Il personaggio

«Il Ticino mi ha protetto da ragazzo, oggi custodisce i miei tesori»

Beniamino Levi è fuggito all'Olocausto nel 1940 passando dal Monte Brè, quando aveva 12 anni - Poi è diventato uno dei più grandi mercanti d'arte italiani - Il racconto di una vita a cavallo del confine
Davide Illarietti
14.06.2026 09:00

La voce gentile del signor Beniamino risponde al telefono dalla sua casa di Barcellona, dove si è trasferito a trascorrere «l’ultima età» vicino ai maestri dell’amato surrealismo. Non è un telefono a forma di aragosta (speriamo) come quello ideato da Salvador Dalì nel 1936, e il numero è svizzero: i rapporti con il Ticino sono ancora quotidiani.

«Ora fatico a viaggiare, per motivi di salute, ma cerco di gestire le cose a distanza».

Ci riesce benissimo. È arrivato alla soglia del secolo di vita (va per i novantanove) senza mai essere intervistato da una testata svizzera, e non è che cercasse di rimediare. Ma risponde con piacere.

«Ho sempre apprezzato il Ticino e anzi - dice - più passa il tempo più rimpiango di essermene andato. Le grandi città sono sempre più difficili. Mi manca la pace del lago».

In fuga dal nazismo

Dopotutto Beniamino Levi ha vissuto a Lugano per oltre trent’anni - fino a prima del Covid - senza contare l’adolescenza, ha costruito nel Mendrisiotto un’eccellenza artistica a livello internazionale, che continua a dirigere «da remoto» nonostante l’età, e soprattutto al Ticino si sente in qualche modo di dovere la vita. «Se non mi aveste accolto quando ero ancora un ragazzino in fuga dalla guerra, probabilmente anzi sicuramente non sarei qui adesso a parlare».

Ci sono centenari o quasi centenari che restano intervistabili - per facoltà mentali e interesse biografico - e sono come dei libri aperti. Levi è uno di questi: se si considera che è stato uno dei mercanti d’arte più attivi nel Dopoguerra tra Italia e Svizzera, nonché uno dei più antichi globalisti tuttora in vita (entrambe categorie abbastanza riservate per natura) il racconto è ancora più prezioso.

Beniamino Levi durante una recente mostra a Monaco di Baviera 
Beniamino Levi durante una recente mostra a Monaco di Baviera 

Inizia quando Levi aveva 12 anni, novembre 1940. Un ragazzino arrivato a Porlezza da Milano assieme alla madre e alle due sorelle (il padre era morto quando aveva appena sei anni). Una fuga «rocambolesca» dalle leggi razziali, un contrabbandiere di sigarette «pagato a caro prezzo» per guidare la famiglia attraverso i boschi del Monte Boglia.

«Fu un viaggio difficile ma più fortunato di molti altri, mi ritengo un privilegiato. Non dimenticherò mai la gioia dell’arrivo e poi purtroppo il dolore, quando venni separato da mia madre e dalle mie sorelle».

Le rivedrà dopo un anno, dopo aver girato tre campi profughi maschili in Svizzera interna - «pelavo patate e pulivo i bagni, vigeva una disciplina militare» - e a guerra finita torna a Milano. Al termine di un percorso di studi «per forza di cose irregolare» inizia una carriera nel mercato dell’arte, che lo porterà ad aprire nel 1958 una galleria nel capoluogo lombardo (la Galleria Levi) non lontano dal Duomo, in via Montenapoleone, all’epoca «non ancora la strada esclusiva e di moda che è poi diventata».

Il gallerista di Agnelli

Sono gli anni delle avanguardie, del neo-cubismo e dello spazialismo, Levi conosce ed espone i grandi nomi italiani, ricorda «con particolare affetto» Bruno Cassinari e Lucio Fontana, «un amico», di cui frequentava il laboratorio poco lontano a San Babila. «Ci trovavamo perché era diverso dagli altri artisti, capaci di parlare di sé stessi per ore. Era una persona tranquilla, che sapeva ascoltare».

Levi nel suo studio negli anni Ottanta 
Levi nel suo studio negli anni Ottanta 

Negli anni Sessanta e Settanta Levi intercetta l’alta borghesia milanese, il «salotto buono» del capitalismo italiano: dalla sua galleria passano figure come Maria Callas, il Barone Von Thyssen (altro luganese d’adozione) e Gianni Agnelli. Espone i grandi nomi di quel tempo: Miró, Magritte, Masson, Kandinsky, De Chirico, che introduce al collezionismo italiano. Con alcuni crea un rapporto duraturo, di altri ha conosciuto «soprattutto i segretari» come nel caso di Pablo Picasso («persona difficile, del resto basta vedere come ha trattato le donne nella sua vita») di cui tenne l’ultima mostra nel 1973.

«La notizia della sua morte arrivò a esposizione ancora in corso, tutti mi fecero le congratulazioni: i prezzi saliranno, dicevano. Macché. Gli eredi ordinarono un inventario e per i tre anni successivi tutte le vendite rimasero bloccate».

Chi paga l’hotel?

