Il reportage

«Io da qui non scendo»

Il paesino di Rasa, nelle Centovalli, sarà tagliato fuori dal mondo per sette mesi - Gli abitanti se ne vanno, ma c'è qualcuno che ha deciso di rimanere e sfidare la solitudine
Marco Stauffer a Rasa, che dal febbraio prossimo rimarrà  isolata completamente per i lavori di ammodernamento della funivia Verdasio - Rasa © Ti-Press / Samuel Golay
Davide Illarietti
01.02.2026 20:00

Marco Stauffer ha fatto le provviste come ai tempi della pandemia. Quaranta chili di pasta, dieci di riso, venti di zucchero, quindici di farina.

«Così dovrei tirare fino all’estate».

Per settimane ha fatto il viaggio al contrario rispetto agli abitanti di Rasa, che scendevano con le valigie piene sulla vecchia cabinovia, fino a oggi l’unico fragile collegamento tra il villaggio e il resto del mondo. Da domani, non ci sarà più neanche quello.

L’ultimo viaggio della Verdasio-Rasa è previsto per questa sera, dopo quasi settant’anni di attività ininterrotta. Ma Stauffer non salirà a bordo. Rimarrà a guardare la cabina scivolare in basso verso il pensionamento anticipato. Quando il macchinista spegnerà l’apparecchio, inizierà per lui un lungo inverno solitario.

«Ogni tanto ci vuole - dice -. La solitudine ha anche dei lati positivi».

Fuori dal mondo

Non che Rasa fosse molto affollata, anche prima di quest’ultimo spopolamento «forzato». U na decina i domiciliati sulla carta, per lo più persone anziane che, di ritrovarsi letteralmente tagliate fuori dal mondo, non se la sono sentita. La fine dei lavori all’impianto è prevista per fine luglio: sette mesi di isolamento totale.

Non c’è strada - asfaltata né sterrata - che conduca alla frazione delle Centovalli, arroccata su un poggio a 898 metri sul livello del mare. La cantonale scorre sul versante opposto della valle, nel mezzo sprofonda il fiume Melezza, attraversato solo dalla diga di Palagnedra e dalla cabinovia, che cigola sopra il baratro a un’altezza spaventosa. Non c’è altro momo per salire, se non a piedi: un’ora e mezza a passo svelto.

Un’esperienza mozzafiato

Dondolare sul precipizio appesi a un cavo del 1957 è un’esperienza terrificante e sublime - dura circa sei minuti - consigliata per chi, tranne i deboli di cuore, volesse passare quest’ultimo sabato all’insegna del brivido nostalgico.

Gli ultimi viaggi della funivia (foto Tipress - Samuel Golay)
Gli ultimi viaggi della funivia (foto Tipress - Samuel Golay)

Gli ultimi tragitti su un impianto di risalita, è innegabile, hanno un fascino particolare. Ogni metro percorso è un regalo (sono 1.100 in totale) e un grazie. La macchina, inaugurata in tempi in cui il televisore era una novità, risale ammirevole i suoi 350 metri di dislivello e - nonostante le panche scomode e la porta traballante - esala con dignità le salite finali, facendo onore all’ingegneria svizzera.

È come se fosse una macchina del tempo, che preleva i passeggeri verso un mondo passato (di cui fa parte anch’essa, ormai) dove tutto sembra essersi fermato a settant’anni fa. Campanile, prati, boschi, le auto che non ci sono. In realtà la modernità è arrivata anche a Rasa, ovviamente, e la prova è proprio l’eutanasia a cui è stata sottoposta la funivia. Un progetto da oltre otto milioni di franchi che verranno coperti interamente dal Cantone (il credito è stato votato nel lontano 2017).

Si sbaracca

Di per sé l’impianto è ancora sicuro, garantiscono dal Comune, e difatti il loculo arriva indisturbato a destinazione - la vecchia stazione «analogica» di Rasa appollaiata sullo strapiombo - come per miracolo. Stauffer è aspetta sulla pensilina, fumando. Con lui c’è il macchinista che ha supervisionato la risalita dallo sgabbiotto e, a parte due operai impegnati a predisporre il cantiere poco distante, è l’unico altro essere umano presente in paese oggi.

Da domenica non ci sarà più neanche lui: dopo i lavori di rinnovamento l’impianto sarà in gran parte automatizzato e la supervisione effettuata per lo più a distanza, cosa che - spiegano ancora dal Comune - dovrebbe far sì che la funivia smetta di viaggiare cronicamente in perdita, come è avvenuto fino a ora.

Una vita per la funivia

Anche Marco Stauffer ha lavorato come macchinista a Rasa, la sua vita professionale (la sua vita in generale) ha coinciso con quella della funivia negli ultimi tren’anni.

«Eravamo una cosa sola - dice - in qualche modo ora è come se si chiudesse un capitolo».

Grigionese, 60 anni, Marco si è trasferito in paese nel 1995 dopo essere stato assunto dalla Fart, che gestisce anche la ferrovia Domodossola-Locarno. All’epoca, spiega, trasferirsi in paese era una condizione imprescindibile per l’assunzione come macchinista.

Il vincolo abitativo è stato rimosso quando, nel 1997, è arrivata l’automazione dell’impianto (che da allora ha viaggiato senza macchinisti negli orari serali e notturni). Ora che viene rimosso anche l’impianto, per essere sostituito interamente, il fatto che Marco abbia deciso di rimanere al suo posto rende l’idea di quanto si sia integrato, nel frattempo, nel piccolo paese.

La ghost town apparente

Passeggiare assieme a lui tra le vie deserte di Rasa è un’altra esperienza curiosa. Sembra di visitare un sito archeologico, o una città-fantasma di cui lui è il custode. Conosce ogni angolo. Apre porte che danno su corti interne, disabitate, anche quella della chiesa di Sant’Anna dove si respira una spiritualità quasi monastica e il parroco arriva una volta al mese.

«L’inverno qui è sempre solitario, di principio, anche se non così solitario».

Il macchinista nella cabina di comando (Tipress- Samuel Golay)
Il macchinista nella cabina di comando (Tipress- Samuel Golay)

Rasa in realtà non è una ghost-town, o non ancora. Gli abitanti erano una sessantina agli inizi del secolo scorso, una trentina agli inizi degli anni Duemila: non male, per un villaggio in cui l’automobile non è mai arrivata.

«Quando i miei figli erano piccoli, una ventina di anni fa, in paese c’erano almeno dieci bambini» ricorda Stauffer. «L’infanzia qui è una cosa stupenda».

Crescendo, però, il paese diventa stretto: della Generazione Z a Rasa non è rimasto nessuno, anche i Millennials hanno cercato fortuna altrove. In compenso, a tenere vivo il paese sono arrivati visitatori (più o meno fissi) dalla Svizzera tedesca, richiamati dall’albergo diffuso «Campo Rasa» che negli anni ha ristrutturato una decina di case storiche salvandole dall’abbandono. Tra queste c’è anche il vecchio Grotto Ghiridone, da sempre cuore della vita sociale del paese, a cui si aggiunge una fattoria didattica, una residenza d’artista gestita dall’associazione Casa dell’Arte di Rasa (anch’essa svizzero tedesca) e l’atelier del ceramista Renato Domiczeck.

I soldi non bastano

Sulla carta, anzi, la popolazione domiciliata è aumentata negli ultimi tempi. Al controllo abitanti di Centovalli nelle prime settimane dell’anno sono stati notificati tre arrivi (di personale stagionale impiegato nell’albergo diffuso) ma fino all’estate la stagione turistica è ferma, a maggior ragione senza la teleferica: di fatto il paese rimarrà deserto, eccezion fatta per le trasferte occasionali degli abitanti partiti che decidessero di far visita alle proprie case.

Il Comune ha messo a disposizione fino a un massimo di due voli in elicottero a settimana, esclusivamente per le persone domiciliate.

«Era un atto doveroso, si tratta di abitazioni primarie» spiega il sindaco delle Centovalli Michele Turri. «Il nostro impegno come Comune è sempre stato quello di mantenere Rasa un centro vivo e abitato e non solo un’attrazione turistica. L’investimento nella funivia va proprio in questo senso».

In realtà i progetti del Comune erano diversi. I lavori avrebbero dovuto iniziare e concludersi anni fa: il credito cantonale, votato nel 2017 dal Gran Consiglio (11,7 milioni di franchi in due rate) prevedeva il rifacimento non solo della Verdasio-Rasa, ma anche della teleferica Intragna-Pila-Costa. Quest’ultima è ferma da quattro anni - la concessione è scaduta nel 2022 per il trasporto di passeggeri - e i soldi stanziati dal Cantone nel frattempo sono praticamente finiti.

«Dovremo chiedere un altro credito - anticipa il sindaco Turri -. Abbiamo bisogno di entrambe le funivie e non possiamo rinunciarvi, ne va dell’attrattività di tutta la valle».

«La solitudine spaventa»

Rasa ha scampato il pericolo. Un operaio comunale si aggira per il villaggio con una lunga scala, intento a smontare le luminarie natalizie prima che il paese diventi irraggiungibile. Certo, con una strada afaltata (o almeno gippabile) sarebbe stato tutto più facile.

«Ma allora diventerebbe un paese come gli altri» obietta Stauffer, che sulla questione ha riflettuto a lungo. «Sono giunto alla conclusione che, alla fine, è meglio così».

Ha riflettutto anche sulla possibilità di trasfrirsi a valle per i prossimi mesi, come i suoi vicini di casa.

«La solitudine spaventa, non posso negarlo».

Ma al pensiero scuote la testa e fa un tiro di sigaretta. Qualcuno doveva pur rimanere, si ripete, a custodire il paese.

In questo articolo: