Il reportage

Dove metteranno le detenute alla Stampa (che è già piena)

Il cantiere della sezione femminile a Cadro è alle fasi finali - Siamo andati a dare un'occhiata dietro le sbarre
foto Cdt Zocchetti
Davide Illarietti
07.02.2026 14:58

«E questa sarà la stanza mamma-bambino». La guardia conclude il tour davanti a una cella doppia: due letti a castello, sulla parete le foto di una famiglia felice. Volti che sorridono come se non fossero in carcere.

«Verrà riarredata, probabilmente»

Adesso i bambini nella cella D-114 compaiono solo in foto, ma dopo la ristrutturazione arriveranno davvero, con giocattoli, vestitini, biberon e passeggini. E le mamme, naturalmente.

«L’idea è creare un ambiente il più possibile confortevole, con tutti i limiti dettati dalle circostanze».

Il laboratorio dove le detenute seguiranno percorsi di apprendistato (foto CDT Zocchetti)
Il laboratorio dove le detenute seguiranno percorsi di apprendistato (foto CDT Zocchetti)

Al penitenziario della Stampa a Cadro i lavori per la realizzazione della sezione femminile vanno avanti da un anno, e ormai volgono alla fine. I detenuti - ancora soltanto uomini - nelle prossime settimane dovranno mettere in conto ancora qualche disagio: via vai di operai, rumore, polvere, come in ogni ristrutturazione. A lavori terminati dovranno andarsene, e fare posto ai nuovi inquilini: anzi inquiline.

«Felici? Vedremo»

Due detenuti scherzano all’idea, avviandosi all’ora d’aria.

«Si sa come sono le donne!»

Ma è evidente che l’attesa è grande. La sezione femminile è la più importante rivoluzione nel sistema carcerario ticinese dalla costruzione della Farera (2006) e per certi aspetti non ha precedenti in Svizzera. Da settimana prossima il cantiere entra nella fase finale: quella più delicata perché tocca le celle e movimenta i detenuti, in un contesto di piena occupazione (per non dire affollamento) dove l’allerta deve rimanere altissima.

Come funziona

«È evidente che in un penitenziario lavori di questo tipo non si possono svolgere come in un normale condominio».

Il direttore Stefano Laffranchini parla mentre risponde alle e-mail, dietro una scrivania stracolma di carte, nello stabile amministrativo che domina il complesso di Cadro dall’alto. Si vede che è indaffarato: ha mezzora per parlare, tra una riunione e l’altra.

«Abbiamo procedure da rispettare e precauzioni a cui non possiamo venire meno. Una scala dimenticata nel posto sbagliato, un martello: le conseguenze sono immaginabili. Non possiamo lasciare niente al caso».

È il motivo per cui la parte più delicata dei lavori - il «cuore» del cantiere - è stata rimandata fino a oggi. Avrebbe dovuto svolgersi l’estate scorsa. Nei mesi estivi - spiega Laffranchini - l’occupazione delle celle è statisticamente inferiore: ci si attendeva un calo di detenuti («in genere è intorno al 20 per cento») ma non c’è stato.

«Abbiamo dovuto aspettare».

Negli ultimi anni le dinamiche criminali sono diventate meno prevedibili, con una tendenza al rialzo che - come è noto - ha portato a una mancanza cronica di spazi nel penitenziario ticinese. Un cantiere crea vuoti (temporanei), spostamenti, confusione: è una gabola, in parole povere.

La stanza "Pollicino" ospita già, ogni mercoledì, incontri tra genitori detenuti e i loro figli minori, che vivono all’esterno. Anche qui, non sembra di essere in carcere (foto CDT Zocchetti)
La stanza "Pollicino" ospita già, ogni mercoledì, incontri tra genitori detenuti e i loro figli minori, che vivono all’esterno. Anche qui, non sembra di essere in carcere (foto CDT Zocchetti)

«Abbiamo sperato per mesi in una flessione nel numero dei detenuti ordinari, che ci permettesse di avere più margine nella gestione degli spazi - prosegue il direttore - ma non è arrivata. Siamo giunti al punto che non era più possibile procrastinare».

Il tour nel cambiamento

Il resto dei lavori sono stati portati avanti, nel frattempo, come da programma. Le parti comuni del penitenziario - tutto ciò che non riguarda le celle - sono a buon punto e il Corriere del Ticino ha potuto visitarle, questa settimana, con la guida attenta del capo sorvegliante Valentino Luccini.

«Attenzione a dove mettete i piedi».

Luccini è un veterano del carcere - ci lavora dal 1992 - e conosce ogni angolo e ogni pietra. Come era prima dei lavori e come sarà dopo. È un po’ come se stessero ristrutturando casa sua.

«Da qui passeranno le detenute per accedere al laboratorio» spiega indicando una passerella che sovrasta il cortile interno. La si raggiunge con una scala in ferro, provvisoriamente - «il lavoro è da rifare, non fateci caso» dice scuotendo la testa - e conduce a quello che una volta era il ballatoio della chiesa del carcere. Il carcere ha una chiesa, per chi non lo sapesse, che ospita messe regolari - ora interrotte - ed è stata interessata in modo importante dai lavori.

