Il Ticino visto da Jonas Marti è un'altra cosa

Ormai è un po’ l’Alberto Angela ticinese. Il paragone lo diverte, sta al gioco - «ho un profondo rispetto per i grandi divulgatori» - ma rigira anche quello e provoca: «In Ticino siamo abituati a vederci raccontare i Fori romani e spesso ci dimentichiamo del patrimonio che abbiamo sotto i piedi». Jonas Marti è bravo a ribaltare le prospettive: ne ha fatto un mestiere, anzi due. Da poco è tornato in televisione (La Storia Infinita, RSI LA1) e ora torna anche in libreria, con un nuovo volume dedicato a un territorio che molti dicono o fingono di conoscere. In realtà è pieno di segreti che sono tali per dimenticanza collettiva. Oppure perché «spesso lo guardiamo con gli occhi dell’abitudine».
L’ignoto nascosto dietro il noto è ormai una tua specialità. Dopo il primo best-seller su Lugano la «Bella sconosciuta» (Fontana 2021, 416 pagine) hai deciso di tornare alla carica: perché?
«Il successo del primo libro mi ha sorpreso. Ho capito che c’è un bisogno collettivo di scoprire un territorio che spesso diamo per scontato. Le curiosità nascoste si trovano ovunque, dal Gottardo a Chiasso, non solo a Lugano».
«Il Ticino delle Meraviglie» (Fontana, 478 pagine) è un’esplorazione alla ricerca di cose ancora sconosciute, in un fazzoletto di terra in fondo minuscolo. Compito difficile.
«L’importante è trovare sempre un’altra prospettiva. Volevo fare un libro a metà tra una guida del territorio, un’encicopedia, un insieme di racconti. Per farlo non potevo limitarmi a cercare curiosità, ho raccontato anche i grandi patrimoni del Ticino. Cercando sempre di uscire da quella che chiamo la sindrome di Asterix e Obelix».
Ossia?
«L’idea che il Ticino sia un villaggio isolato dal resto del mondo, non toccato dalla grande Storia. Che in realtà, lo permea in ogni angolo».
Come lavora un «cacciatore» di meraviglie?
«Innanzitutto, io non ho scoperto niente. Faccio il divulgatore, sono un nano sulle spalle di storici, storici dell’arte, archeologi. È un lavoro da biblioteca, ma anche di strada. Vado nei luoghi, parlo con chi ne custodisce la memoria e li ha studiati. Parto sempre da un posto, un monumento, un oggetto e cerco di guardarlo di traverso, o sottosopra per così dire, di farmi delle domande. Le domande sono la cosa più importante. E anche le immagini, per una deformazione professionale televisiva».
Nel libro ce ne sono oltre mille. La prima è una mappa del Ticino rovesciata, pubblicata nel 1548 dallo storico Johannes Stumpf.
«L’ho scelta perché è una delle prime mappe che raffigurano la Svizzera italiana, ma è vista dalla prospettiva della Svizzera tedesca, letteralmente ribaltata con il sud in alto. Guardare le cose alla rovescia, per me, è la chiave della meraviglia».
Anche il libro procede dall’alto al basso.
«L’idea è di fare un viaggio dal San Gottardo a Chiasso, mettendo insieme storie apparentemente slegate l’una dall’altra, come tessere di un mosaico. Accompagnare il lettore nella scoperta del territorio con la speranza che non si limiti a leggere, ma vada poi a curiosare, a visitare i posti. Per scoprire le tante piccole storie che abbiamo sotto casa, e in cui è sempre racchiusa la grande Storia».
Cominciamo allora dalla Leventina.
«È una valle fantastica, incredibile. Dalla metà del Medioevo fino ad Alptransit, è una valle dove si respira la grande storia. La storia del Ticino è in qualche modo la storia del passo del San Gottardo, da lì per secoli è sceso di tutto, idee, eserciti, gli stessi svizzeri che hanno conquistato la Svizzera italiana».
Un luogo su tutti?
«Il Caslasc di Giornico. Un triangolo ciclopico con mura alte otto metri di cui nessuno ha ancora capito origine e funzione. Un bellissimo mistero storico».
Scendiamo a Bellinzona.
«Ho cercato di uscire dall’equazione Bellinzona uguale castelli. Anche qui, cambiando prospettiva. Siamo abituati a vedere la collina medievale, in realtà la storia inizia molto prima, a Castelgrande è sorto il primo villaggio stabile della Svizzera, durante il Neolitico. I primi uomini ci sono arrivati oltre 7mila anni fa».
Locarno. Perché va guardata dal basso?
«Un giorno mi trovavo in Piazza Grandee sono rimasto catturato dal suo ciottolato. Più di un milione di ciottoli. Mi sono chiesto da dove venissero, la loro storia. Ho scoperto che la forma ad arco della Piazza dipende dal fatto che una volta, lì, arrivava la riva del lago. A partire dal tardo Cinquecento la Maggia ha spostato la riva dove si trova oggi. Nel corso dei secoli il rapporto con l’acqua è cambiato tantissimo: basti pensare che, fino all’alluvione del 1868, a Locarno c’era ancora un naviglio».
Dal lago alle Valli. A cui dedichi molte pagine.
«Sono lo scrigno in cui la storia si è quasi conservata intatta, al riparo dalle grandi trasformazioni urbane. Penso all’isola walser di Bosco Gurin, per esempio: le nostre montagne sono state luogo di tenacia, sofferenza ed emigrazione, ma anche di grandi incontri tra culture, un crocevia nel cuore dell’Europa».
Arriviamo a Lugano. Di nuovo.
«Ho cercato di non ripetermi. E ho scoperto che su Lugano avrei potuto scrivere un secondo libro. Vai in un autosilo a Bioggio, e ti ritrovi tra i resti di un tempio romano. Vai al parco Ciani, e sei circondato dalle storie di personaggi e idee che questa città ha saputo accogliere negli ultimi due secoli. Per me, rimane soprattutto la città della libertà. E una sconosciuta che non finisce mai di sorprendermi».
Il viaggio finisce nel Mendrisiotto.
«Anche qui, tante sorprese. È la regione che più di ogni altra ha registrato scoperte archeologiche di recente. L’anno scorso all’ex convento dei Serviti di Mendrisio è stata decifrata l’iscrizione su un sarcofago appartenuto, si pensi, a un senatore romano vissuto tra il secondo e terzo secolo dopo Cristo. A conferma di quanto questa terra di confine fosse in realtà centrale già durante l’Impero romano».
Alberto Angela sarebbe d’accordo?
«Dire che il Ticino non ha niente da invidiare a Roma può sembrare un’esagerazione. In realtà, dal nostro piccolo cantone è passata e continua a passare la grande storia d’Europa, che ci piaccia o no. Bisogna saperla vedere. E non chiudersi in visioni semplicistiche o nostalgiche di un territorio che, da sempre, è stato un luogo di incontro e contaminazione. Non un piccolo villaggio gallico».
