Il ritratto

Daniela Ambrosoli: «Ecco le mie memorie di una figlia di buona famiglia»

L’erede di una lunga storia imprenditoriale ticinese racconta segreti e ferite della propria vita, senza risparmiare nemmeno se stessa
Losone: intervista a Daniela Ambrosoli , autrice di "Tochter aus besserem Hause”. Nella foto, la scrittrice Daniela Ambrosoli. © Ti-Press / Samuel Golay
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
27.09.2026 11:22

Daniela Ambrosoli ha già acquistato l’urna per le proprie ceneri. È un’urna d’artista: l’idea l’ha avuta anni fa, in un negozio specializzato di Zurigo, scoperto mentre lavorava a un documentario per la tivù pubblica sui riti funerari.

Ha già organizzato minuziosamente anche la propria cerimonia funebre e sta valutando le eventuali procedure da far eseguire per essere cremata comunque a Zurigo - città importante della sua biografia - anche se dovesse capitarle di morire in Toscana, in Engadina o a New York. Alla fine, l’urna dovrà prendere posto, dopo una festa di congedo, nella serra di piante vicino all’ufficio di suo figlio, in una delle più conosciute aziende di famiglia: il Camping Delta a Locarno.

Dentro questa metodica preparazione dei propri funerali, Daniela ha pure in programma, il prossimo novembre, pochi giorni prima di compiere 85 anni, una visita al crematorio di Zurigo incaricato, quando sarà il momento, di incenerire le sue spoglie mortali.

Un’atmosfera beckettiana

Lei è fatta così. È una di quelle rarissime donne - per gli uomini il discorso è diverso - che decidono di guardare negli occhi la propria morte come un fatto naturale da prendere in consegna, da gestire. Nessun eroismo, nessuna «metafisica».

Forse non si nasce così, ci si diventa. Daniela ha attraversato con il coraggio delle bambine non amate un soprannumero di drammi esistenziali e sembra aver sviluppato, per contrapposizione, una personalità che oggi può prendersi il duro e ruvido e amaro lusso di riflettere senza astrazioni né infingimenti sulla propria vita, trapasso incluso. E sull’eredità ricevuta e su quella da lasciare.

«Mi do generosamente altri dieci anni di esistenza - mi dice Daniela, nel giardino della sua roccaforte medievale a Losone, seduti a un antico tavolo di pietra - e spero in salute. A pensare a tutte queste cose ci si deprime un po’, vero? Specialmente a letto, la mattina, in quei momenti prima di alzarsi. Sono cose brutte. Però mi rassicura sapere per filo e per segno cosa succederà, sebbene non sarò lì a vederlo. E mi rattrista di dover salutare la vita, che apprezzo così tanto. Perché anche se nell’adolescenza ho tentato varie volte il suicidio, ho imparato ad amare la vita».

Un’epigrafe

È un afoso giorno d’estate, ma la casa di Losone - un vecchio edificio religioso con massicce mura e scale in pietra - è vuota e ombrosa. Pure i due gatti sono assenti. Perché siamo qui, a questo tavolo? Perché Daniela ha scritto un libro eccezionale, un memoir di quelli destinati a restare nella storia sociale e culturale del Ticino e della Svizzera. Si intitola Tochter aus besserem Hause, «figlia di buona famiglia». Ad aprile scorso è uscita la seconda edizione in tedesco, per Antium Verlag. La traduzione in italiano è in fase avanzata.

Il titolo è ferocemente ironico. All’inizio del memoir, infatti, una secca epigrafe tratta da un libro dello scrittore tedesco Benedict Wells dà il tono alle restanti 340 pagine: «Un’infanzia difficile è come un nemico invisibile: non sai mai quando colpirà».

Un po’ di genealogia

Daniela è figlia di quel Pierino che negli anni del Dopoguerra a Locarno costruì un piccolo impero economico, e di Sonja Bragowa, ballerina di eterea bellezza, solista all’opera di Francoforte, che però, di suo, non avrebbe mai voluto avere figli.

«I miei genitori si incontrarono negli anni Venti del secolo scorso - racconta Daniela - dopo uno spettacolo al Kursaal di Locarno. Mio padre era del 1905, mia madre del 1903, a dir poco avvenente. Furono dieci anni di amore folle, si sposarono nel 1932, lei lasciò la danza per lui e si ritrovò all’improvviso nella meravigliosa villa in stile Bauhaus ai Saleggi di Ascona a fare la casalinga, nel senso che comandava i domestici, di certo non ha mai lavato i pavimenti».

Tuttavia non ne fu felice. «Dall’oggi al domani, non era più l’amante vezzeggiata con vestiti costosi e viaggi a Parigi o a Rimini, ma era diventata la signora moglie del signor Ambrosoli. Erano tempi perbenisti. Fu l’inizio della fine del loro amore. Pierino voleva figli, mia madre proprio nessuno, rimase incinta di me a 38 anni. Mi raccontò più tardi, e lascio immaginare con quali effetti su di me, quante volte cercò di perdermi, saltando nel lago dal trampolino più alto del Lido di Ascona. Alla fine ho visto la luce nel 1941. Mia madre venne subito rifornita di nannies di alto livello. La mia prima lingua è il tedesco».

Doppia vita

«Intanto - ricorda Daniela - Sonja continuava a litigare con il personale di casa e ad essere gelosa delle bambinaie ingaggiate, che mi volevano bene, tutte. Tra i miei genitori, che già dormivano in camere separate, infuriavano litigi, mio padre piangeva e questo mi sembrava strano per un uomo. Io usavo nascondermi sotto i cuscini. Mia madre, invece, mi portava con sé quando andava in vacanza e capii che aveva degli amanti. Anche Pierino aveva delle amanti, ma in modo diverso. A quei tempi ad Ascona e a Locarno c’erano numerosi locali nei quali avvenenti bariste servivano gli avventori che erano esclusivamente maschi benestanti della zona, Pierino si invaghì di una di queste e così iniziò una doppia vita. Pranzava con noi, andava al lavoro e rientrava all’alba, perché io potessi trovarlo nel suo letto al risveglio. Tra parecchi sensi di colpa, quelli che forse gli procurarono il tumore al colon di cui morì a soli 70 anni. Mise incinta quella donna. Probabilmente un incidente di percorso. Nacque una bambina che mi fu tenuta nascosta a lungo, fino a quando, al ginnasio, il mio primo ragazzo non mi indicò una bimba che correva sulla piazza di Ascona e mi disse: ‘Sai chi è? È tua sorella’. L’avevano fatta tornare dai collegi nei quali aveva dovuto passare la prima infanzia per frequentare le elementari ad Ascona. Fu adottata da mio zio Giannetto Ambrosoli per potersi chiamare Ambrosoli, dato che mia madre non concedeva il divorzio a Pierino».

Jeep e hotel

Erano gli anni Cinquanta e poi Sessanta. Pierino, in compagnia del fratello Giannetto, accumulava un successo dopo l’altro negli affari, proseguendo sulle orme del padre Enrico che in passato fu proprietario di officine meccaniche, venditore di biciclette e di macchine per cucire. I fratelli Ambrosoli, e così si chiamava pure la ditta, divennero concessionari della General Motors per la Svizzera, fornitori di jeep americane per l’esercito, immobiliaristi e imprenditori, specialmente nell’hôtellerie, con il Parkhotel Delta e l’Eden Roc, e nel turismo, con l’oggi famoso Camping Delta, aperto nel 1957. All’inizio era piccolo e malmesso ma ora conta 300 parcelle, 18 roulotte fisse in affitto e 54 annuali.

L’incidente

Ogni cosa, in seguito alla scoperta della sorella «nascosta», proseguì poi con la fretta che hanno le vite disperatamente intense e appassionate. Dopo aver lasciato le magistrali e due istituti privati, Daniela affitta una stanza dalla sua maestra di pianoforte. In due anni prepara la maturità federale, aiutata da amici come Franco Cavalli, compagno di scuola fin dalla prima elementare, e Giovanni Bonalumi.

E poi ancora: il primo amore, una gravidanza, l’aborto di due gemelli, ma il medico ne intercetta uno solo e la tragica vicenda, per Daniela, si conclude a casa. A distanza di decenni, il suo giudizio è sorprendente, e freddo, e urtante: «Non ho molte cose per cui posso essere grata a mia madre, ma una è che non mi ha lasciato avere questi bambini».

In seguito Daniela sposa Chico, un disegnatore edile allievo di Luigi Snozzi. A Zurigo immaginano una vita nuova: lui lavora presso un architetto famoso, lei studia psicologia. Un incidente d’auto sconvolge tutto. Chico muore; Daniela è ferita grave. Il corpo guarisce rapidamente, l’anima no: «Passai un anno senza orientamento, credo mia madre non sia mai venuta a trovarmi in ospedale».

I matrimoni

Nel 1965 Daniela si iscrive a Medicina a Ginevra. Ha già lavorato come aiuto infermiera e ama gli ospedali. All’università conosce uno studente molto impegnato nella lotta di classe che allora infervorava negli atenei, un giovane uomo che poi diventerà medico e psicoanalista e padre dei suoi primi due figli.

