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In cinquant'anni non è cambiato niente

La lezione di giornalismo di Guido Locarnini rimane più che mai valida
Giò Rezzonico
27.09.2026 20:15

Nell’autunno del 1976, esattamente cinquant’anni fa, dopo gli studi universitari, approdavo per un periodo di stage alla redazione del Corriere del Ticino diretto da Guido Locarnini. Un maestro al quale mi sono sempre ispirato durante la mia attività professionale. La sua visione del giornalismo era ben riassunta da una nota frase del sociologo neoliberale Ralf Dahrendorf: «Dire ciò che non è stato detto, o non si vuole dire, e chiedere ciò che non è stato mai chiesto, o, nelle sfere ufficiali, non si vorrebbe fosse chiesto». Molte critiche si riversarono su Locarnini, che rimase però sempre fedele a questa interpretazione, e altrettante si ribaltarono su di me alcuni anni più tardi quando, leale nei confronti degli insegnamenti ricevuti, mantenni la stessa rotta dirigendo alcuni giornali (Eco di Locarno, laRegione, il Caffè). Il ruolo del giornalismo come quarto potere o, se si preferisce, come «cane da guardia della democrazia» - perché questa è la funzione attribuita alla nostra professione da Dahrendorf - non è di facile interpretazione in generale, ma soprattutto in una piccola realtà provinciale come la nostra. Sono conscio che il giornalismo di indagine comporti diversi rischi con il pericolo di cadere nella spettacolarità e nel sensazionalismo. Devo d’altra parte ammettere che nella nostra professione non è sempre facile stabilire il confine tra protagonismo e servizio alla democrazia. È un fatto però che chi è al centro di scomode inchieste cerca di parare il colpo gridando allo scandalo anche di fronte a situazioni indifendibili e ad indagini impeccabili.

Ma come venne accolta, in questi cinquant’anni di esperienza, questa interpretazione della nostra professione dai lettori e dalle istituzioni? Iniziamo dai lettori. Molti leggono volentieri le notizie di fatti cruenti accaduti all’estero, ma non desiderano essere messi al corrente di notizie scomode su fatti verificatisi fuori dall’uscio di casa per potersi continuare a crogiolare nella convinzione di vivere in un paese dove certe cose brutte non accadono.

Le istituzioni sopportano invece male le incursioni sul loro operato. Nel corso della mia attività ho ricevuto minacce economiche da direttori di banca colti in flagrante, telefonate da vescovi che pretendevano di essere informati prima della pubblicazione di notizie su sacerdoti pedofili, intimidazioni da chirurghi che hanno commesso gravi errori clinici. Quanto ai politici ho spesso avuto l’impressione che preferissero avere a che fare con avversari dichiarati piuttosto che con giornalisti indipendenti, quindi difficilmente etichettabili. Hanno sempre dimostrato di provare fastidio verso i colleghi che non si sono adeguati alla richiesta sottintesa di fare quadrato attorno alle istituzioni per evitare di metterle in cattiva luce.

Son trascorsi cinquant’anni da quando ho iniziato a fare questa professione, ma leggendo in queste settimane certe critiche di partiti e politici contro giornalisti che semplicemente fanno il loro dovere mi accorgo che purtroppo in questo lungo periodo non è cambiato proprio niente.

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