Animali

Guerra ai piccioni: «C'è chi li foraggia e non va bene»

Zurigo li elimina, Berna li gestisce – Ficedula: «In Ticino li foraggiano, servirebbe un piano coordinato da Airolo a Chiasso»
©Chiara Zocchetti
Marco Ortelli
12.04.2026 06:00

Non sappiamo come i piccioni ci vedano. Ma sappiamo benissimo come li vediamo noi: perlopiù con fastidio variabile da minimo a massimo. Su suolo elvetico quasi tutte le città affrontano lo stesso dilemma: come contenere una specie che si riproduce fino a 20 piccoli all’anno per coppia, che colonizza grondaie e piazze, che lascia dietro di sé tonnellate di escrementi?

Alcune cifre.

La famiglia dei Columbidi presenti in Svizzera è più vasta di quanto si pensi. Arno Schneider, responsabile dell’Antenna Ticinese della Stazione ornitologica svizzera (Vogelwarte), ci fornisce i dati dell’Atlante degli uccelli nidificanti (2013-2016): tra le 20.000 e le 25.000 coppie di piccioni domestici (Columba livia f. domestica), 130.000-150.000 coppie di colombacci (Columba palumbus), 15.000–25.000 coppie di tortore dal collare (Streptopelia decaocto) e appena 150-400 coppie di tortore selvatiche (Streptopelia turtur) in tutto il Paese. Una panoramica che rivela subito due mondi opposti: la specie che abbonda e quella che scompare.

Roberto Lardelli, ornitologo, naturalista, presidente di Ficedula, da noi contattato non si nasconde: «In Ticino il problema della proliferazione esiste».

Tra abbattimenti e piccionaie

Come documentato di recente da un approfondimento della Radiotelevisione della Svizzero tedesca SRF, ripreso anche dalla RSI, il caso di Zurigo è emblematico nella sua contraddittorietà: ogni anno vengono abbattuti circa 1.000 piccioni, eppure il numero complessivo non cala. Le sole feci dei piccioni zurighesi pesano 80 tonnellate l’anno. Ma è la storia di Basilea a far riflettere ancora di più. Roberto Lardelli: «A Basilea, negli anni Ottanta, il problema era talmente grave che uno studente, un biologo dell’università, ne ha fatto l’oggetto del suo dottorato. Ha elaborato delle strategie, che il comune ha messo in pratica, e l’idea di smettere di alimentarli applicando un controllo rigoroso ha dato risultati: la popolazione è crollata nel giro di un paio d’anni».

Berna ha imboccato una strada diversa, ispirandosi al modello trentennale di Augsburg, in Germania. Da quindici anni otto piccionaie sorvegliate accolgono i volatili: le uova fecondate vengono sostituite con uova di gesso, i maschi non ancora registrati vengono sterilizzati chirurgicamente. La popolazione è scesa da 10.000 a circa 1.500 esemplari.

Il Ticino tra regolamenti e abitudini dure a morire

Roberto Lardelli si occupa di piccioni, «in modo diretto e indiretto», da molto tempo. E non ha dubbi su quale sia il punto di partenza: «Il primo modo per contenere i piccioni è quello di evitare che vengano alimentati: senza questa misura il lavoro è continuo».

Il divieto di alimentazione esiste già quasi dappertutto nei regolamenti comunali ticinesi. Il problema è che non viene applicato. «Funziona e non funziona, e l’autorità cantonale o comunale non hanno sempre la forza per farli rispettare».

A Mendrisio, tuttavia, qualcosa si è mosso. Una campagna d’informazione con pannelli e il coinvolgimento attivo dei cittadini - per dissuadere chi nutre i piccioni dal loro intento - ha dato risultati concreti. «Ricordo la Parrocchiale di Mendrisio: in certi momenti era persino difficile avvicinarsi per gli escrementi, con spese di pulizia e gestione considerevoli». Un monitoraggio condotto da Lardelli qualche anno fa aveva censito 300-400 esemplari in città. «Sono abbastanza mobili, ma il monitoraggio permette anche di capire dove si localizza il problema, dove c’è qualcuno che li alimenta, perché in quel caso si concentrano tutti in quel quartiere; l’azione di informazione deve continuare nel tempo».