Arriva il Sessantotto: sous les pavés, la plage. Daniela lo attraversa parte con entusiasmo parte con perplessità e continua a lavorare all’ospedale La Carità nonostante le gravidanze: e dopo alcuni corsi a Basilea impara a utilizzare uno dei primi apparecchi per l’ecografia presenti in Svizzera.

Poi nel suo secondo matrimonio si rompe qualcosa. Il terzo scoccherà da una scena che sembra uscita da un film. Suo figlio maggiore non ha ancora sei anni. Il primo giorno di scuola, durante una passeggiata, la maestra lo perde. Avvisano Daniela: e quando lei arriva trova il direttore e gli insegnanti in allarme e, tra loro, un maestro che non insegna nella classe di suo figlio. Lo guarda negli occhi e pensa: «Questo è l’uomo della mia vita». È Franz Marcacci.

Il colpo di fulmine è reciproco. È il 1975, tre anni dopo si sposano e dopo 51 anni sono ancora insieme. Negli anni Ottanta Franz contribuisce a sviluppare il Camping Delta. Da venticinque anni vi lavora, oggi quale direttore, anche uno dei due figli maschi di Daniela. Che nel frattempo, nel 1977, dà alla luce una figlia, molto desiderata.

Un’urna d’artista

Sono, questi, soltanto una manciata di racconti. In Figlia di buona famiglia se ne trovano altri cento, altri mille: nomi, cognomi, luoghi, atmosfere, leggi scritte e non scritte, affaires, molti anche di sesso, intellettualità, moralismi e false rispettabilità di una Locarno e di una Svizzera che ancora vivono - sempre meno - nella memoria collettiva.

Di solito, si scrive un memoir per ritoccare la propria immagine mondana, e per salvare, alla fine, qualcosa, e a volte anche per poter perdonare qualcosa, a se stessi e agli altri. La particolarità rilevantissima del memoir di Daniela Ambrosoli, invece, è una volontà di scabra distanza («Se scrivo un libro sulla mia vita non posso raccontare soltanto le cose belle»), con l’aggiunta di una insolita mancanza di ipocrisia e di occultamento. Questa autobiografia è una danza dai molteplici ritmi, dalle tante cadute, dove il denaro e le passioni non sono mai uno sfondo innocente. Ci si può specchiare in essa.

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La danza tra disciplina e solitudine: una passione rivelatrice

C’è un tema che corre prepotente lungo tutto il memoir di Daniela Ambrosoli. È la danza. E accanto alla danza, la vita disciplinata, sofferta e impalpabile dei ballerini. «Loro - dice Daniela - sono come suore e come frati. Il sacrificio che compiono è enorme: studiano dieci anni, sono pagati male e, se non diventano grandi solisti, a trenta la carriera è finita».

Sebbene sua madre fosse una notevole ballerina - prima del ritiro danzò nella leggendaria compagnia di danza espressionista di Mary Wigman, a Dresda, si esibì con Charlotte Bara al Teatro San Materno di Ascona e seguì Wanda Osiris in tournée in Italia - non è per via materna che la danza è arrivata a Daniela. Anzi. È stata quasi una scoperta successiva, avvenuta grazie a sua figlia, che a nove anni le annunciò di voler lasciare il pattinaggio artistico per la danza. I genitori cominciarono così ad accompagnarla a turno a Zurigo due volte la settimana, fino a quando la scuola non chiese una frequenza quotidiana e Daniela affittò un piccolo appartamento in città. E così, attraverso l’ambizione della figlia, si aprì anche a lei un ambiente di cui, nonostante la storia di sua madre Sonja, sapeva ben poco. Se la carriera della figlia si è poi interrotta per un incidente, quando frequentava la National Ballet School of Canada, la danza non è mai uscita di scena nella vita di Daniela. Che aveva visto come il talento poteva arrestarsi prima ancora della prima audizione, per tanti motivi, soprattutto per mancanza di fondi. Da questa constatazione, e dall’esperienza accumulata parlando con insegnanti e direttrici, e soprattutto dalla passione per quest’arte, è nata nel 1990 la Pierino Ambrosoli Foundation per sostenere la formazione di giovani talenti della danza e l’organizzazione di audizioni internazionali, in collaborazione con altre realtà di Amburgo, Rotterdam, Toronto, New York. Proprio così: il nome degli Ambrosoli, che nel memoir porta con sé molte contraddizioni, ha infine trovato un impiego relativo alla più disciplinata, alla più esigente delle arti.

Sulla danza e non solo, Daniela Ambrosoli ha girato anche film e documentari: su tutti, è da segnalare The making of a dream - Life as a ballet dancer (2017), vincitore di primi premi negli USA e in Austria. Vi si possono trovare storie di allenamenti estenuanti, intensi, come la vita.