Il sogno infranto degli Emiri

«Con i soldi non si fa la felicità, ma si ridefinisce la storia». Dev’essere più o meno questo il precetto con cui i paesi del Golfo Persico, a partire dall’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, hanno deciso di mutare il volto del mondo. Con i tanti proventi del petrolio - ovvero con quella che viene chiamata la «diversificazione post-petrolio» - si è infatti cominciato ad assistere a uno dei più straordinari ribaltamenti che la storia abbia mai offerto: i grandi patrimoni dell’umanità (dall’arte alla musica alla letteratura allo sport) non sono più la risultante di tradizioni sedimentate nel passato, ma semplicemente prodotti da acquistare. E i grandi capitali del Golfo Persico hanno deciso che tali patrimoni debbano trovarsi dove si trova il capitale.
Così ecco che nella rovente Dubai sorgono giardini più lussureggianti di quelli inglesi o francesi, sgorgano fontane e cascate come nemmeno nelle valli svizzere e nascono isole artificiali da mettere in ombra quelle millenarie dell’Indonesia. Ed ecco che queste antiche terre di beduini, con i loro valori e le loro tradizioni, cominciano a ospitare centri sportivi e culturali tra i più avanguardistici del pianeta.
La copia e l’originale
Risultato? Non è più la naturale evoluzione delle società a determinare le forme della propria cultura, ma il denaro. Non è più il clima, la lingua, il passato, la contaminazione tra popoli, la configurazione geologica dei luoghi, l’innesto e lo sviluppo di tradizioni diverse a determinare la nascita e lo sviluppo di questo o quel modo di esprimere se stessi, ma sono i soldi. Ex abrupto, da un decennio all’altro, dal nulla ha cominciato a sorgere ex novo ciò che sarebbe stato impensabile sorgesse fino a qualche decennio fa. Dove correvano i cavalli arabi e i cammelli, cominciano a sfrecciare i bolidi della Formula 1 o a inseguirsi su piste arroventate i centauri della MotoGP. E dove un tempo si allestivano mercati manufatturieri di arte beduina si vedono ora nascere musei di arte contemporanea di marca occidentale.
Insomma, ormai vale la regola che si è definitivamente imposta per le squadre di calcio: non vincono più i vivai ma i consigli di amministrazione. Non contano più le prestigiose (o meno prestigiose) tradizioni e sigle calcistiche, ma il numero e la qualità di giocatori che si possono comprare per arricchire la squadra (ormai priva di qualsiasi identità nazionale e regionale). Il capitale ha comprato tutto, trasformando di fatto la storia in una grandiosa e grottesca bancarella a disposizione di chiunque possa permetterselo.
La modernità auto-imposta
Ma questo che è un processo identitario o di «dissoluzione» dell’identità, è anche un processo antropologico e politico. Dall’insediamento dell’emiro Mohammad bin Zayed a capo degli Emirati Arabi Uniti - e dall’ascesa simultanea di Mohammad bin Salman in Arabia Saudita - il Golfo Persico ha deciso di riformulare se stesso per farsi baluardo ad almeno due grandi minacce al proprio sviluppo: l’incombenza dell’Iran sciita e l’insidia dell’Islam politico radicale. Nella configurazione degli assetti strategici della regione si è così progressivamente schierato, senza se e senza ma, con l’Occidente e il suo modello «identitario»: tecnologia a oltranza, un sedicente «multiculturalismo» modernista, grande profusione di riforme contro il revanchismo delle ideologie religiose, spirito di competizione, efficienza imprenditoriale e formazione di società fieramente nazionaliste e militarizzate. Modello che, «incistato» su un tessuto regionale conservatore e «arabocentrico», ha sicuramente raccolto i suoi frutti, posizionando gran parte del Golfo Persico, Emirati Arabi Uniti in testa, in un quadro di alleanze filo-occidentali che hanno di volta in volta azzoppato l’Islam politico (per esempio sostenendo la caduta di Morsi nel 2013 in Egitto), marcato la contrapposizione sunnismo-sciismo in chiave anti-iraniana e prodotto un «innaturale» avvicinamento alle politiche di Israele e agli Accordi di Abramo.