Ma l’incontro che gli cambiò la vita Beniamino Levi lo fece di lì a poco, con un altro grande spagnolo . Nel 1968 organizza una mostra sul Surrealismo e deve rimediare a una pecca: «Non avevo neanche un’opera di Salvador Dalì, che stava diventando sempre più quotato». Attraverso «un contatto in comune» organizza un appuntamento a Port Lligat, il paesino di pescatori sulla costa catalana dove il maestro ha il suo rifugio estivo.

La villetta surrealista oggi è meta di pellegrinaggi turistici. All’ingresso - ricorda Levi - Dalì «aveva fatto costruire una specie di monumento marino a forma di barca» dove molte volte anche in seguito al mercate sarebbe toccato di sedersi, in attesa di essere ricevuto. «La moglie era molto gelosa e recalcitrante con gli ospiti».

Dalì ritratto dal fotografo Philippe Halsman (Dalì Atomicus, 1988)
Dalì ritratto dal fotografo Philippe Halsman (Dalì Atomicus, 1988)

La mitica Gala Éluard Dalí, musa del surrealismo (già moglie di Paul Éluard) era «un ostacolo da superare» ma anche «una grande risorsa che si rivelò in seguito preziosa nel gestire i rapporti col maestro» ricorda il gallerista. Dopo la prima visita - «me ne andai con solo un quadretto» - Levi torna una seconda e una terza volta. È l’inizio di una collaborazione che in qualche modo dura tuttora, anche dopo la morte (avvenuta nel 1989) dell’artista catalano, di cui Levi conserva i diritti di riproduzione limitata per una trentina di opere (vedi articolo a fianco).

«Era un personaggio fantastico, dico personaggio perché era impossibile scindere la sua personalità dalla figura pubblica. I dialoghi con lui erano per l’ottanta per cento monologhi, in cui dispiegava la sua cultura davvero illimitata». Poi però c’era da far quadrare i conti. «In alcune occasioni avemmo delle discussioni su alcune opere che doveva realizzarmi» ricorda Levi. «Lui era travolto dall’estro, io sono stato sempre un umile mercante. Capitava che facessi delle osservazioni di tipo commerciale, e allora andava su tutte le furie. Buttava la cera per terra, batteva i piedi. Per fortuna c’era la moglie, una russa dal pugno di ferro, e lo sgridava. C’est qui qui paie l'hotel ici, chi paga il conto dell’albergo, diceva».

La fonderia di Mendrisio

Nel frattempo la galleria di Milano aveva chiuso, Levi faceva la spola tra Parigi - dove Dalì viveva d’inverno in una suite all’hotel Le Meurice, al cui conto si riferiva Gala - e la Svizzera. Prese casa a Lugano, una residenza a Castagnola poco lontana dalla Villa Favorita di Von Thyssen.

«Era un rifugio perfetto da cui raggiungere l’Italia e godere di un ambiente fantastico. Il Ticino era già al tempo un luogo al contempo ricco di cultura e molto tranquillo e sicuro. Senza contare la tassazione forfettaria».

Un altro fattore che legò in quegli anni - e lega tuttora - il destino di Beniamino Levi alla Svizzera Italiana era una pregiata fonderia artistica di Mendrisio, la Perseo, di cui fin dagli anni Ottanta il gallerista si avvale per fondere e replicare le sculture di cui Dalì gli concede i diritti.

«In passato mi ero appoggiato a una fonderia in Italia, ma a un certo punto venni a conoscenza di questo posto fantastico, il cui proprietario di allora era abbastanza avanti con gli anni. Inizia a farla lavorare, e dopo un po’ la comperai».

Oggi la fonderia Perseo continua a replicare le opere di Dalì - «i contratti sono ancora validi» - e il rapporto con il Ticino «resta e rimarrà sempre fortissimo» anche se il maestro surrealista non c’è più, e lo stesso Levi si è trasferito in Catalogna.

Nostalgia di un rifugio

Sarà la telefonata a favorire i ricordi: il mercante confessa di sentire la mancanza del Ceresio, della sua casain Scalinata dei Sassi che - «combinazione» - era proprio sulla strada per Porlezza, a pochi passi dai boschi che attraversò da ragazzino per fuggire al nazifascismo.

«Sono ricordi anche dolorosi. Sono nato con l’antisemitismo e morirò con l’antisemitismo» dice il 98.enne pensando alle cronache recenti, non senza un forte spirito critico. «Devo dire che seguo con apprensione e dispiacere le politiche di Israele, dove pure ho tanti amici. Forse, alla fine il posto migliore in cui vivere è ancora il Ticino».

Mentre si approssima la fine (della telefonata) l’anziano mercante ha un pensiero per «i tanti amici che avevo laggiù e che purtroppo oramai non ci sono più». È il motivo - dice - per cui se ne è andato. «Non volevo rimanere da solo». Ma a chi dice che Lugano è una città morta replica ironico che «piuttosto è un posto molto calmo» e questo ha i suoi lati positivi. «Li inviterei a venire a Barcellona, dove ormai non ci si può più muovere per l’afflusso di turisti». Per fortuna ci sono ancora gli spiriti dei grandi surrealisti, a tenergli compagnia.

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