una vecchia storia».

Monica Hanna davanti alla piramide di Saqqara 
Monica Hanna davanti alla piramide di Saqqara 

Già ai tempi in cui visse la principessa di Baume-Schneider, a ben vedere, le antichità egizie venivano donate dai Tolomei come pegno d’amicizia a Roma o Cartagine. Gli ultimi «regali» di questo tipo risalgono agli anni Sessante (Nasser donò un intero tempio agli Stati Uniti). Il fatto che vi abbiano contribuito per primi gli stessi egittologi (europei, anche svizzeri) che un tempo trafugavano spesso i manufatti di persona, e oggi ne invocano la restituzione, è una contraddizione solo apparente.

«Per lungo tempo lo studio del nostro patrimonio è stato appannaggio degli accademici occidentali, da cui gli egiziani sono stati volutamente esclusi. È il motivo per cui tuttora tra questo stesso patrimonio e la popolazione locale esiste una distanza e una frattura, che è stata alimentata e sfruttata dai dominatori nel periodo coloniale e anche dopo».

Egittologi e turisti

Il grande orientalista svizzero Johann Burckhardt (1784-1817) che scoprì il sito di Petra in Giordania e Abu Simbel, tradusse in arabo il Robinson Crusoe e si convertì persino all’Islam (la sua tomba è tuttora visitabile in un cimitero islamico al Cairo) fu per molti versi un’eccezione.

«La maggior parte degli egittologi del passato non avevano alcun interesse nei confronti della popolazione locale, che pure della civiltà egizia è a tutti gli effetti l’erede legittima» chiosa Hanna. Osserva ancora oggi un simile atteggiamento in molti turisti, che visitano il paese attratti unicamente dalle antichità egizie, le stesse che ammirano nei musei europei, disinteressandosi all’Egitto di oggi e alle sue rivendicazioni. «Anche questo - conclude - a mio giudizio è davvero un peccato».

In questo articolo: