La storia

Il viaggio difficile di Christelle Pagnamenta

La ex conduttrice della RSI è tornata in Etiopia, sulle tracce della sua famiglia d'origine – E ha affrontato un passato che è una ferita aperta per lei, e per la Svizzera
©Chiara Zocchetti
Davide Illarietti
04.10.2026 18:16

Il viaggio di Christelle Pagnamenta è iniziato lontanissimo dalla Valle Maggia, quando si chiamava ancora Ihitemariam. Sul documento c’è la foto di una bambina dallo sguardo serio, i capelli ricci cortissimi, e poco altro.

Luogo di nascita: Addis Abeba.
Data: 16.1.1983.
Orario: non indicato.
Padre: non indicato.
Madre: non indicata.

Una sfilza di campi vuoti.

Come certificato di nascita è abbastanza scarno: questo non ha impedito al Consiglio di Stato di avallare l’adozione della futura (popolare) giornalista e conduttrice televisiva, esattamente quarant’anni fa.

Una copia del certificato di nascita di Christelle Pagnamenta 
Una copia del certificato di nascita di Christelle Pagnamenta 

«Sconosciuti» vengono dichiarati i genitori naturali in un documento del governo ticinese che Pagnamenta ha recuperato e custodisce gelosamente in un grande classeur nella sua casa a Cureglia.

«Qui dentro c’è tutta la mia storia, almeno la parte ufficiale».

Su un grande tavolo di granito valmaggese, nella cucina-salotto piena di foto e giocattoli, Pagnamenta dispiega le carte e apre il computer come fosse ancora intenta a preparare un servizio televisivo. In realtà ha lasciato quattro anni fa la RSI, dove era un volto noto del Telegiornale, e ora fa la mamma a tempo pieno. La storia questa volta è solo sua. Oppure no?

Il dibattito a Berna

Mentre prepara la merenda per i tre figli, che tra poco usciranno da scuola, Christelle Ithemariam Pagnamenta racconta il suo viaggio dall’Etiopia al Ticino, da bambina, e di come è tornata nel paese africano, sei mesi fa, per cercare di colmare i buchi del suo passato.

La ricerca delle origini è un’avventura emozionante e universale - fin dai tempi di Edipo - ma nel caso di Pagnamenta è anche di attualità pubblica: a gennaio dell’anno scorso il Consiglio federale ha avviato un iter legislativo per vietare le adozioni internazionali, che ha suscitato accesi dibattiti alle Camere.

È stato proprio allora, davanti alle notizie sui giornali e alle proteste delle associazioni dei genitori adottivi, che dentro Pagnamenta è scattato qualcosa.

«Mi ha colpito che il governo avesse preso una decisione così forte. Quale era il motivo? Sono arrivata a non dormirci la notte».

Migliaia di adozioni sospette

Nel frattempo le polemiche si sono placate. Il Parlamento ha votato contro, il Consiglio federale sta rivedendo il progetto. Ma ormai il processo è iniziato proprio come le ricerche personali di Pagnamenta e - forse - di tanti altri diretti interessati.

«Ho deciso di vederci chiaro. In tutto il dibattito la voce delle persone adottate non è emersa. Come sempre, quando si tratta di adozioni, a parlare sono le famiglie adottive: gli adulti. Non i bambini. È normale».

Adesso però i bambini adottati negli anni Ottanta-Novanta in Svizzera da Etiopia, Sri Lanka, India o Colombia sono cresciuti e vogliono dire la loro. La stima è di circa 8mila adozioni da paesi finiti sotto inchiesta per diffuse irregolarità: solo nei primi anni Duemila il governo ha eliminato il principio del «segreto adottivo». Ancora oggi, però, il diritto delle persone come Pagnamenta di conoscere il loro passato - il «diritto alle origini» ora sancito dalla legge - è in buona parte lettera morta.

Il viaggio a ritroso

Nel frattempo anche i bambini di Pagnamenta - quattro, sei e sette anni - sono cresciuti: secondo lei, è tempo che sappiano. Assieme al marito Paolo - ex deputato in Gran Consiglio - aveva da tempo intenzione di organizzare un viaggio in famiglia nel suo paese d’origine.

«Mi è sembrato fosse giunto il momento. Io non credo nelle coincidenze».

La fotocopia del certificato di nascita ormai era uscita dal classeur, con tutte le sue lacune da riempire. Il mistero della bambina cresciuta a Riveo che parlava etiope e dialetto valmaggese - «il primo l’ho dimenticato purtroppo, il secondo no» - è diventato una questione di famiglia.

«Spesso i miei figli mi chiedevano: mamma dove è la tua casa? È il riflesso di un nodo irrisolto, una ferita che mi porto dietro da una vita. E che in un certo senso tocca anche loro».

Addis Abeba è diversissima dalla Valle Maggia. Anche se per certi aspetti si assomigliano: l’altopiano etiope si trova a 2000-2.500 metri sul livello del mare, i paesaggi sono verdeggianti, l’acqua abbonda, spesso piove.