Il Falco pellegrino e la Taccola: alleati naturali

C’è un’altra strada, ancora percorribile. In accordo con l’Ufficio della natura e del paesaggio, l’ornitologo Roberto Lardelli ha proposto di favorire l’insediamento urbano dei predatori naturali del piccione. «Abbiamo un bell’esempio con i due falchi pellegrini in cima al Pirellone a Milano, che aiutano moltissimo. A Lugano si è provato a installare cassette-nido in punti idonei: una all’ospedale civico, nella parte più alta, e una su un palazzo a Paradiso». Risultato modesto, per ora. «Il Falco pellegrino non è molto distante dal centro di Lugano, visto che nidifica sul San Salvatore; li ho visti cacciare anche in Piazza della Riforma, ma in città fatica a insediarsi. Ci vuole pazienza». A livello cantonale si contano una trentina di coppie di falchi pellegrini, ma poche vicine alle aree urbane.

Un secondo alleato potrebbe essere la Taccola, «un piccolo corvide in aumento, molto avida delle uova dei piccioni e dei piccoli appena nati. Da noi, però, la produttività del piccione è ancora troppo alta per pensare a un contenimento efficace solo tramite predatori. La Taccola, anch’essa specie prioritaria per la conservazione, si adatta facilmente alle cassette-nido e potrebbe diventare uno strumento complementare al Falco pellegrino», precisa il presidente di Ficedula.

Gli aculei e il paradosso della conservazione

C’è un aspetto della gestione dei piccioni che rischia di ritorcersi contro la natura stessa che si vorrebbe proteggere. Quando i privati chiamano i disinfestatori, questi installano gli aculei sulle grondaie. Una misura che, se mal posizionata, può rivelarsi letale per specie protette. «Ricordo un comune dove una torre campanaria era letteralmente piena di piccioni, in coabitazione con una specie protetta: il rondone. Hanno installato gli aculei in posizione orizzontale, non verticale: al ritorno dall’Africa, i rondoni che tornavano al loro nido rimanevano infilzati». Un paradosso che Roberto Lardelli sintetizza senza giri di parole: «Le persone che alimentano i piccioni pensano di fare del bene, ma creano problemi per le specie che necessitano di misure di conservazione. Troppi piccioni significano aculei, e gli aculei colpiscono specie che hanno bisogno di conservazione: il piccione diventa quindi un elemento negativo».

Un piano da Airolo a Chiasso

Roberto Lardelli è convinto che serva un approccio coordinato a livello cantonale. «La politica dovrebbe prevedere un piano coordinato da Airolo a Chiasso. Ci abbiamo provato, abbiamo sollecitato la nascita di una task force coordinata, ma non è facile». Per la serie - come recita il proverbio - cento teste, cento strategie.

L’abbattimento avviene anche in modo informale. «Conosco casi di fattorie nelle quali, quando ci sono troppi piccioni, viene chiamato un cacciatore. Fuori dagli spazi urbani o negli spazi idonei. In ogni caso - ribadisce l’esperto - la misura principale rimane evitare che i piccioni vengano alimentati».

Infine due parole su questo animale. Chi è mai il piccione? «È una forma addomesticata di un’antica specie selvatica delle falesie mediterranee. Il DNA dei piccioni selvatici e quello dei piccioni di città è identico. È solo il comportamento a cambiare. In città trovano nutrimento abbondante, fornito dall’uomo. Non esiste quindi un meccanismo naturale di regolazione. Lo abbiamo interrotto noi. E tocca a noi ricrearlo».

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