Un bersaglio di Teheran
Ma appunto, se questi sono frutti «buoni», sono anche frutti innaturali. Non fosse perché nella sfera di influenza atlantica il prezzo da pagare è diventato quello dell’alleanza militare: con Haftar in Libia, contro gli Houti nello Yemen, contro l’integralismo islamico di Al-Shabab in Somalia, con gli Hemedti in Sudan e via elencando. E soprattutto, con lo scoppio della guerra contro l’Iran del 28 febbraio, nell’essersi infine trovati gli Emirati, non più nelle condizioni di un contrappeso militare alla potenza iraniana, bensì in quelle di bersaglio di Teheran, che a questo punto non vede più nei vicini emiratini e sauditi se non le controfigure camuffate dell’Occidente nemico.
Un bel pasticcio, che ancora una volta dimostra come l’assunzione passiva di modelli esterni alla propria storia rischia di essere un’arma a doppio taglio.
D’altra parte il processo politico e antropologico di questa antistorica «virata» del Golfo Persico ha mostrato le proprie avvisaglie da anni. E Dubai è probabilmente il luogo-emblema di questa deriva. Sotto il suo skyline di grattacieli da metropoli statunitense sembra di non trovarsi nemmeno più nel centro di una distesa desertica. La natura, come il clima, sono sospinti al di là di se stessi, neutralizzati dal «modernismo senza identità» che li ha confinati altrove. E tutto grida un’inautenticità al limite del grottesco.
Cosa dire, poi, di cultura e sport? Che c’azzecca, direbbe qualcuno, il National Museum of Qatar (la sontuosa e surreale «rosa del deserto» di Jean Nouvel) con il Qatar vero e proprio? Quale atmosfera reale si può ancora assaporare laddove tutto, a partire dalle tradizioni locali, viene piegato a un avvenirismo prossimo alla caricatura? E non sono forse caricaturali, per quanto impressionanti nella loro sofisticata architettura, i dodici stadi che l’emiro del Qatar ha voluto per celebrare i Mondiali di Doha? E cosa dire del Qatar Olympic and Sports Museum, vera e propria celebrazione di eroi dello sport che nemmeno sapevano dove si trovasse quel minuto staterello? In quale gorgo della storia si è avvitato il rapporto luoghi-tradizioni a cui eravamo soavemente e felicemente abituati fino a qualche anno fa? Perché abbiamo voluto levare al pianeta la sua grazia naturale, al viaggio il piacere di raggiungere l’ignoto, all’alterità il pregio di custodirlo?
Sì, il Golfo Persico sta divendando, un po’ per complesso di inferiorità, un po’ per brama di potere e influenza regionale, una imitatio spuria dell’Occidente. E andare a visitare, se le bombe lo consentono, l’Occidente in Oriente - con le sue isole tecnologiche, i suoi apparati cibernetici, le sue mille e una proposte di virtual gaming eccetera - sarebbe come seguire un’Olimpiade di sumo, invece che in Giappone, a Helsinki.
Il mostro apolide
Certo, tutto è possibile. Anche in Occidente sono ospitati patrimoni dell’antica civiltà faraonica e babilonese, anche a New York si possono ammirare i dipinti di Renoir o Cézanne. Ma questo Occidente ricade comunque in un quadro colonialistico, che in qualche misura comprende anche l’esportazione di opere e culture. Mentre il trasferimento coatto di culture del tutto irrelate dalla propria, di sport del tutto indipendenti dai propri, di forme architettoniche e decorative del tutto estranee al patrimonio locale, per non dire di assetti politici e militari mal calibrati, rischia di essere, o forse è già diventato, un fenomeno che, annichilendo la storia, annichilisce di fatto il suo fascino e la sua naturalità. Ovvero: cancella le identità e crea mostri apolidi che non solo non conservano nulla di autentico, ma incastrano il Golfo Persico dentro guerre e giochi di potere che rischiano, oltre che di snaturalizzarlo, di sospingerlo nel baratro.