La famiglia Pagnamenta è atterrata nella capitale a luglio dell’anno scorso, con un programma di viaggio fitto - «volevamo vedere tutte le bellezze del paese» - e pochi indizi da seguire.

«Nei mesi precedenti mi ero preparata a dovere, ho contattato l’ufficio cantonale che si era occupato della mia pratica, cercavo nomi e indirizzi. Non ho trovato molto».

L’Ufficio cantonale dell’aiuto e della protezione (UAP) ha il mandato di assistere le persone adottate nelle loro ricerche, ha messo a disposizione di Pagnamenta esperienze e documenti, ma tutti finivano con la voce «sconosciuto». Tramite un contatto all’interno della comunità italiana di Addis Abeba, un avvocato, salta fuori un documento: c’è il nome di un orfanotrofio.

«Abbiamo organizzato un incontro con la direzione, sul posto. È stato molto forte».

All'interno dell'orfanotrofio di Addis Abeba (foto Pagnamenta)
All'interno dell'orfanotrofio di Addis Abeba (foto Pagnamenta)

L’orfanotrofio è in un quartiere povero della capitale, lontano dai palazzi scintillanti della «nuova» Addis Abeba. Pagnamenta, da brava giornalista, filma tutto con il telefonino e prende appunti: vuole fare un video-diario del viaggio. La visita dell’edificio - gestito da suore dell’ordine di Malta - non le suscita ricordi ma un senso di distacco.

«Le suore sono state disponibili, ma le informazioni erano poche, le incongruenze molte».

Secondo il rapporto commissionato dal Consiglio federale, le missioni religiose sono state uno dei canali principali attraverso cui avvenivano le adozioni irregolari, violando le procedure e aggirando le tutele legali dei minori. Nel caso di Pagnamenta, i documenti giustificano le perplessità.

Le risposte, forse, sono da cercare in un’altra struttura religiosa, da cui la piccola Ithemariam è certamente passata: una missione a Gighessa, un piccolo villaggio 250 km a sud della capitale. La struttura, fondata nel 1970 da missionari mantovani, ha gestito le pratiche di Pagnamenta.

La «casa» distrutta

Quando l’aveva visitata in precedenza, durante un viaggio nel 2016 - senza famiglia - la missione era stata da poco saccheggiata nell’ambito di scontri tribali. Ancora oggi è un luogo abbandonato, i missionari non ci sono più. Camere deserte, erba incolta: il mistero delle origini di Pagnamenta si perde nei corridoi vuoti da cui è passata - questo è sicuro - assieme a centinaia di altri bambini.

Era questa dunque la sua casa?

Gli esterni della missione di Gighessa (foto Pagnamenta)
Gli esterni della missione di Gighessa (foto Pagnamenta)

A Gighessa non c’è più nessuno che possa spiegare. È un luogo desolato, che rispecchia l’identità straziata di chi è stato strappato - magari in buona fede - alla propria terra.

«Rimanere senza genitori nei primi anni di vita ha un grosso impatto sull’autostima - ammette Pagnamenta -. Sono traumi che riemergono poi con il tempo, soprattutto, quando si diventa genitori a propria volta. Almeno per me è stato così».

Per fortuna il viaggio è stato anche altro. Il video della vacanza ne è la prova. È pieno di momenti felici, immagini di una natura lussureggiante, incontri gioiosi con la gente del posto la cui accoglienza - a tratti commovente - ha fatto sentire Pagnamenta finalmente un po’ a casa.

«Il concetto di casa per chi come me è stato adottato è per forza di cose astratto e complesso. È qualcosa che cambia e si costruisce».

Pagnamenta all'interno della missione di Gighessa, poco dopo la razzia del 2016  (foto Pagnamenta)
Pagnamenta all'interno della missione di Gighessa, poco dopo la razzia del 2016  (foto Pagnamenta)

La tappa successiva del viaggio di Ithemariam-Christelle è stato l’aeroporto, dove la famiglia Pagnamenta è tornata carica di emozioni. Come quando a Kloten, quarant’anni fa la piccola Christelle venne presa in consegna dai genitori adottivi ticinesi, per iniziare una nuova vita in Valle Maggia.

«Sulle adozioni internazionali, la mia opinione oggi rimane ugualmente complessa. Posso parlare solo a titolo personale. Il mio è stato un percorso doloroso, ma attraverso la ricerca ho fatto i conti con il passato: è stato, in qualche modo, un percorso terapeutico».

Alla Bozza di Riveo, in una mattina di fine settembre, Christelle immerge i piedi nell’acqua fredda del fiume. Come faceva da bambina quando ci veniva a giocare assieme ai suoi cuginetti valmaggesi. Il suo amore per questi posti non è mai venuto meno: ancora oggi, dice, tornarci le dà un senso di sollievo. Forse perché le pendici del Basòdino, in fondo, non sono così diverse dalle montagne dell’Etiopia?

«La mia identità è sempre stata prevalentemente valmaggese. Ma è chiaro che la mia storia è complicata. Oggi posso dire di sentirmi anche etiope» conclude con un sorriso. «Ma è un’appartenenza che ho dovuto ricostruire».

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