Il ballatoio in origine era già riservato alle detenute donne, durante le cerimonie religiose; in tempi recenti era stato convertito a biblioteca; ora diventerà un laboratorio artigianale, in cui le detenute potranno seguire apprendistati e corsi di riqualifica. Una lunga parete di cartongesso è stata alzata per separare il sacro dal profano.

La prova dell’integrazione

La parità di genere ha bisogno di spazio, del resto, e richiede inevitabili adeguamenti. Alla Stampa a farne le spese non saranno solo le celle maschili - una decina quelle che verranno a mancare, a conti fatti, da compensare con trasferimenti a rotazione alla Farera - ma appunto anche la chiesa: i posti a sedere sono stati ridotti da un centinaio a una sessantina.

Segno dei tempi («non ho mai visto in questa chiesa sessanta persone tutte insieme» dice Luccini) e di un sano pragmatismo che confida nella convivenza possibile tra i sessi, fino a prova contraria.

La chiesa del carcere tagliata a metà dal cantiere (foto CDT Zocchetti) 
La chiesa del carcere tagliata a metà dal cantiere (foto CDT Zocchetti) 

Luccini indica una linea immaginaria che separa le prime file, davanti all’altare, riservate alle donne, e le file posteriori che rimarranno agli uomini. Una linea sorvegliata e da non valicare (neanche nella comunione spirituale). La prospettiva della Direzione è quella di creare «momenti e luoghi condivisi» tra i due generi, ma secondo Luccini «ci vorrà del tempo».

Alcuni di questi luoghi sono già stati ultimati, o quasi, e il tour li passa in rassegna. La nuova infermeria, un reparto di day hospital in piena regola che accoglierà apparecchi diagnostici - e dovrebbe permettere di ridurre le trasferte dei detenuti-pazienti all’ospedale Civico - la palestra, totalmente da rifare, e la nuova lavanderia attigua alla cucina: tutti spazi che potranno essere utilizzati separatamente, o anche simultaneamente, sia dalle detenute che dai detenuti.

«La separazione tra i due generi dipenderà molto dai comportamenti individuali e collettivi» spiega Laffranchini. «Più ci sarà rispetto e responsabilità, più in là potremo spingerci nell’integrazione e nella condivisione degli spazi».

Questi ultimi sono progettati, comunque, in modo tale da potere essere «aperti» o «chiusi» a dipendenza delle circostanze, e di come i 150 detenuti della Stampa (su una popolazione carceraria totale di 267 unità) reagiranno all’arrivo delle detenute. Nello scenario peggiore, le strutture femminili potranno «funzionare in modo totalmente separato e indipendente senza rinunciare a niente» assicura il direttore. «Ma non è quello che auspichiamo».

Il simbolo di tutto ciò è la sezione femminile vera e propria, un corpo di dieci celle all’estremità nord-orientale del penitenziario. Le inferriate tradizionali sono state ricoperte con delle verande automatizzate, che non tolgono la luce ma potranno chiudersi a mo’ di separé (comandate a distanza) nel caso i detenuti all’esterno dovessero importunare le detenute.

Il tocco femminile

All’interno della sezione, Luccini indica quattro porte, una a destra e tre a sinistra.

«Queste verranno abbattute e si creerà un grande spazio comune».

L’open space ospiterà un’area svago, con televisore e mini-cucina, giochi per i bambini, una lavanderia: farà da anticamera al corridoio su cui affacciano le celle. Le porte (blindate) potranno essere aperte e chiuse in autonomia dalle detenute: un’importante differenza rispetto al sistema attuale, trattandosi pur sempre di donne in regime di detenzione ordinaria (il personale carcerario sarà comunque presente).

Al momento le donne condannate a pene detentive sono costrette a soggiornare nella vicina Farera, come le detenute in attesa di giudizio. Sono una decina (su ventidue in tutto) quelle che avrebbero diritto alla detenzione ordinaria, e a un percorso di riabilitazione che nel carcere giudiziario - per ragioni di spazio e di sicurezza - sono semplicemente impossibili. Nella nuova sezione potranno seguire percorsi di apprendistato, di formazione, passeggiare all’aperto (un’area separata da quella degli uomini è in fase di completamento) e persino coltivare un orto. La convivenza con i figli nella prima infanzia (da 0 a 3 anni) sarà agevolata in spazi dedicati, come la cella D-114 «mamma-bambino».

«I bambini passeranno qui dentro il minor tempo possibile, evidentemente» sottolinea Luccini. «E in quel tempo dovranno percepire il meno possibile di trovarsi in un carcere».

Sulla porta di fronte - il wc - è disegnata una silhouette maschile che risulta superflua, e ormai è superata. Quando tutto sarà finito, le regole saranno le stesse in questa come in tutte le altre sezioni della Stampa: ma l’atmosfera - ci si può scommettere - sarà molto diversa. Un po’ di tocco femminile, male non farà.

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