«I miei anni Ottanta, tra punk, sballi e un amore diverso»

La gioventù ribelle, il punk, l’Aids, l’amore diverso. Nel suo ultimo romanzo (Einaudi, 2025) Francesco Abate racconta lo slancio di una generazione che nei confusi anni Ottanta ha rotto gli schemi, si è persa e ritrovata. Unica eppure simile - nel conflitto e nella tragedia - alla gioventù di tutti i tempi, compresi i nostri. Dopo la fortunata incursione nel genere noir, con la saga della giornalista-detective Clara Simon (I delitti della salina, 2020; Il complotto dei Calafati, 2022; Il mistero della tonnara, 2023) lo scrittore e giornalista torna ai ricordi dell’adolescenza, al suo passato da disc-jockey e alla controcultura underground, creando un grande romanzo di formazione «collettivo».
Si ritrova nella definizione?
«Sì, effettivamente non ho voluto raccontare una formazione individuale ma di una generazione, o di una parte di essa. Una grande avventura iniziata nel 1979 e che arriva fino a oggi, vissuta da molti adolescenti che ora sono sessantenni, come me. Ma raccontata con gli occhi di un ragazzino che si affaccia sul mondo».
Il titolo è «Gli Indegni» e la dice lunga su come i giovani degli anni Ottanta - ma forse i giovani in generale - erano percepiti dalle generazioni precedenti.
«In realtà il termine nasce come dispregiativo, è vero, ma poi diventa vessillo, si trasforma in un motivo di orgoglio. Anche «punk» e «queer», se ci pensiamo, avevano lo stesso valore offensivo in origine. È il segno di uno scarto rispetto a una società che quei giovani non voleva riconoscerli, ma anche rispetto agli altri giovani, quelli che negli stessi anni hanno seguito la cultura dominante, quella della Milano da bere, Ibiza da ballare, Cortina, dei paninari, ma anche quella del socialismo aggressivo che poi sfociò nel proto-berlusconismo e poi nel berlusconismo».
E gli «indegni» invece chi sono?
«Sono giovani che adottano stili di vita che non corrispondono al sentire comune. Per questo sono disprezzati, e rivendicano la dignità di non fare parte di quella società».
Il protagonista è un sedicenne, Livio, che scappa dalla Sardegna e insegue l’amore tra Firenze, Parigi, Londra, sulle tracce della controcultura punk e di una ragazza che rappresenta, in qualche modo, la rivolta di quegli anni.
«In un certo senso è anche la storia di un viaggio dalla provincia alla cultura metropolitana. Livio è sardo ma avrebbe potuto essere siciliano, ligure, emiliano, come tanti ragazzi che in quegli anni si mossero verso il centro dei grandi movimenti giovanili, in città come New York, Londra, Parigi e Berlino, perché le loro realtà d’origine vanno loro strette e si aprono al mondo, cercano luoghi dove non essere più reietti».
La musica è un filo conduttore e ha un ruolo centrale. È a un concerto di Patty Smith, quello di Firenze del 1979, che Livio incontra l’amore.
«Quel concerto, assieme a quello di Bologna poco dopo, fu un momento di svolta per una certa cultura giovanile in Italia, e lo è anche nella trama del romanzo. Oggi, nell’era di internet e dell’intrattenimento onnipresente, è difficile immaginare qualcosa di simile. Fu un punto di arrivo e di partenza, per circa 200mila giovani che si trovarono, si mescolarono, e tornarono alle loro realtà cambiati per sempre. Ne ho la prova oggi, mentre giro l’Italia per presentare il libro: non c’è incontro in cui almeno una persona non mi abbia portato dei ricordi o dei cimeli di quell’evento».
Gli anni Ottanta hanno partorito la cultura punk, post-punk, la musica house. Hanno visto nascere il movimento queer, che è un altro tema importante del romanzo. Sono stati anni positivi ma anche dolorosi.
«Mi viene da dire che quella generazione ha perso gran parte delle sue battaglie. Lo dico con dolore. Ha messo le basi per il riconoscimento dei diritti civili, ed è importantissimo, ma ha anche dovuto fare i conti con l’arrivo massiccio dell’eroina e dell’HIV, rispetto a cui i giovani della mia generazione hanno fatto da prima linea, senza avere istruzioni per l’uso, e l’hanno pagata in maniera durissima. In quegli errori hanno lasciato la lezione più grande: è lì che si sono prese le misure rispetto al problema della droga, dell’AIDS, e si sono poste le basi per il riconoscimento dei diritti di tutti».
Il libro però parla anche dei giovani di oggi. La storia di Livio e Anais è quella di due ragazzi che si ribellano e cercano la propria identità.
«La gioventù è sé stessa in tutti i tempi. Volutamente, fino al quinto capitolo ho fatto in modo che il lettore non avesse percezione dell’epoca di cui si parla. Nell’entusiasmo, nella foga di vita i giovani si assomigliano. Mi conforta, a questo proposito, sapere che tanti lettori di età diverse si stanno appassionando al libro, dai nipoti ai nonni. Raccontare una gioventù significa raccontare tutte le gioventù».
Questo libro però lo hai scritto a sessant’anni. Nostalgia?
«Volevo scrivere questa storia da quarant’anni. Ci sono arrivato adesso, perché ho capito che era giunto il momento. Prima non avevo lo sguardo giusto, che mettesse a disposizione il mio vissuto, ma non ne facesse un’autobiografia autoreferenziale. Non mi interessava raccontare Francesco Abate da giovane, Livio non sono io: sono riuscito a spogliarmi del mio sguardo e di questo sono molto soddisfatto. Il romanzo può piacere o no, ma per me, dei sedici che ho scritto, è uno dei due che amo di più».
L’altro qual è?
«Chiedo scusa». È la storia di un bambino che si ammala a due anni di epatite e si salva a 17 anni facendo un trapianto di fegato. È la mia storia, l’ho scritta a quattro mani con l’attore Valerio Mastandrea, che mi ha convinto a raccontarla. È un libro a cui sono particolarmente legato, per evidenti motivi.
E i manoscritti nel cassetto?
«Per ora il programma è di concentrarmi nella promozione degli «Indegni». Pensavo durasse un mese, ne avrò fino all’estate e sono contento: mi piace confrontarmi con questo pubblico, con quella generazione e quel passato. Nel futuro ci sarà sicuramente un seguito alla mia saga noir, ho scritto tre romanzi con protagonista una donna che fa il mio lavoro, la giornalista, e un quarto mi sembra doveroso».
