La polemica

La guerra del Gianduiotto tra Svizzera e Italia

Il tipico dolce piemontese è finito al centro di un'atipica contesa al sapore di protezionismo, in cui, alla lontana, c'entra anche un cioccolataio di Campo Blenio
Davide Illarietti
14.06.2026 06:00

In un’epoca di conflitti sempre meno latenti, commerciali e non, anche il cioccolato diventa campo di battaglia. Già oggetto di storiche rivalità e sfottò più o meno simpatici («Svizzero? No, Novi») con il Piemonte, terra di nutelle e bonet, la sostanza delle polemiche ha assunto diverse forme negli anni: l’ultima è quella del gianduiotto.

Protezionismo alimentare

Il tradizionale dolce torinese in realtà è già abbastanza svizzero da tempo, nel senso che il principale produttore Caffarel, attivo dal 1826 alle porte di Torino e nato da una precedente cioccolateria creata da un maître chocolatier di Campo Blenio (Giovanni Martino Bianchini), è stato acquistato ormai trent’anni fa da Lindt & Sprüngli. Ora, a scatenare un’ondata di «patriottismo» alimentare attorno al giandujot - con buona pace di Gianduja, la maschera del Carnevale a cui è ispirato - è stata la decisione dell’azienda zurighese di opporsi al riconoscimento di una denominazione protetta (Icg) per il prodotto italiano. Il ricorso - presentato settimana scorsa dagli avvocati di Lindt al tribunale amministrativo del Lazio - ha suscitato l’indignazione di Francesco Lollobrigida, ministro italiano dell’agricoltura e della «sovranità alimentare». In coro i produttori piemontesi hanno gridato al «voltafaccia svizzero», poco ci è mancato all’ennesima crisi diplomatica.

La replica svizzera

In realtà, proprio la cioccolateria «svizzera» creata dal luganese Bianchini e resa famosa dal valdese Pierre Paul Caffarel è riconosciuta come l’inventrice del gianduiotto, che ancora oggi è prodotto nella storica fabbrica di Luserna San Giovanni (Torino). L’inghippo è nella ricetta: quella seguita da Lindt, che prevede anche il latte, è diversa da quella per cui le autorità italiane hanno chiesto la protezione agli organi competenti di Bruxelles (senza latte). Un iter lungo e complesso iniziato circa dieci anni fa.

«Non vogliamo contestare il riconoscimento dell’origine controllata del gianduiotto» ha dovuto spiegare un protavoce dell’azienda alla stampa d’oltre confine. «Anzi ne abbiamo sempre sostenuto la necessità, tuttavia sosteniamo anche che tale percorso debba convivere con la piena tutela del nostro marchio». Registrato nel 1972, il gianduiotto «Gianduia 1865, l’autentico Gianduiotto di Torino» è a tutti gli effetti un marchio «Made in Italy» ( di Swissmade non ha niente, a parte la proprietà) e come tale chiede di essere protetto assieme ai concorrenti senza latte.

Altrimenti, più che una battaglia per sventare possibili imitazioni asiatiche o esotiche, quella portata avanti da Roma rischia di diventare una guerra «civile» con motivazioni tutte interne, che favorisce alcuni produttori a scapito di altri, colpevoli magari di essere troppo svizzeri, valdesi o luganesi. Se poi a finire vittima del protezionismo dovesse essere proprio il gianduiotto originale, il più torinese di tutti, sarebbe uno scherzo davvero degno di Gianduja.

In questo articolo: