L'intervista

Il passato di Alberto Menasche, che non passa

L'ex direttore della Manor vive in «esilio» da settant'anni in Svizzera - E da allora ha visto cambiare tutto e niente - «L'antisemitismo è nutrito dagli istinti più bassi dell'umanità»
Alberto Menasche nella sua casa a Comano © CdT/Gabriele Putzu
Davide Illarietti
17.05.2026 10:14

L'Egitto sembra lontanissimo dal giardino di Comano dove Alberto Menasche si gode il sole dei novant’anni (compiuti a gennaio) e la vista sul Vedeggio, che non sarà il Nilo ma ha il suo fascino tranquillo.

«Alla mia età si apprezzano le piccole cose, ogni momento è regalato».

Nella sua ultima intervista rilasciata alla Rivista di Lugano, il decano del commercio ticinese ha usato toni altrettanto stoici («non vivo più per aggiungere giorni, ma per abitare quelli che ho») eppure sotto il contegno da Seneca si muovono ancora inquietudini, accese dalle circostanze.

«Di cosa vogliamo parlare? Non del passato spero. Io vivo nel futuro».

L’avvicinarsi della fine non mette a disagio il nonagenario (è in gran forma, tranquilli) quanto i ricordi.

«Sono abituato a guardare in avanti, nel lavoro è un’inclinazione che torna molto utile. Ora davanti a me vedo la morte, e non dev’essere un tabù. Ma mi interessa anche pensare al dopo».

Non è diventato credente in extremis, Menasche: dopo la morte vede anzitutto la cremazione - da buon massone ed ex Gran Maestro della Gran loggia svizzera Alpina - e un loculo che ha già prenotato al crematorio di Lugano (mostra la foto sul telefonino) con nome cognome e data di morte lasciata in bianco.

Fuga dall’Egitto

La data di nascita (2 gennaio 1936) e soprattuto il luogo (Il Cairo) sono però la vera occasione dell’intervista. A novant’anni dalla prima e a settanta da una crisi internazionale che si generò attorno a un altro canale strategico e per fortuna oggi più tranquillo, quello di Suez, cade l’anniversario forse più doloroso per Menasche, che da ebreo egiziano si ritrovò nel 1956 a chiedere asilo in Svizzera per ritrovarsi incastrato in una trappola burocratica: l’inizio della sua vita da apolide.

«È stato un incubo durato vent’anni, un vero incubo».

L’argomento è destabilizzante e l’intervistato non lo tocca di buon grado. Nella sua appassionante e già raccontata biografia da «self made man» (ma il termine allora non si usava) è un punto spesso tralasciato, e che lui tralascerebbe ancora volentieri. Ma la lunga carriera che iniziò come commesso di supermercato - proprio nel 1956 - e lo portò negli anni del boom economico a diventare affermato manager (altro termine allora poco usato) di una delle più grandi catene di distribuzione della Svizzera, va detto, è tanto più soprendente in quanto si svolse per una buona metà, appunto, senza documenti.

«Ebbene sì, ero un sans-papiers a tutti gli effetti. Una condizione che non auguro a nessuno».

Lo dice alla francese, che è la sua prima lingua (francese d’Egitto, l’arabo è la seconda), ma non per questo la realtà è meno dura.

«Vivere senza documenti vuol dire avere un’infinità di difficoltà, un’infinità di ostacoli alla propria realizzazione sociale e professionale, che solo chi ha provato questa condizione conosce. In questo senso, mi possono capire le molte persone che ancora oggi si trovano in Ticino in un limbo burocratico, dopo essere scappate dai loro paesi. A loro va la mia solidarietà».

Il passato a volte ritorna e va affrontato. Dalla pace del giardino Menasche si ritira in casa, ne riesce con una cartella piena di documenti, le mani - segnate dal tempo ma sicure - estraggono un modulo metà in arabo metà in francese: il certificato di nascita.

«Ero venuto in Svizzera per studiare ingegneria un anno prima, su mia insistenza. Mio padre, che faceva lo stesso mestiere al Cairo, mi avrebbe voluto mandare a Londra per imparare l’inglese. Del resto l’Egitto era stato un dominio inglese fino a pochi anni prima».

Poi è arrivato il colonnello Nasser, la rivoluzione e il socialismo arabo. L’indipendenza dal colonialismo è stata, per l’Egitto, la fine di una belle époque cosmopolita: i conflitti con il neonato Stato di Israele tinsero il tutto di un doloroso antisemitismo.

Senza soldi né documenti

«Ricordo come fosse ieri. Mi recai all’ambasciata egiziana a Berna perché dovevo rinnovare il passaporto, un funzionario mi disse pretestuosamente che non potevo, perché non avevo adempiuto al servizio militare. Recuperai per un soffio il documento e andai a consegnarlo in polizia, ma da quel giorno di fatto mi ritrovai senza patria».

Senza patria e senza soldi - alla faccia degli stereotipi - perché i pochi che il padre gli inviava per mantenersi negli studi vennero bloccati dalla rappresentanza degli studenti egiziani in Svizzera (da cui fu espulso). Fu così che dovette lasciare gli studi - mai più ripresi - e cercarsi un lavoro, iniziando per forza la sua lunga e fortunata carriera.

«Per me quello è stato il periodo della fame. Letteralmente, passavo giorni senza mangiare. A fine mese mi concedevo un cervelat. Lo stipendio era basso e metà lo mandavo a mio fratello minore, che studiava in Francia ed era nella mia stessa situazione. Dell’altra metà, 90 franchi andavano in affitto e 60 dovevano bastarmi per tutto». Il totale era di 300 franchi. «Solo chi ha provato la fame può apprezzare il sapore del cibo. Ho imparato il valore della solidarietà nelle mense operaie. Ancora oggi quando vado al ristorante ci ripenso».

Il Ticino, dove ottenne il suo primo trasferimento interessante (capo del reparto infanzia all’allora Innovazione di Lugano) è stato per Menasche la terra del riscatto e della prima, vera integrazione. La famiglia, l’iniziazione alla Massoneria, i primi passi di una carriera che lo portò a presiedere la Federcommercio (e a co-fondare TeleTicino, successivamente ad entrare nel consiglio di amministrazione del Corriere del Ticino fino al 2021) si svolsero sempre, faticosamente, in quella triste condizione di apolide.

«Ho ottenuto la cittadinanza svizzera nel 1972. Fu per me un’enorme soddisfazione».

Le mani stringono il documento con la foto di un giovane dai tratti mediterranei, la scritta «apolide» in grande vicino alla firma.

«Un grande sconforto»

Menasche non è «iscritto» a nessuna religione come a nessun partito - «la politica mi ha sempre affascinato come osservatore esterno, mi hanno tirato la camicia più volte ma ho sempre rifiutato» - tuttavia conosce i pregiudizi e li teme, giustamente.

«So già cosa dirà la gente, chissà quali complotti o favoritismi».

La verità è che è un uomo che ha lavorato sodo tutta la vita, superando tante difficoltà. E a cui ora tocca rivedere i fantasmi del passato rimateliarizzarsi, non solo in Medio Oriente ma in Europa, più vicini di quanto vorrebbe. «È innegabile che assistiamo a un riemergere dell’antisemitismo in varie forme, anche sottili, nella nostra società. È una cosa che mi sconforta e mi preoccupa».

Davanti al conflitto in Medio Oriente l’atteggiamento di Menasche è di «grande sconforto». La parola che lo descrive meglio è: diviso. «Sono diviso nell’intimo, in quanto ebreo ho una sensibilità verso lo Stato d’Israele, ma davanti alle catastrofi e alla sofferenza non posso rimanere indifferente.La sofferenza è grande da entrambe le parti, non c’è famiglia che non ne prenda parte. E purtroppo la soluzione sembra lontana».

Se Menasche non parla volentieri del passato, forse è proprio perché gli errori e gli orrori si ripetono e l’esercizio della memoria (anche collettiva) non basta a impedirli. «La cosa che più mi rincresce, arrivato a questo punto della vita, è vedere che gli istinti più bassi dell’uomo non cambiano: l’odio, la gelosia, l’invidia continuano a generare guerre, e sono gli stessi istinti che portano all’antisemitismo. Vedere calpestate le regole comuni e le istituzioni che gli uomini si erano dati, per fare sì che certi orrori non si ripetessero, mi addolora molto».

Forse è inevitabile: il passato che ritorna è il tormento della vecchiaia, anche la più tranquilla, e bisogna farci i conti. Sperando di imparare qualcosa e - speriamo - di raggiungere prima o poi la saggezza.

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